Operazione Betulla, il podcast che racconta il “gioco” della ‘ndrangheta in Piemonte 

Operazione Betulla, il podcast che racconta il “gioco” della ‘ndrangheta in Piemonte 

La mafia non esiste. Lo si diceva ancora, nonostante le stragi, lì dove si credeva che la mafia fosse confinata nelle terre di cosa nostra e della camorra. Se ne era però soprattutto convinti dove si credeva – e non di rado si pretende ancora – che la criminalità organizzata non arrivasse. Lo si ripete – colpevolmente – ancora oggi. Eppure, a dare la picconata definitiva a questa pericolosa convinzione, era già arrivata un’operazione che ha ormai compiuto più di trent’anni. Nota con il nome di “Operazione Betulla”, l’indagine avviata il 1° giugno 1994 ha aperto il vaso della pervasività della camorra nella provincia di Verbano-Cusio-Ossola (Piemonte). Sarebbe nota, si diceva, perché in realtà è stata spesso rimossa, non solo nella memoria collettiva. A colmare questo vuoto ci pensa un accurato podcast in otto puntate uscite tra il 27 aprile e il 3 giugno dall’eloquente titolo: “Operazione Betulla. La mafia al nord non esiste”. 

Arianna Giannini Tomà

La mafia a Domodossola 

Il podcast ricostruisce la scoperta della presenza della ‘ndrangheta nella città di Domodossola, lungo il confine con la Svizzera. Un’infiltrazione così radicata da aver portato allo scioglimento del consiglio comunale, allora in quota socialista, che ha evitato per un soffio – con le dimissioni di ventisei consiglieri su trenta – lo scioglimento per mafia del primo comune del Nord. Le prime avvisaglie furono colte dal giovane commissario dei carabinieri Giuseppe De Matteis appena arrivato da Gallipoli (Puglia), che notò per caso in un bar un gruppo di calabresi giocare a “Padrone e sotto”, gioco di carte con cui le mafie attribuiscono e cementano i ruoli al loro interno. De Matteis apprese il significato di quel gioco dalla propria esperienza personale, elemento che il podcast (prodotto da Podstar) usa sapientemente, insieme alle storie di quasi tutti i suoi protagonisti, intrecciandole con quelle della giornalista ossolana Arianna Giannini Tomà, che ha curato la costruzione, la scrittura e la narrazione del progetto. 

Le voci degli abitanti 

L’origine della giornalista è tutt’altro che un dettaglio. Il suo legame con il territorio è uno dei punti di maggior interesse del podcast. Oltre alle testimonianze di forze dell’ordine, avvocati e addetti ai lavori, trovano spazio le voci senza filtri degli abitanti della città di Domodossola, cuore dell’operazione e della penetrazione della ‘ndrangheta nella Val d’Ossola. Sono proprio i familiari dell’autrice a offrire preziosi squarci di lucidità, tracciando la fisionomia di un territorio da proteggere da molti pregiudizi, compresi quelli sulle presunte marginalità dei quartieri periferici che, ancora, infestano il discorso pubblico quasi ovunque. Quartieri dove, tuttavia, improvvisamente in una notte di giugno hanno suonato le sirene, e gli ossolani hanno visto arrestare gli amici di una vita, esultando il giorno dopo al bar –racconta Giannini Tomà – non tanto per la vittoria della giustizia, quanto per l’impressione di vedersi raccontati in tv: un atteggiamento comune a tutte le periferie, soprattutto quando si scoprono protagonisti di un discorso nuovo. Come, ad esempio, quello sulla mafia come seme. 

Vincere il nemico con la sua stessa arma 

L’interesse di questo appassionato e ben orchestrato lavoro, con le musiche originali di Antonio Mezzadra, Alfredo Carlone e Matteo Mucavero, sta infatti nell’approfondimento che allarga lo sguardo oltre le vicende giudiziarie, maturate utilizzando “la stessa arma del nemico, l’oscurità”, con agenti disposti fra le betulle, producendo poi, nel giro di una manciata d’anni, 26 arresti e poi 13 condannati. Giannini Tomà mette al centro il clima di assoggettamento, intimidazione e omertà dentro cui si può oggi facilmente riconoscere, al nord ancor più che al sud, la vera definizione del concetto di mafia. A definire il quadro della situazione nelle agili puntate del podcast, intervengono tra gli altri anche il commissario Veri, che prese il posto di De Matteis negli anni in cui l’operazione venne a concretizzarsi, e la procuratrice Patrizia Caputo. Figure chiave di questa storia dimenticata, quasi quanto la voce a cui si deve il cono di luce gettato sulla ‘ndrangheta ossolana, il pentito Francesco Nucera: una novità in una delle mafie dove sono storicamente meno numerosi i collaboratori di giustizia. 

Un racconto prezioso 

La narrazione di “Operazione betulla” è preziosa non solo per recuperare una vicenda dimenticata, ma anche per scuotere l’ascoltatore dalle sue rassicuranti certezze. Serve a interrompere il “clamoroso calo d’attenzione” da cui le mafie stanno traendo vantaggio, soprattutto nell’opinione pubblica del Nord, dove spesso manca la percezione dell’urgenza sociale. C’è chi, come Giannini Tomà, ha messo a disposizione la propria dedizione al giornalismo, con tutta le difficoltà che comporta oggi, riconoscendo il valore civile di occuparsi di mafia, anche quando non lo si era mai fatto prima. Grazie a questi cronisti, e al lavoro di forze dell’ordine e magistrati non possiamo più guardare all’invasione delle mafie al nord come si guardava ai meridionali trasferitisi lì o con gli stranieri d’oggi, cioè come una sorta di invasione aliena. Se infatti questo podcast analizza acutamente anche le motivazioni profonde dell’espansione delle mafie al nord, che si intrecciano con le ragioni storiche che accompagnano le disuguaglianze tra porzioni di territorio, né l’uno né l’altro tema possono oggi essere guardate con distanza o, peggio, con disprezzo. Quella di Domodossola, con la sua vita tranquilla e i suoi diciassettemila abitanti, potrebbe essere la storia di ogni paese. L’analisi che prende la gran parte dell’ultima puntata è spietata e meritoria, nel suo realismo: diversamente da quanto si vorrebbe, “il nemico non è stato sconfitto, né nell’Ossola né altrove” e per questo è essenziale cominciare a conoscerlo, anche così.