Come con la cultura si combatte la criminalità organizzata: 12 mesi di libri, spettacoli e podcast 

Come con la cultura si combatte la criminalità organizzata: 12 mesi di libri, spettacoli e podcast 

Ci sono insidie che minacciano la democrazia e la società civile: dalla mafia radicata ovunque alla manipolazione dell’informazione. Di questo ci siamo occupati nei temi di cultura e attualità. Dal Nord, dove l’“Operazione Betulla” ha svelato l’infiltrazione della ‘ndrangheta in Piemonte e Milano, fino alle nuove frontiere del crimine, come le violenze della mala cinese a Prato, l’illegalità è onnipresente e si evolve continuamente. Le mafie moderne sfruttano il cybercrime, comunicano con criptofonini, dirette TikTok, e attendono di infiltrarsi nei fondi per la ricostruzione dell’Ucraina. Ed è proprio tramite la recensione di libri e podcast che cultura e attualità si intrecciano con un unico scopo: costruire una memoria civile.

Giovanni Brusca, un boss a piede libero che fa discutere 

Giovanni Brusca è un uomo libero. La notizia, diffusa il 5 giugno 2025, ha scatenato rabbia e sgomento: lo “scannacristiani”, l’ex braccio destro di Totò Riina, autore di oltre 150 omicidi e carnefice di Giovanni Falcone, è tornato in libertà dopo 25 anni di carcere e quattro di libertà vigilata. La sua mano è dietro le stragi di Capaci e via D’Amelio, oltre che dietro l’atroce omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, rapito a 12 anni e sciolto nell’acido. La liberazione di Brusca è però il frutto della legge sui collaboratori di giustizia, voluta proprio da Falcone: un “male necessario” per smontare Cosa nostra dall’interno. Grazie ai suoi racconti, lo Stato ha inflitto colpi pesantissimi a Riina, Provenzano e Messina Denaro. Eppure, tra i familiari delle vittime prevalgono dolore e indignazione: “L’unico ergastolo lo scontiamo noi”, denunciano. Pietro Grasso invita a non dimenticare il valore della legge, pur ammettendo i rischi di un sistema che potrebbe aprire spiragli a boss mai pentiti. Luciano Traina, fratello di un agente ucciso in via D’Amelio, parla di “beffa storica” difficile da spiegare alle nuove generazioni. 

“Iddu”, il film immaginifico sulla latitanza di Matteo Messina Denaro 

Iddu di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza racconta in chiave immaginifica e grottesca i trent’anni di latitanza di Matteo Messina Denaro, esplorando il rapporto tra mafia, politica e società siciliana. Il film segue Catello, ex politico fallito, coinvolto in un gioco di manipolazioni per incastrare il latitante, offrendo uno sguardo sui legami, le complicità e le paure che sostengono l’invisibile boss. La narrazione evita la romanticizzazione del male, puntando invece su ritratti umani, crudeli e sfumati, dove il tragico si intreccia al farsesco. Toni Servillo interpreta Catello, Elio Germano veste i panni di Messina Denaro, con un cast che include Truppo, Bobuľová e volti del teatro italiano. Il film continua la linea dei registi iniziata con Sicilian Ghost Story, mescolando realismo e dimensione simbolica. Le musiche di Colapesce rafforzano la tensione tra cronaca e riflessione sociale, ispirandosi al cinema d’intervento italiano. Iddu propone così un’indagine artistica e morale su potere, complicità e responsabilità collettiva. È un’opera che coniuga suspense, riflessione e una punta di satira amara. 

Il romanzo denuncia di Luca. “Quando l’antimafia agisce come la mafia” 

Il romanzo di Lucio Luca denuncia le zone d’ombra dell’antimafia, raccontando storie in cui chi dovrebbe proteggere lo Stato finisce per abusare dei propri poteri. Al centro c’è la giudice Silvana, che tra favori, regali e privilegi, manipola sequestri e beni dei mafiosi, intrecciando interessi personali e istituzionali. Tra intrighi e ingiustizie, l’imprenditore Francesco Lena si trova accusato ingiustamente di collusioni, vittima di un sistema che distorce leggi e procedure. Luca mette in luce il “doppio binario” dei sequestri preventivi e delle amministrazioni fiduciarie, mostrando come la burocrazia e l’arroganza possano distruggere aziende e vite. Il libro evita semplificazioni, raccontando con etica e rigore professionale un fenomeno complesso e radicato. Attraverso la finzione narrativa, emerge la critica a un sistema che a volte ripete logiche mafiose anche in nome della legalità. L’opera invita a riflettere su responsabilità collettive, trasparenza e tutela dei cittadini. Con eleganza e precisione, Luca conferma che il compito del giornalista è far vedere ciò che molti preferiscono ignorare. 

L’arte di recitare è l’alternativa alla camorra nel Rione Sanità 

La compagnia Putéca Celidònia trasforma il Rione Sanità di Napoli partendo da spazi confiscati alla camorra, offrendo ai giovani un’alternativa concreta attraverso il teatro. I laboratori formativi e i corsi in carcere a Nisida permettono ai ragazzi di sviluppare consapevolezza, creatività e una nuova prospettiva sulla vita, lontano dai rischi della criminalità. Il teatro diventa uno strumento di comunità: i vicoli bui si animano di arte, musica e partecipazione, restituendo colore e speranza al quartiere. L’esperienza in strada e nei palcoscenici insegna il valore dell’ascolto, della disciplina e della collaborazione. Ogni spettacolo nasce da un percorso che mette al centro le persone e non solo l’estetica. Attraverso narrazioni collettive, podcast e festival, l’arte diventa veicolo di cittadinanza attiva e di riscatto sociale. La compagnia mostra come il teatro possa cambiare il quartiere e le vite, costruendo alternative durature alle mafie. Il lavoro radicato sul territorio dimostra che cultura, partecipazione e professionalità possono generare un impatto reale e concreto. 

L’antimafia digitale: tecniche e segreti per scovare i boss nel dark web 

Gratteri e Nicaso descrivono l’evoluzione delle mafie, oggi capaci di muoversi tra finanza, hackeraggio e spazi digitali, abbandonando l’immaginario del mafioso tradizionale. La ‘ndrangheta sfrutta criptovalute, NFT e il dark web per transazioni illecite, traffici di droga e mercati internazionali, rendendo più complessa la tracciabilità dei capitali. Il libro illustra anche le strategie dell’antimafia digitale: collaborazioni internazionali, monitoraggio dei mercati online e analisi delle reti virtuali. I nuovi strumenti tecnologici modificano sia le modalità di guadagno sia i prodotti tradizionali delle mafie, come slot machine digitali e
droghe sintetiche. La narrazione digitale, dai social network alle piattaforme riservate, diventa linguaggio operativo e strumento di comunicazione tra criminali. L’opera spiega come le mafie si adattino rapidamente ai cambiamenti culturali e tecnologici, rendendo necessaria una conoscenza aggiornata per combatterle. Con chiarezza e precisione, il saggio mostra che l’antimafia deve imparare a parlare la lingua del presente digitale. Comprendere questi processi è fondamentale per proteggere la società e rendere efficaci le
azioni investigative.

“Il ragazzo dai pantaloni rosa”, uno strumento per invertire la rotta e far capire al bullo quanto è fragile

Il film racconta la storia di Andrea Spezzacatena, quindicenne vittima di bullismo e cyberbullismo per un paio di pantaloni rosa, culminata nel suo suicidio. Lo sceneggiatore Roberto Proia punta a dare voce sia alle vittime sia ai bulli, mostrando fragilità e responsabilità reciproche. La pellicola evidenzia come il silenzio e l’isolamento possano aggravare il dolore, mentre la denuncia e la condivisione creano un circolo virtuoso. Il racconto alterna leggerezza e dramma, introducendo la voce narrante per rendere accessibile e coinvolgente la storia reale. Il film mostra anche il ruolo della scuola e della famiglia nella prevenzione del bullismo e nell’educazione al rispetto. La trama evidenzia dinamiche complesse tra vittima e bullo, inclusa la sindrome di Stoccolma adolescenziale. La pellicola assume una valenza pedagogica, stimolando riflessioni e dibattiti tra giovani e adulti. In definitiva, il film vuole insegnare vicinanza, consapevolezza e strumenti concreti per affrontare il bullismo senza colpevolizzare la vittima. 

Le mani della mafia nelle stragi di Stato

Dalla strage di Piazza Fontana del 1969 agli attentati del 1993 a Milano e Roma, l’Italia ha vissuto decenni di violenza organizzata che intreccia neofascismo e mafia. Bombe a Brescia, sull’Italicus e a Bologna raccontano una continuità spaventosa di sangue e terrore. Servizi deviati, apparati dello Stato e logge come la P2 hanno stretto alleanze con terroristi e boss mafiosi per seminare panico e condizionare la politica. Falcone e Borsellino hanno riconosciuto legami stretti tra cosa nostra, Nar e apparati deviati, con connessioni internazionali tramite Gladio. Le stragi mafiose riprendono metodi terroristici già
collaudati dai gruppi di destra, dimostrando una strategia della tensione trasversale e calcolata. Depistaggi e verità occultate hanno allontanato la giustizia, ma la memoria storica e le indagini rivelano trame di potere oscure e implacabili. Ogni attentato racconta l’intreccio mortale tra criminalità e politica deviata. Le nuove generazioni devono conoscere questa trama di sangue, per comprendere fino in fondo le ombre che hanno segnato la Repubblica italiana.

“Shooting the mafia”, il documentario che fotografa la vita di Letizia Battaglia 

Letizia Battaglia è un’eroina del reportage, voce visiva contro la mafia e custode della memoria civile. Dalla Palermo dei bambini poveri e dignitosi, ai quartieri insanguinati dai clan, ogni scatto racconta la verità. I bambini immortalati diventano simboli di speranza; le vittime, corpi epici che sfidano l’oblio. La sua vita è un romanzo: violenze subite, matrimoni forzati, minacce, e poi la liberazione attraverso l’obiettivo. Con la Leica ha trasformato il dolore in reportage, dando voce ai vivi e memoria ai morti. Falcone, Borsellino, Piersanti Mattarella: emergono come eroi moderni, umani e simbolici, nella lotta contro l’orrore. Premiata in Italia e nel mondo, ha definito il fotoreportage civile, rendendo immortale la forza delle immagini. Ogni scatto è una lezione di coraggio: guardare la realtà senza chiudere gli occhi, testimoniare senza paura. La libertà vera nasce dal coraggio di raccontare, anche quando il mondo sembra piegarsi al terrore. 

The Bad Guy, la mafia raccontata come una pulp comedy 

“The Bad Guy” reinventa la mafia come dark comedy, svelando grottesche contraddizioni tra criminalità e giustizia. Nino Scotellaro, magistrato e poi mafioso, e la moglie Luvi incarnano il confine sottile tra bene e male, tra etica e desiderio di vendetta. La serie sfida la semplicità narrativa, mostrando come la manicheità appiattisca il pensiero e renda il pubblico manipolabile. I personaggi femminili, forti e indipendenti, guidano svolte decisive, incarnando archetipi tragici come Antigone e Penelope. La mafia contemporanea emerge non come stereotipo, ma come sistema di potere e affari. Il racconto oscilla tra grottesco e realtà storica, evocando figure reali, cronaca e la trattativa Stato-mafia, senza semplificazioni. La serie non sostituisce la storia ma scuote lo spettatore, stimolando curiosità e consapevolezza sul potere e sulla corruzione. “The Bad Guy” dimostra che raccontare la mafia con ironia e complessità è un atto politico e civile, capace di riflettere. 

“Note di cronaca”, il libro che mette in musica storie di impegno e diritti violati 

“Note di Cronaca” fonde giornalismo e musica per trasformare storie reali in canzoni che sensibilizzano su mafia, diritti violati e ingiustizie sociali. Stefano Corradino racconta vicende di coraggio e resistenza, come quella della giornalista Federica Angeli, minacciata dalla criminalità ma decisa a proteggere la propria famiglia e la comunità. La narrazione del giovane migrante separato dalla famiglia durante la traversata verso l’Europa mostra l’orrore e la speranza che convivono nella vita reale. Attraverso musica e parole, il libro rende tangibile l’impegno sociale e civile, mostrando come il giornalismo possa essere strumento di cambiamento. Le storie di Bruno Giordano e altri attivisti confermano che informare significa anche lottare per diritti concreti. Il progetto di Corradino dimostra che arte e cronaca insieme possono educare, scuotere e ispirare. Le vicende narrate rivelano il legame tra verità, giustizia e resilienza umana. “Note di Cronaca” è un ponte tra informazione e coscienza sociale. 

Il Nibbio, tra coraggio e memoria: il racconto di Giuliana Sgrena e Nicola Calipari tra politica, cinema e verità 

“Il Nibbio” racconta il coraggio di Nicola Calipari e Giuliana Sgrena, intrecciando memoria, politica e cinema per restituire la verità su un episodio drammatico della storia italiana. Calipari, servitore dello Stato, si fa scudo umano della giornalista rapita a Baghdad, mentre Sgrena vive l’angoscia del sequestro tra paura e resilienza. Il film di Alessandro Tonda, con Claudio Santamaria e Sonia Bergamasco, esplora la complessità dei rapporti umani e la responsabilità degli interpreti nel restituire storie recenti e dolorose. La prigionia e le relazioni tra le donne mostrano fragilità, resistenza e legami profondi. L’opera sottolinea come la guerra e le tensioni politiche creino situazioni estreme in cui il coraggio individuale emerge. Attraverso il cinema, la memoria e la narrazione civile vengono riscattate, illuminando verità spesso negate e insegnando l’importanza della responsabilità. “Il Nibbio” è un ponte tra cronaca, etica e comprensione dei tempi attuali. 

Davide Enia e il suo “Autoritratto”, la ribellione contro la logica del potere

Davide Enia, con “Autoritratto”, porta sul palco del Teatro Grassi di Milano un racconto intenso della propria vita e di Palermo negli anni Ottanta e Novanta, segnati dalla violenza di cosa nostra. La narrazione intreccia memoria personale e collettiva, trasformando dolore e coraggio in esperienza teatrale. Ispirandosi a Carla Lonzi, Enia esplora l’idea di autoritratto come racconto plurale, dove il critico o il narratore disegna se stesso. Lo spettacolo mette al centro il corpo, che diventa veicolo della storia e della violenza subita.
Palermo emerge non solo come luogo vissuto, ma osservato dall’esterno per comprenderne affinità e divergenze. Il cunto e la lingua locale radicano l’opera nella tradizione siciliana. L’esperienza vissuta sul palco diventa riflessione politica e sociale, mostrando come la storia si scriva nei corpi. La memoria individuale serve a interpretare e capire la realtà. Enia sottolinea l’importanza di disertare la storia e smitizzare la logica degli eroi. Infine, lo spettacolo invita a nominare e affrontare colpe, silenzi e ingiustizie per ricostruire relazioni e comunità.

Operazione Betulla, il podcast che racconta il “gioco” della ‘ndrangheta in Piemonte 

“Operazione Betulla. La mafia al nord non esiste” è un podcast che smonta uno dei più grandi autoinganni italiani: l’idea che la mafia non avesse attecchito oltre il Po. Attraverso otto puntate, la giornalista ossolana Arianna Giannini Tomà ricostruisce l’inchiesta del 1994 che svelò la presenza della ’ndrangheta a Domodossola, cittadina di confine con la Svizzera. Un’infiltrazione così profonda da sfiorare lo scioglimento per mafia del consiglio comunale, evitato solo dalle dimissioni di massa. Il racconto si intreccia con la scoperta del giovane commissario Giuseppe De Matteis, che riconobbe i segnali mafiosi in un semplice gioco di carte. Oltre ai magistrati e alle forze dell’ordine, trovano spazio le voci autentiche degli abitanti, che tra incredulità e rimozione si scoprirono al centro di un fenomeno criminale nazionale. Il podcast non si limita alla cronaca giudiziaria, ma illumina il clima di omertà, paura e fascinazione che accompagna la mafia in qualunque latitudine. 

“Donnaregina”, il requiem di una storia di camorra che racconta la vita criminale del boss Giuseppe Misso 

“Donnaregina” di Teresa Ciabatti non è un romanzo di sparatorie e faide, ma il requiem di una storia di camorra, raccontata da dentro e da fuori. La scrittrice entra nella vita di Giuseppe Misso, detto ’O Nasone, ex super boss della Sanità accusato di oltre cento omicidi, e lo fa senza giudizi preconfezionati, riuscendo così a farlo parlare. Ne nasce un testo stratificato, dove il cuore non è la violenza, ma la genitorialità, il rapporto con i figli e la fragilità umana. Misso, che si espone pubblicamente sull’omosessualità del figlio, rompe i codici della camorra e mostra un volto inedito. Accanto alla sua voce, quella della narratrice, giornalista “estranea” al mondo mafioso, che scopre quanto il contesto e l’epoca pesino più della natura individuale. Così il boss diventa figura ambivalente: feroce e spietato, ma anche capace di amore e delicatezza, come nell’allevamento dei colombi. Ciabatti non separa il bene dal male, li fa convivere, turbandoci. Il titolo “Donnaregina” rimanda tanto al luogo simbolico del potere di Misso quanto alle donne del romanzo, capaci di incoronarsi e “detronizzarsi” da sole. 

“La tigre”, ovvero come il pentito Giuliano ha pagato la sua scelta di legalità 

“La Tigre” racconta la storia straordinaria di Salvatore Giuliano, figlio del boss di Forcella Luigi Giuliano, e della sua scelta coraggiosa di allontanarsi dalla camorra. Cresciuto tra lusso e violenza, ha vissuto un’infanzia surreale, tra tigri in casa e Maradona nelle vasche da bagno. Il podcast di Mario Calabresi svela il conflitto tra l’eredità criminale e il desiderio di libertà di un giovane diviso tra due mondi. L’amore con Luana Savarese diventa un atto di ribellione, un’alternativa possibile tra fughe e protezione. La narrazione evita idealizzazioni, mostrando il prezzo reale della legalità: identità, affetti e normalità compromessi. Vivere sotto protezione è una prigionia sottile, dove ogni scelta pesa sul destino. La storia di Salvatore riflette anche il quartiere, tra confini criminali e resilienza umana. Il podcast mette in luce legami familiari complessi e la forza di chi sceglie un’altra via. La libertà ha un costo, ma raccontarla diventa un atto di antimafia. Una vicenda che emoziona, scuote e ispira, dove essere normali è davvero un’impresa straordinaria. 

“Cosa resta”: Falcone e Borsellino come due bambini che giocano con le papere 

Il podcast “Cosa resta” di Francesco Oggiano racconta Falcone e Borsellino senza mitizzazione, evidenziando la loro umanità e piccoli gesti quotidiani, come le papere collezionate da Falcone. La narrazione ricostruisce il contesto storico della mafia in Sicilia, dagli anni dello sbarco alleato fino al Maxiprocesso, evidenziando il metodo investigativo “follow the money”. Emergono vicende di coraggio e sacrificio, depistaggi e attentati, come le stragi di Capaci e via D’Amelio. Oggiano mostra l’evoluzione della mafia, dalla violenza diretta alla predominanza economica, e le difficoltà affrontate dai giudici. Il podcast offre anche riflessioni sulla delegittimazione e sul ruolo dei collaboratori di giustizia. La memoria dei magistrati resta un esempio concreto di impegno quotidiano, senza retorica. Un episodio speciale dà voce ai detenuti al 41bis, analizzando la complessità del sistema mafioso. L’intera narrazione invita a comprendere il contesto per decodificare la realtà e preservare l’eredità di Falcone e Borsellino.

Viaggio tra case occupate, baby pusher, politica e divise sporche: il volto sommerso della droga a Pomezia 

A Pomezia lo spaccio di droga coinvolge soprattutto giovani, introdotti gradualmente nel giro tramite contatti e fiducia, secondo il racconto di Manuel, ex pusher. Il mercato locale ha una struttura piramidale, con piazze di spaccio ben definite e autonome, tra cui via Fellini, via Ugo La Malfa e piazza San Benedetto. Alle attività illegali si intrecciano occupazioni abusive di case popolari e presunti rapporti di favore politico, che rendono difficile l’intervento delle autorità. Le abitazioni fantasma consentono di spostare merce e pusher rapidamente, proteggendo i vertici del giro. Alcuni poliziotti corrotti sarebbero complici indiretti del sistema, salvaguardando i “pesci grossi” e sacrificando i più giovani. Il vuoto educativo e sociale, soprattutto nelle scuole e nel mercato del lavoro, rende facile il reclutamento dei ragazzi. Le operazioni di polizia hanno smascherato parte del fenomeno, ma la rete resta resiliente e radicata. 

Guerra e propaganda: un’arma contro la verità e il giornalismo libero 

Nell’era digitale, la propaganda è diventata un’arma di guerra tanto potente quanto i missili. Lo dimostra il conflitto russo-ucraino, dove le fake news colpiscono le case dei civili come ordigni invisibili. La professoressa Paola Marsocci (La Sapienza) ricorda che la propaganda, se patologica, mina le libertà fondamentali e distorce la circolazione delle idee: per questo il giornalismo resta l’anticorpo più efficace. Non è però un fenomeno nuovo: già con le primavere arabe si era visto il potere destabilizzante della rete, capace di alimentare rivoluzioni. Oggi Putin usa persino la storia come strumento di legittimazione, dipingendo russi e ucraini come “un unico popolo”. Ma i nuovi strumenti tecnologici amplificano il problema: la massa di informazioni rende difficile distinguere il vero dal falso, come sottolinea Lucio Caracciolo, direttore di Limes. Il giornalismo occidentale stesso rischia di cadere in autocensure e schieramenti acritici, specie su un terreno di guerra. Secondo il politologo Vittorio Emanuele Parsi, nelle democrazie la comunicazione deve restare ancorata ai fatti, altrimenti si scivola nella post-verità, terreno fertile per i regimi. 

Fake news, un pericolo per l’informazione e la democrazia 

La disinformazione è oggi una delle minacce più serie alla libertà d’informazione. Fake news, immagini manipolate e contenuti generati dall’intelligenza artificiale raggiungono milioni di utenti ogni giorno, rendendo il lavoro dei giornalisti sempre più complesso. Umberto Eco già nel 2015 aveva previsto il problema: la sfida è insegnare a filtrare le informazioni online. In Italia opera l’Idmo (Italian Digital Media Observatory), parte di una rete europea che monitora le manipolazioni e promuove l’alfabetizzazione digitale. A livello internazionale si distingue News Guard, che pratica non solo fact checking, ma soprattutto prebunking, valutando l’affidabilità delle fonti prima ancora che diffondano falsità. I dati sono allarmanti: in Francia, un’operazione russa ha diffuso quasi 39mila post falsi raggiungendo oltre 55 milioni di visualizzazioni; in Germania, oltre 100 siti creati con l’AI hanno simulato testate locali; in Italia, le fake news sulla guerra in Ucraina sono raddoppiate in un mese. Un fenomeno globale, alimentato da content farm automatiche, che mina la fiducia pubblica e favorisce ingerenze straniere. Eppure, chi lavora nel fact checking viene accusato di censura: in realtà, spiega News Guard, si tratta di dare più contesto e più strumenti critici ai lettori. Preoccupante, infine, l’impatto dell’AI generativa: test su dieci chatbot hanno mostrato che fino al 40% delle risposte può contenere disinformazione. 

Alessandro Orsini “L’informazione italiana è corrotta. Siamo un satellite degli Stati Uniti” 

La presentazione di “Casa Bianca – Italia”, ultimo libro di Alessandro Orsini, ha confermato quanto il professore divida l’opinione pubblica: tra applausi e contestazioni, la libreria Feltrinelli di Roma era gremita. Nel volume Orsini sostiene che l’Italia viva in una condizione paradossale: libera ma immersa nella menzogna. Con esempi tratti dalla sua esperienza, accusa i media italiani di aver nascosto verità scomode sulla guerra in Ucraina e di difendere ciecamente le scelte della politica. Secondo lui, l’informazione nel nostro Paese non è autonoma, ma condizionata dal ruolo dell’Italia come “satellite degli Stati Uniti” e dal diffuso filoamericanismo che porta a pratiche di autocensura. Nel mirino Orsini mette figure simbolo del giornalismo mainstream: da Bruno Vespa, equiparato al propagandista russo Solovyev, a Federico Fubini del Corriere della Sera, accusato di raccontare una Nato “senza guerre” dimenticando Serbia e Libia. L’analisi sociologica che propone è tagliente: media e opinionisti diventano strumenti di propaganda, a prescindere dalla bandiera. Il suo messaggio, che divide e scuote, è chiaro: la crisi dell’informazione mina la fiducia dei cittadini. 

Dai pizzini ai criptofonini, dal dialetto ai codici: così il linguaggio della Mafia 2.0 diventa mistero 

Oggi, in Italia, il problema delle trascrizioni errate resta attualissimo. Il giudice Mario Conte (Tribunale di Palermo) parla di numerosi casi di carcerazioni basate su intercettazioni male attribuite, mentre il linguista Giuseppe Paternostro sottolinea quanto sia grave la sottovalutazione del tema nel nostro Paese rispetto agli Stati Uniti, dove i linguisti forensi collaborano stabilmente con i tribunali. Anche Antonio Del Greco (ex Omicidi di Roma) ricorda la necessità di competenze linguistiche specifiche: in passato, per esempio, si dovettero ingaggiare parlanti di dialetti cinesi per capire le comunicazioni di una banda. Parallelamente, il linguaggio criminale si è evoluto. Dai dialetti locali e dai pizzini dei boss come Provenzano e Messina Denaro, si è passati a messaggerie crittografate come Signal e Telegram, spesso inaccessibili senza malware o server “specchio”. I criptofonini sono ormai strumenti diffusi: telefoni con sistemi di criptazione avanzata, intercettabili solo con chiavi fornite da autorità straniere. Il carcere stesso è diventato un luogo di comunicazione e spettacolo: circolano cellulari condivisi e persino dirette TikTok, con detenuti che si improvvisano cantanti o influencer. Hashtag come #prisontok e #prisonlife trasformano i boss in personaggi pubblici, ribaltando la percezione esterna della criminalità organizzata e creando nuove forme di riconoscimento e rispetto virtuale. 

Armi senza controllo, l’ombra delle mafie sulla guerra in Ucraina 

Dopo l’invasione russa del 2022, migliaia di armi occidentali sono state inviate in Ucraina, ma senza un sistema di tracciamento efficace. Oggi cresce il timore che una parte di esse stia già alimentando il mercato nero internazionale. Il procuratore Nicola Gratteri avverte: «Armi capaci di distruggere un carro armato possono finire ai terroristi». La storia insegna: negli anni ’90 la ’ndrangheta acquistò arsenali provenienti dalla guerra in Jugoslavia, un precedente che rischia di ripetersi. Già Europol e Interpol hanno segnalato sequestri sospetti e la scomparsa di interi stock bellici dai radar. In Ucraina e nei Paesi confinanti le autorità hanno smantellato reti di trafficanti, ma la dispersione resta alta. Le mafie non vedono nelle armi solo strumenti di violenza, ma anche capitale da scambiare e simbolo di potere. Intanto il conflitto ha aperto un altro business: il mercato nero dei farmaci, con prezzi gonfiati da criminalità locali e internazionali. Il rischio maggiore però riguarda il futuro: quando arriveranno i fondi per la ricostruzione, le mafie ucraine e italiane saranno pronte a infiltrarsi. 

Manicomi criminali e lucide follie: quel sottile confine tra cura e impunità 

Gli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) nacquero nel 1800 per curare i criminali con disturbi mentali, ma spesso divennero luoghi di degrado e abusi. Tra gli anni ’70 e ’80, alcuni boss mafiosi usarono gli Opg come terreno per alleanze e strategie criminali. Le perizie psichiatriche venivano talvolta manipolate per evitare il carcere. La legge 81/2014 chiuse gli Opg e introdusse le Rems, strutture sanitarie con misure di sicurezza temporanee. Le Rems affrontano problemi di posti limitati e lunghe attese. Il principio della non imputabilità del folle tutela chi soffre davvero, ma può essere sfruttato dai criminali e mente l’istruzione carceraria può aiutare i giovani a riscattarsi, non incide sui boss strutturati. Maurizio Camellini racconta la differenza tra dolore reale e strategie mafiose negli Opg. La mafia usa la narrazione patologica per ottenere trattamenti di favore, senza cambiare il proprio status. La cultura profonda resta l’antidoto migliore alla manipolazione e alla perdita di identità. 

Oriana Fallaci, la voce che ha scosso il potere e scritto la storia del giornalismo 

Fallaci, giornalista e scrittrice che ha combattuto il potere con le parole. Per lei il giornalismo non è solo cronaca, ma interpretazione e impegno politico, sfida al sistema e guida per i cittadini. Attaccare il potere e avere nemici era per Fallaci segno di coraggio e autenticità professionale. Criticò il giornalismo industriale e l’influenza del capitalismo sull’informazione. Ogni sua opera era politica: scrivere era un atto di responsabilità civile. Si auto-esiliò dal 1991, tornando in pubblico solo dopo l’11 settembre 2001.
Rifiutò la politica partitica, pur ricevendo inviti a candidarsi, preferendo l’indipendenza. La libertà e la giustizia guidarono la sua vita e le sue inchieste, come quella sulla condizione femminile. Negli ultimi anni criticò l’Islamizzazione dell’Europa, suscitando moltissime posizioni contrastanti e l’associazione a destra. Non considerando che secondo Fallaci, destra e sinistra sono facce della stessa medaglia: un’unica lotta per il potere.

Fernanda la pioniera, i ricordi della prima donna a capo di una squadra  mobile: “Così picconai i muri innalzati dagli uomini” 

Fernanda Santorsola, oggi 91 anni, è stata la prima donna italiana a guidare una squadra mobile di polizia. Nel 1960 sfidò pregiudizi e resistenze familiari, sostenendo il concorso per entrare nella polizia femminile in un mondo quasi esclusivamente maschile. All’inizio non le veniva permesso di indagare e subì intimidazioni, ma la sua determinazione la fece rispettare dai colleghi. La svolta arrivò con il caso del “Mostro di Marsala”: la capacità di relazionarsi con le bambine scomparse fu fondamentale per individuare il colpevole. Per il suo impegno ricevette encomi e gli elogi di Cesare Terranova. Nel 1980 divenne dirigente della squadra mobile di Ancona, prima donna in Italia e in Europa a ricoprire quel ruolo. Nonostante oggi affronti difficoltà fisiche e visive, conserva una memoria straordinaria e il desiderio di ispirare. Con il suo libro, racconta la sua storia per incoraggiare le donne a lottare per i propri sogni. «Non arrendetevi», ripete, lasciando un messaggio di coraggio e determinazione. La sua vita resta esempio di forza e resilienza. 

La “guerra delle grucce”: Prato e la criminalità che minaccia il cuore dell’industria tessile italiana 

A Prato, cuore della moda italiana ed europea, è in corso la cosiddetta “Guerra delle Grucce”: una lotta tra gruppi imprenditoriali cinesi per il controllo del mercato degli appendiabiti e della logistica, segnata da violenze e intimidazioni. Il procuratore Luca Tescaroli denuncia episodi di incendi dolosi, aggressioni e attentati, collegati a un business enorme basato su evasione fiscale, lavoro irregolare e riciclaggio internazionale. Aziende “apri e chiudi” e il cosiddetto “chinese underground bank system” permettono di drenare milioni all’estero, creando concorrenza sleale. Dal 2022 a oggi, numerosi imprenditori sono stati aggrediti, picchiati o vittime di incendi nei magazzini. Tra le vittime ci sono persone sopravvissute a gravi pestaggi, altri feriti gravemente e un omicidio recente. Le forze dell’ordine indagano su collegamenti diretti con la Cina, mentre la criminalità continua a minacciare la stabilità economica della città. La vicenda mostra come l’illegalità e la violenza possano intaccare settori chiave dell’economia legale.

Tor Bella Monaca dalle macerie alla  rinascita: la battaglia di Mario Cecchetti e del suo Coloronda 

Per decenni Tor Bella Monaca è stata raccontata come una periferia problematica, ma dietro l’immagine negativa c’è una comunità che lavora per trasformarla. Il Chentro Sociale, nato nel 1993 dall’occupazione dell’ex fienile, è diventato un punto di riferimento per cultura, educazione e aggregazione giovanile. Dopo anni di lotte e bandi comunali, ha avviato progetti innovativi come Coloronda, la street art che coinvolge bambini e residenti, e murales simbolici che raccontano resistenza e identità. Il centro collabora con scuole,
istituzioni e servizi sociali, offrendo supporto educativo e legale, e svolge un ruolo di intermediazione tra comunità e politica locale. Nonostante il sostegno dei cittadini, le istituzioni spesso restano assenti o inefficaci, lasciando molte problematiche irrisolte. Tra le battaglie vinte: sicurezza stradale, tutela delle scuole e monitoraggio di progetti urbanistici discutibili. Mario Cecchetti individua tre priorità per il futuro: manutenzione degli alloggi popolari, riqualificazione degli spazi verdi e opportunità lavorative per i giovani.

Nell’Ungheria post-democratica nessuno spazio alla libertà di informazione 

Viktor Orbán governa l’Ungheria dal 2010, trasformando il paese con stabilità politica e crescita economica. Ma il suo successo ha un prezzo: la libertà d’informazione. Dal 2018, 470 media sono stati concentrati nella fondazione Kesma, strettamente legata al governo, riducendo drasticamente le voci indipendenti. Nelle campagne e nelle città, ogni canale mediatico trasmette messaggi politici uniformi, mentre le alternative sopravvivono a fatica a Budapest. La post-democrazia descritta da Colin Crouch sembra realtà: potere concentrato, cittadini poco partecipi e media sotto controllo. Fidesz mantiene una  maggioranza di 2/3, modificando leggi e costituzione a piacimento. I dati economici sorridono al governo, ma la libertà paga il conto. Balatonőszöd 2006 segnò la caduta della fiducia verso la sinistra, aprendo la strada al dominio di Orbán. Così l’Ungheria vive la stabilità, ma a scapito della pluralità, delle comunità. 

Ohana all’associazione #Noi: «Così a colpi di legalità insegniamo a combattere la mafia» 

“Ohana” è il nuovo spazio nel X Municipio di Roma, restituito alla legalità dall’Associazione #Noi insieme alla Uil. Situato nella pineta di Castel Fusano, in un edificio reso famoso da Carlo Verdone in Un sacco bello, il locale ospiterà il progetto di Management Antimafia. Qui i giovani impareranno a gestire attività confiscate alla mafia, combinando formazione teorica e pratica con 96 ore sul campo, guidati da esperti come Carlo Magni. L’obiettivo è trasformare legalità e impegno civile in opportunità lavorative concrete. I migliori partecipanti entreranno nelle strutture confiscate, creando un circuito virtuoso di posti di lavoro e competenze professionali. Massimo Coluzzi, presidente di #Noi, sottolinea che “Ohana” significa famiglia: nessuno resta solo nella lotta alla criminalità. Pierpaolo Bombardieri della Uil evidenzia il valore di un progetto che unisce formazione, occupazione e cittadinanza attiva. Federica Angeli definisce “Ohana” un modello da replicare in tutta Italia, dove legalità e lavoro si incontrano. 

“In Italia si spende poco per la sicurezza digitale, per questo siamo bersaglio del cybercrime” 

L’Italia è tra i bersagli preferiti del cybercrime, con il 7,6% degli attacchi globali nel primo semestre 2024, secondo il Clusit. La ragione principale? Una spesa troppo bassa in cybersecurity: solo 2,2 miliardi di euro, lo 0,12% del PIL, molto meno rispetto a Francia, Germania, Stati Uniti e Regno Unito. Il problema riguarda soprattutto piccole pubbliche amministrazioni e PMI, che hanno risorse limitate. Non si tratta solo di cultura digitale o competenze carenti, ma di fondi insufficienti per proteggersi. Gli attacchi arrivano sia dalla criminalità organizzata sia da gruppi più piccoli specializzati in phishing e truffe. Il rischio di punizione è basso perché è difficile risalire ai criminali e agire a livello internazionale. Per difendersi, piccole e medie imprese dovrebbero investire in strategie digitali sostenibili e affidarsi al cloud pubblico gestito da grandi provider, così da limitare i danni e aggiornare costantemente la tecnologia. 

Così i reati del web attaccano i giovani. Ma spesso proprio loro sono anche i carnefici 

Sempre più connessi, ma sempre più vulnerabili: tanti giovanissimi navigano sul web senza conoscere i rischi nascosti dietro ogni clic. Il cyberbullismo continua a colpire duro: nel 2023, il 45% degli studenti ha subito episodi online, con effetti devastanti su ansia, depressione e autolesionismo. L’intelligenza artificiale amplifica il problema, manipolando foto e video, spesso con contenuti pedopornografici, in crescita del 14% rispetto al 2022. L’adescamento online e la sextortion colpiscono soprattutto i 10-17enni, con 137 casi registrati nel 2023. Non ci sono solo vittime: molti giovani diventano anche carnefici, influenzati da disagi personali o dalla disinibizione digitale. La prevenzione è fondamentale: scuole e famiglie devono educare alla sicurezza online. La legge 71 del 2024 rafforza il ruolo educativo della scuola contro questi reati. Consapevolezza e formazione restano le armi più efficaci per proteggere i ragazzi. 

Ecomafie: il crimine silenzioso che inquina la giustizia ambientale 

Le ecomafie sono il cancro silenzioso che devasta il territorio italiano, dai rifiuti tossici all’abusivismo edilizio, con oltre 30.000 reati ambientali ogni anno. Secondo Legambiente, Campania, Calabria, Sicilia e Puglia sono le regioni più colpite, mentre il Lazio registra oltre 66.000 episodi tra traffico illecito di rifiuti e abusi edilizi. Roma emerge come nodo critico, con Malagrotta e la gestione inefficiente dei rifiuti, costretta a spedire tonnellate all’estero. Il progetto controverso dell’inceneritore del Giubileo solleva rischi sanitari e
ambientali, oltre a costi elevati per i cittadini. Nonostante le leggi più severe come la 68/2015, gli ecoreati restano un fenomeno diffuso e redditizio. Le associazioni ambientaliste, come Zero Waste Italy, denunciano i rischi e promuovono soluzioni sostenibili. Il contrasto alle ecomafie richiede non solo interventi repressivi, ma anche politiche lungimiranti di riduzione, riciclo e bonifica, per garantire un futuro più sano e sicuro per tutti.

Donne di mafia: lo stereotipo le vuole spettatrici passive, nella realtà sono le vere menti criminali dei clan 

La mafia non è un club di soli uomini: madri, sorelle e mogli giocano ruoli spesso sottovalutati ma decisivi. Spesso viste come passive, molte donne partecipano attivamente ai clan, trasmettendo valori criminali alle nuove generazioni e influenzando decisioni strategiche. Giusy Vitale, prima donna capo mandamento di Partinico, dimostra che il potere può essere al femminile. Ci sono poi le “madrine”, come Maria Rosa Campagna o Patrizia Messina Denaro, che gestiscono traffici di droga e dirigono clan. Molte donne diventano prestanome perfette per le aziende mafiose: meno controlli, meno sospetti e pieno controllo familiare. La loro posizione sociale conferisce rispetto e autorità all’interno dei gruppi criminali. Lo stereotipo della donna passiva ostacola la giustizia, permettendo ai clan di agire nell’ombra. 

“Il giudice e il boss”, così la lotta di Terranova contro Liggio è diventata un film

“Il giudice e il boss” di Pasquale Scimeca racconta la lotta di Cesare Terranova e del maresciallo Lenin Mancuso contro la mafia corleonese, fino al loro assassinio nel 1979. Il film mette a confronto il giudice, simbolo dell’antimafia giudiziaria, e Luciano Liggio, potente boss della cosca di Corleone. Scimeca, maestro del cinema verista, prosegue un percorso iniziato con “Placido Rizzotto”, concentrandosi sugli eroi che combattono la mafia, non sui criminali. Terranova anticipa Falcone e Borsellino, riconoscendo la mafia come organizzazione unitaria e istruisce processi fondamentali, purtroppo vanificati dall’impunità dei boss. Il regista denuncia come il cinema spesso “mitizzi” i mafiosi, offrendo invece modelli positivi come Lillo Zucchetto. 

Cybersecurity, Poletti: “Italia sotto attacco, aumentate le intrusioni  informatiche del 65%” 

L’Italia fatica a difendersi dagli attacchi informatici, e il cybercrime corre più veloce dello Stato in termini di competenze e investimenti. La scarsa cultura della cybersecurity nelle aziende e nella pubblica amministrazione amplifica il rischio: molti pensano che proteggere dati e reti sia inutile. Negli ultimi anni però ci sono stati passi avanti: la nascita dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale e leggi come la 90/2024 mirano a rafforzare le difese e regolamentare servizi cloud e infrastrutture critiche. I dati mostrano un aumento drammatico degli attacchi, con settori strategici come finanza e sanità spesso vulnerabili. Il problema non è solo tecnico: manca una vera consapevolezza e i fondi sono inferiori rispetto a Francia, Germania o USA. Anche le piccole imprese arrancano nella transizione digitale. Nonostante investimenti crescenti, il rischio resta alto e molte amministrazioni devono esternalizzare la sicurezza. La strada verso una protezione efficace è lunga e richiede cambiamenti culturali e strategici profondi. 

La legge bavaglio mai approvata che spaventa i governi 

Da anni in Italia si rincorrono leggi per limitare le querele bavaglio, senza mai arrivare a una reale protezione dei giornalisti. Il primo tentativo risale al 2012 con il ddl Costa, mai approvato, mentre emendamenti controversi come quello “anti-Gabanelli” generarono proteste immediate. Nel 2022 è arrivato il ddl Balboni, che elimina il carcere obbligatorio ma rischia di aumentare le multe e sospensioni, minacciando la libertà di stampa. Nel frattempo, il Regno Unito ha già risolto la questione con il Defamation Act, bilanciando libertà d’espressione e tutela della reputazione. Qui da noi, invece, le querele milionarie continuano a colpire giornalisti e piccoli editori. Federica Angeli sottolinea la necessità di regole chiare per ridurre l’impatto dei maxi-risarcimenti. La Commissione europea osserva preoccupata l’Italia, segnalando rischi crescenti e assenza di tutela legislativa. Senza riforme concrete, la libertà di stampa resta vulnerabile, intrappolata tra vecchie leggi e nuove minacce. 

La relazione Smuraglia non è più un mito: in un volume il dossier sulla mafia a Milano 

15 novembre 2024

Il mito di Milano come “capitale morale” è sopravvissuto a decenni di tentativi di decostruirlo, ma tra il 1990 e il 1992 il Comitato antimafia guidato da Carlo Smuraglia realizzò il primo dossier d’inchiesta sulla mafia a Milano. La relazione, depositata nel pieno di Mani Pulite, fu accantonata per le resistenze della politica, temendo di screditare l’immagine della città. Trentadue anni dopo, grazie a WikiMafia e all’Università degli
Studi di Milano, il dossier è stato finalmente pubblicato nel volume Mafia a Milano, presentato nel Palazzo Marino con la partecipazione di studiosi e rappresentanti istituzionali. Smuraglia e i membri del Comitato avevano indagato direttamente nei quartieri, ascoltando testimonianze e osservando i metodi della criminalità organizzata, anticipando la consapevolezza civile che sarebbe maturata decenni dopo. Il dossier
dimostra che a Milano la mafia non portava solo denaro, ma anche regole e modelli di potere. Pur ignorato dai sindaci dell’epoca, il lavoro del Comitato ha tracciato un solco nella coscienza civica. Smuraglia, giurista e presidente onorario dell’Anpi, incarnava l’impegno della società civile dentro e fuori le istituzioni.

Ddl Sicurezza, tra blocco stradale e stretta all’occupazione abusiva c’è chi grida “all’autoritarismo governativo” 

“Questo provvedimento è una svolta autoritaria e fascista da combattere”, tuona Angelo Bonelli di Alleanza verdi-sinistra durante la manifestazione a Roma del 25 settembre 2024 contro il ddl Sicurezza, che introduce nuovi reati e aggravanti suscitando critiche dalle opposizioni e dal mondo progressista. Tra le novità più contestate ci sono le pene per l’occupazione abusiva di immobili e i blocchi stradali da parte degli attivisti del clima, con arresti fino a sette anni. Il ddl prevede inoltre aggravanti per reati commessi in stazioni, metropolitane e treni, minacce a pubblici ufficiali, rivolte in carcere o nei centri di accoglienza per migranti e l’arresto in flagranza dei truffatori, suscitando attenzione tra i pendolari e la cittadinanza. Non mancano misure “identitarie”: viene vietata la lavorazione e distribuzione della cannabis light, vietato il possesso di Sim per migranti senza permesso di soggiorno e introdotte bodycam opzionali per le forze dell’ordine, con uno stanziamento di oltre 23 milioni entro il 2026. Il ddl Sicurezza è stato approvato definitivamente dal Senato il 4 giugno 2025, con 109 voti a favore e 69 contrari, scatenando proteste di Pd, M5S e Avs e soddisfazione della maggioranza, sostenuta dai sondaggi che indicano il 50% degli italiani favorevole al provvedimento, con percentuali più alte per misure contro truffatori e sfruttamento minorile. 

La mafia in Europa e i pochi strumenti per combatterla 

La mafia in Europa esiste e i suoi effetti sono sotto gli occhi di tutti: secondo la Commissione Europea, ogni anno 75 milioni di cittadini subiscono crimini legati alla criminalità organizzata. Per contrastarla, l’UE si affida all’Empact, un ciclo programmatico quadriennale che definisce le priorità di lotta, e all’Europol, che coordina attività transnazionali e fornisce analisi strategiche e cyber-intelligence. La criminalità organizzata prospera soprattutto nel traffico di droga, che rappresenta il 38% delle attività criminali, e nel traffico di esseri umani e migranti, che frutta miliardi di euro. Non mancano frodi fiscali, traffico di armi e crimini ambientali, fenomeni che minano l’economia e la sicurezza europea. Sandro Ruotolo, parlamentare europeo e giornalista antimafia, propone di istituire una commissione antimafia europea, indispensabile per combattere una mafia che si evolve con strumenti moderni come il dark web. La sfida è creare una risposta concreta e coordinata a un fenomeno sempre più globale e invisibile, prima che i danni diventino irreversibili.

Così la “migrazione sanitaria” abita in beni tolti alle mafie 

«Ho avuto tante soddisfazioni in 27 anni: tanti bambini non vogliono andare via perché dicono “Questa è casa mia”», racconta Fiorella Tosoni, presidente dell’associazione Andrea Tudisco, fondata insieme al marito Nicola dopo la morte del loro figlio Andrea. L’associazione trasforma beni confiscati alla mafia in case per famiglie che si trasferiscono a Roma per curare bambini malati all’ospedale Bambino Gesù. La permanenza media delle famiglie va dai tre mesi ai due anni, e ogni casa ha un nome scelto dai bambini. Il piccolo Nido, ad esempio, era un’ex raffineria della banda della Magliana, ristrutturata con fondi pubblici. Una nuova struttura, inaugurata il 29 settembre, è nata su un bene legato a una storia drammatica, ma Fiorella guarda al futuro: «Qui ci saranno bambini che inizieranno un percorso di cura». Gestire tutto non è semplice: molte famiglie lasciano il lavoro e affrontano spese importanti. L’associazione riduce i costi del Servizio Sanitario Nazionale grazie alle terapie domiciliari e al day hospital, ma, come sottolinea Fiorella, «non c’è un riconoscimento da parte delle istituzioni». Nonostante le difficoltà, la missione resta chiara: offrire ai bambini e ai genitori un rifugio sicuro e pieno di speranza. 

Rai, la lunga storia di una tv di Stato usata dal potere 

Si parla spesso di “TeleMeloni”, per indicare un presunto controllo del governo sulla Rai, ma la storia insegna che politica e televisione pubblica in Italia sono sempre state intrecciate. Dal 1954 al 1975, spiega Giulia Guazzaloca, la Rai era culturalmente vivace, ma le posizioni di vertice erano affidate soprattutto alla Democrazia Cristiana e, con l’avvento di Dc e Psi, si consolidò la pratica della “lottizzazione”, la spartizione del potere mediatico tra partiti. Nel 1975 la legge 103 trasferì le nomine a una commissione parlamentare, includendo anche il Partito Comunista, ma la logica rimase la stessa: spartirsi le reti. Con la Seconda
Repubblica, tra il 1992 e il 1994, i partiti si indebolirono e la Rai iniziò a fare affidamento su dirigenti legati alle maggioranze di turno, senza una classe dirigente stabile. Oggi, casi come quello di Scurati riportano il tema del controllo governativo, ma la censura non è una novità: già negli anni Cinquanta e Sessanta Ugo Tognazzi, Raimondo Vianello, Dario Fo e Franca Rame furono estromessi per battute o denunce scomode. L’“editto bulgaro” del 2002 contro Biagi, Santoro e Luttazzi mostra che l’influenza politica sulla tv pubblica è sempre esistita, anche con governi diversi da quello attuale.

Giustizia e informazione: la proposta di una carta etica per regolamentare il rapporto 

Il rapporto tra media e potere giudiziario in Italia è sempre stato stretto, ma negli ultimi anni ha suscitato critiche crescenti. Al convegno “Etica e Giustizia”, Francesco Greco del Cnf ha proposto una carta deontologica per regolare il legame tra giornalismo e magistratura e offrire un servizio migliore ai cittadini. Il punto di partenza storico è il 1992, con l’inchiesta Mani Pulite: i pm e i giornali divennero protagonisti insieme, alimentando fiducia eccessiva e processi mediatici, come nel caso del giornalista Enzo Carra. Oggi, però, la fiducia nella magistratura cala: oltre il 50% degli italiani non si fida del potere giudiziario, secondo Eumetra, tra scandali interni e percezione di arroganza e giustizialismo. La proposta di una carta etica comune ha trovato consensi ma anche scetticismo: Hoara Borselli invita a una riforma più radicale, riducendo poteri come gli arresti preventivi, le intercettazioni e prevedendo responsabilità civile dei magistrati. 

Decreto intercettazioni Nordio, tra la difesa del “terzo escluso” e una cronaca giudiziaria scritta dai giudici 

La Camera ha approvato il decreto Nordio con 199 voti a favore e 102 contrari, introducendo modifiche importanti nel sistema giudiziario italiano, in particolare sulle intercettazioni e la tutela dei soggetti estranei alle indagini. Secondo la riforma, non potranno più essere pubblicate intercettazioni irrilevanti o di persone non coinvolte, e il giudice dovrà eliminare le parti non pertinenti. Il mondo dell’informazione contesta la norma: Graziella Di Mambro di Articolo 21 teme che il giornalista perda autonomia, affidandosi al riassunto dei pm, a scapito della cronaca fedele. La maggioranza difende la legge, sostenendo che tuteli privacy e presunzione d’innocenza, senza limitare le intercettazioni nei reati gravi, come mafia o violenza sui
minori. Opposizione e giornalisti parlano di “bavaglio mediatico” e di rischio di sospetti infondati.
L’emendamento Costa, approvato successivamente, vieta la pubblicazione testuale delle ordinanze di custodia cautelare, lasciando solo il riassunto. Molti esperti denunciano come questa misura possa compromettere il diritto dei cittadini a essere informati, pur riconoscendo la necessità di proteggere i terzi estranei ai procedimenti.