“La storia di Falcone e Borsellino funziona meglio senza mitizzazione e retorica”: ne è convinto Francesco Oggiano, giornalista di Fanpage. Ed è questo grado di umanità autentica che aggiunge, nel suo podcast “Cosa resta”, alla ricostruzione delle vite dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ne coglie e ne fotografa le pieghe dietro il mito: la barba di Borsellino che il barbiere di una vita gli stava sistemando mentre gli arriva la notizia della strage di Capaci, e l’asciugamano strappato di dosso per raggiungere in ospedale l’amico di una vita, che gli morirà tra le braccia poco più tardi.

Divertirsi nei momenti bui
Una storia, la loro, iniziata da bambini, a trecento metri di distanza; e proseguita in parallelo: a dividerli solo le idee politiche e la passione di Falcone per le papere, che collezionava e che Borsellino si divertiva a sequestrargli, allegando “pizzini” di divertita estorsione, e restituendogli poi con bordate di ironia spietata: “vuoi cacciare i mafiosi e non trovi una papera?” Erano questi, del resto, i modi in cui era concesso di divertirsi – racconta nel podcast lo storico collaboratore dei magistrati, Giovanni Paparcuri – nei giorni in cui prendevano forma le migliaia di pagine di indagini e istruttorie che ne avrebbero fatto gli emblemi della lotta alla mafia, e gli iniziatori di un metodo che, ancor oggi e forse più di allora, resta quello essenziale per trovare i mafiosi e colpirli in ciò che davvero li tocca: follow the money, segui i soldi. Perché magari la droga sparisce, dice Falcone, ma i soldi no.
Il tempo in cui “mafia è una parola di bellezza”
Per contrastare la mafia, però, bisogna capirla, e in questo il lavoro di Oggiano, che al podcast presta, oltre la penna, anche la voce, è prezioso nel ricostruire la storia, fuor di mitologia, dell’affermazione della mafia soprattutto in Sicilia. Una storia che trova una chiave di volta in coincidenza con lo sbarco alleato: alla guida delle città ci sono da sostituire i podestà decaduti col regime e gli uomini della mafia sono lì, fin da allora, a colmare il vuoto. Emerge da lì, la fama di figure come Don Calò, Calogero Vizzini, cui per vedersi riconosciuto il ruolo di sindaco è sufficiente essere autorevole e non fascista, e poco importa che si tratti di un capomafia. E del resto – illumina Oggiano, con le parole del boss Luciano Liggio durante il Maxiprocesso – si era in un tempo in cui “mafia è una parola di bellezza”, e di una ragazza dal fascino naturale si dice che è “mafiosetta”.
Il teatro dell’orrore
Quella che Oggiano ricostruisce è una galleria di ritratti solo in apparenza laterali, come quello di Alfonso Giordano, giudice che non si era mai occupato di diritto penale e nonostante questo ha avuto il coraggio di assumersi il compito di presiedere la corte del Maxiprocesso, esercitandosi per mesi con lo yoga per scandire, senza prendere fiato, nomi e condanne. Imponendo, con la sua garbata fermezza, un tono di voce a quelli che, nella sintesi di Oggiano, furono ventidue mesi di “magnifica teatralità”. Dentro l’aula Bunker del carcere dell’Ucciardone (Palermo) infatti, il 10 febbraio 1986, si alza il sipario sugli equilibri di potere della mafia, specchiati anche dai posti a sedere dentro le gabbie: un teatro dell’orrore attraverso cui i giudici e con loro tutto il pool antimafia intendevano far entrare i segreti della mafia nelle case degli italiani.
L’attestato “di esistenza” della mafia
Un gioco delle parti in cui travestiti da agnelli stanno i mostri: gli accusatori, come il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta, mosso dalla vendetta verso chi gli ha sterminato la famiglia, e gli accusati, come Michele Greco, che per mostrare il loro potere fanno uccidere un bambino, figlio di chi puliva l’aula. Nel distanziarsi da questo crimine, pronunciare le parole “noi condanniamo” segna l’atto stesso dell’emersione della mafia, offrendo un attestato di esistenza a ciò che finora le loro regole pretendevano si negasse. E che, in quei decenni, fa saltare in aria parti di Sicilia e le vite di chi la difende, a cui resta nell’orecchio, dopo le esplosioni, come a Capaci e in via D’Amelio, il suono dei pezzi d’asfalto che ricadono facendo il rumore della pioggia.
Delegittimazioni, attentati e depistaggi
E poi il fragore del silenzio, della solitudine in cui vengono lasciati i due giudici, uccisi dalla delegittimazione prima che dal tritolo, dallo sgarbo di colleghi nominati per anzianità al posto di Falcone alla superprocura di Roma, o dall’angoscia che spingerà Borsellino, all’indomani del 23 maggio, a dire ai colleghi: “chi vuole può andare, per chi resta il futuro è questo”: un futuro lungo un’estate. Fatto di rabbia e tenerezza, mistero e gesti d’affetto, ma anche di depistaggi: come quello di Vincenzo Scarantino, mafioso di piccolo cabotaggio che si autoaccusa della strage di via d’Amelio salvo essere ritenuto non credibile soltanto dopo 15 anni e dopo aver accusato 8 innocenti.
Il tempo dei cambiamenti
Scarantino aveva disseminato la propria collaborazione, o presunta tale, con la giustizia, di un impasto grottesco di verità e menzogne tra cui trova spazio anche quella di aver fornito, mensilmente, chili e chili di stupefacente a Silvio Berlusconi, allora in rampa di lancio politica. Si era infatti, allora, alla vigilia di un mutamento. Alla rivoluzione della politica, tra mani pulite e l’ascesa di Forza Italia, si accosta infatti anche quella della mafia: se quella di Totò Riina colpisce in Sicilia, contro le persone, quella di Bernardo Provenzano, nel 1993, colpisce fuori, il patrimonio artistico e culturale, mentre forse solo un problema tecnico salva il Paese da una strage allo Stadio Olimpico di Roma.
Cosa resta di Falcone e Borsellino
Da queste radici sorge la mafia di oggi, superata dalla ‘ndrangheta calabrese ma che ormai da decenni ha scelto la via dell’inabissamento e preferito l’economia alle bombe. Tuttavia, di Falcone e Borsellino e di chi come loro la combatte ogni giorno, quel che resta è l’esempio: non retorico, non superomistico: ma la pratica quotidiana di un altro modo di agire, in un mondo, il nostro, in cui “La mafia è un alibi per non fare il proprio lavoro”. Per avere, anche, la capacità di calarsi nel presente, e riflettere sugli strumenti che proprio Falcone e Borsellino hanno lasciato in eredità e su cui, oggi, ha senso interrogarsi.
La voce dei carnefici
Illuminante, in questo senso, l’episodio speciale del podcast in cui, per la prima volta, si dà voce ai carnefici, per raccontare, dall’interno, cosa significa vivere sotto il regime di 41bis, che oggi, oltre i mafiosi, vede condannato anche l’attivista politico Alfredo Cospito: riflessioni che si tengono insieme come esercizio di complessità: unite dalla consapevolezza che conoscere il contesto è l’unica via per decodificare il reale.

