Viaggio tra case occupate, baby pusher, politica e divise sporche: il volto sommerso della droga a Pomezia 

Viaggio tra case occupate, baby pusher, politica e divise sporche: il volto sommerso della droga a Pomezia 

«A Pomezia, se vuoi entrare nel giro, basta conoscere uno che fuma le canne. È lui che ti porta dalla fonte, ed è così che inizi a spacciare». Manuel – nome di fantasia – ha vent’anni e ha lasciato lo spaccio poco più di un anno fa. Quando accetta di incontrare #Noi Antimafia, chiede subito l’anonimato. Il suo racconto apre però uno squarcio su un fenomeno inquietante: giovani che da semplici consumatori diventano parte attiva di un piccolo sistema di distribuzione. 

Piazza Indipendenza

La piramide 

Manuel descrive il giro della droga come una piramide: una struttura con ruoli precisi, che parte dal semplice consumatore e arriva, gradualmente, fino alla cosiddetta “fonte”, cioè chi controlla il traffico. Basta frequentare persone che fanno uso di sostanze stupefacenti per essere introdotti in poco tempo nei meccanismi del mercato. «Si inizia sempre provando, non puoi arrivare alla fonte senza aver preso qualcosa da chi c’è sotto – ha detto Manuel – All’inizio devi solo conquistare fiducia e se dimostri che sai maneggiare tanto denaro, entri nel giro. Lo spacciatore continua la sua attività perché c’è il passaparola». E così anche un minore, secondo Manuel, può iniziare a guadagnare cifre importanti, anche nell’arco di una sola settimana. 

Via Ugo La Malfa 

Il suo racconto trova conferma nei recenti fatti di cronaca. Nel gennaio 2025, tre persone sono state arrestate in una delle piazze di spaccio più attive di Pomezia, quella di via Ugo La Malfa. Tra loro, un ragazzo di appena 17 anni, i carabinieri gli hanno sequestrato con 27 grammi di cocaina, 2 di hashish e circa 200 euro in contanti. Addosso aveva un mazzo di chiavi che ha portato gli investigatori a un secondo appartamento, dove sono stati sequestrati oltre 3.000 euro, sempre in contanti. L’operazione conferma il racconto di Manuel che dipinge un modello criminale ben organizzato. Nessuna banda unica al comando, ma una rete fluida e autonoma, con regole non scritte che tutti sembrano rispettare. Ogni zona ha i suoi referenti, i suoi clienti e i propri confini. Le piazze di spaccio sono tre: via Fellini (il quartiere “SMA”), via Ugo La Malfa (nel quartiere popolare “167”) e piazza San Benedetto. Ognuno fa i suoi affari, senza pestarsi i piedi. 

Quartiere 167 (via Ugo La Malfa)

Il racket tollerato 

Racconta Manuel che, a braccetto con la gestione dello spaccio, c’è quella del racket delle case popolari: alloggi del Comune occupati senza troppi controlli, utilizzati poi per lo spaccio di sostanze, in particolare appunto nel quartiere di via Ugo La Malfa. Un tacito accordo tra controllori e controllati che la nostra fonte indica come un rapporto dare-avere con chi sa ma finge di non sapere: tollerare l’illegalità in cambio di voti. Gli episodi di compravendita di voti a cui fa riferimento sarebbero avvenuti durante le ultime elezioni comunali, quelle del maggio 2023. «A me ha dato cinquanta euro per votarlo – dice il ragazzo – era uno del centrodestra». Accuse gravissime che il nostro giornale non è in grado di dimostrare. Racconta Manuel che un candidato – di cui non vuole fare il nome – si sarebbe presentato nel quartiere di via Fellini distribuendo denaro in cambio di voti. Lo stesso quartiere dove, secondo Manuel, ci vogliono solo cinque minuti per trovare qualcuno che spaccia. 

Il sistema delle case fantasma 

Quello di via Fellini è, però, un quartiere già finito sotto i riflettori: nel 2021, una maxi operazione condotta dalla polizia locale su delega della procura di Velletri ha portato alla denuncia di 45 persone per occupazione abusiva. L’intervento ha interessato 121 appartamenti di edilizia popolare e ha portato all’identificazione di 243 persone. Uno degli esercizi commerciali controllati nella zona fu sequestrato perché trasformato illegalmente in abitazione. È ancora il nostro Virgilio a raccontare che le famiglie sono rimaste negli alloggi assegnati loro nel passato, trasformando lo spaccio in una consuetudine tramandata di generazione in generazione. Proprio questi stabili occupati renderebbero difficile l’intervento delle autorità: quando si effettua una perquisizione a casa di uno spacciatore, spesso non si trova nulla. La merce è già stata spostata in un’altra abitazione abusiva, dove potrebbe trovarsi un altro ragazzo incaricato di vendere. 

Voci di “divise sporche” 

Ancora. Secondo Manuel, a garantire protezione alla rete di spaccio ci sarebbero anche alcune “divise sporche”. In via Ugo La Malfa tutto avviene all’interno delle abitazioni di chi comanda, dove i pusher vengono sistemati con cura: «Tu vai, citofoni, sali, ti fai una chiacchierata e ti prendi la droga». Manuel, citando terze fonti della palestra che frequenta, racconta che chi sta al vertice scarica la responsabilità sui pusher più giovani per evitare arresti: «I ragazzini perché sono comodi? Perché sono tanti, facilmente influenzabili, e li si convince in fretta di vivere la vita di un vero criminale, mentre tutto accade all’insaputa delle famiglie. Così il “pesce grosso”, pur di salvarsi, sacrifica i “pesci piccoli, lasciando intatto il sistema. Pure io per non finire nel giro stavo sempre con i pesci grossi, magari gli offrivo un passaggio o cose del genere. Le guardie li fermano, questi fanno il nome di uno dei pesci piccoli e stanno a posto così. Lo spacciatore è tranquillo e la guardia si fa più arresti in tutto. Queste cose le so perché una di queste divise viene in palestra con me». 

Il vuoto che riempie le piazze 

Secondo Manuel, però, uno dei problemi più profondi resta la scuola. Al di là delle case occupate, delle protezioni e della politica ambigua, è lì che si aprono – o si chiudono – le prime vere possibilità. La scuola, dice, spesso non informa davvero sugli effetti della droga né su ciò che comporta entrare in certi giri. Manca un racconto concreto, capace di parlare davvero ai ragazzi. E, una volta finiti gli studi, le opportunità scarseggiano. Chi esce da quei banchi – soprattutto in certi quartieri – si ritrova senza alternative, facile preda di chi promette soldi facili e rispetto immediato. Parole amare, che chiudono un racconto tosto ma necessario. Perché dietro i piccoli spacciatori, crescono spesso grandi assenze.