Giovanni Brusca è un uomo libero. C’è stato spazio solo per la rabbia e lo sgomento il 5 giugno 2025, quando in tutta Italia è stata diffusa la notizia della liberazione dello “scannacristiani”, come lo definivano i suoi stessi sodali, avvenuta appena quattro giorni prima. L’ex mafioso, braccio destro di Totò Riina, è uno dei volti più spietati della mafia stragista, autore di ben 150 omicidi tra quelli ordinati e commessi direttamente. Amarezza e delusione arriva dalla maggior parte dei familiari delle vittime di mafia, che non riescono ad accettare il fatto che gli unici a dover scontare l’ergastolo sono loro, che non rivedranno più i loro cari. Ma se oggi è un uomo libero è perché Falcone – il magistrato che Brusca ha ucciso – ha fortemente voluto la legge sui collaboratori di giustizia. Prima di entrare nella questione vediamo chi è Giovanni Brusca e quali sono i crimini di cui si è macchiato durante la sua attività criminale. La lista è lunga, tanto che, come ammesso dallo stesso boss al giornalista Saverio Lodato, “neanche io riesco a ricordare i nomi delle persone che ho ucciso”.
Una vita criminale
Nato in una famiglia mafiosa, Giovanni Brusca è stato subito arruolato IN cosa nostra. È tra gli anni Settanta e Ottanta che la sua furia omicida ha avuto inizio: nel 1977 ha partecipato all’uccisione di Giuseppe Russo, colonnello dei carabinieri, e del suo amico Filippo Costa, con cui stava passeggiando a Ficuzza (Corleone). Nel 1983 è stato uno degli uomini che ha preparato la bomba che costò la vita a Rocco Chinnici, magistrato e ideatore del pool antimafia, una squadra che aveva il compito di rendere più efficiente la lotta alla criminalità organizzata. Nello stesso anno, è stato l’autore dell’omicidio del capitano dei carabinieri Mario D’Aleo e di due suoi colleghi: Giuseppe Bommarito e Pietro Morici.
Ma è il 23 maggio 1992 che la spietatezza di “O Verru” (il maiale, uno dei suoi soprannomi) è diventata protagonista delle cronache nazionali. È stato quello il giorno in cui un’autobomba fece esplodere a Capaci (Palermo) la macchina del magistrato Giovanni Falcone, uccidendo insieme a lui la moglie, Francesca Morvillo, e i suoi agenti di scorta: Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo. Fu proprio Brusca a premere il pulsante che azionò quei 500 chili di tritolo. Ma non finisce qui: il suo nome sta anche dietro la strage di via D’Amelio in cui morì Borsellino e le altre che nel 1993 hanno terrorizzato Milano, Roma e Firenze.
L’omicidio di Giuseppe Di Matteo, l’apice dell’orrore
Il punto massimo della sua crudeltà si è mostrato con il rapimento del piccolo Giuseppe Di Matteo, di appena dodici anni, a dispetto del falso luogo comune che un picciotto d’onore mafioso non uccide donne e bambini. Il 23 novembre del 1993, in un maneggio di San Giuseppe Jato (Palermo), il ragazzo venne rapito per spingere il padre, Santino di Matteo, a fermarsi dalla collaborazione che aveva iniziato con la magistratura. L’agonia del giovane durò 779 giorni, che ha trascorso in isolamento sballottato da una parte all’altra della Sicilia, tra le province di Palermo, Trapani e Agrigento. L’11 gennaio 1996 il suo calvario è finito con una brutale uccisione: prima è stato strangolato e poi il suo corpo è stato sciolto nell’acido. È stata l’ennesima brutalità che porta il nome di Brusca.
Cattura, collaborazione e libertà
È finita il 20 maggio del 1996 la latitanza del boss, arrestato mentre era in una villetta insieme al fratello nella frazione a Cannatello (Agrigento). Fu solo l’inizio però di un percorso travagliato che ha visto “O verru” collaborare con la giustizia, che all’inizio si rivelò falsa. Successivamente però, nel 2000, questo patto con lo Stato ha iniziato a portare i primi frutti: molte sono state le informazioni fornite sull’attentato a Rocco Chinnici e sulla morte del vicequestore Ninni Casarà. Dopo aver scontato 25 anni di carcere duro e quattro anni di libertà condizionale, dal 1° giugno 2025 Giovanni Brusca è un uomo libero.
La legge sui pentiti
Lontano dalla Sicilia e con una falsa identità, l’ex boss sarà ancora tutelato dal programma di protezione dello Stato. La sua scarcerazione è frutto della legge n. 82. del 15 marzo 1991, provvedimento che prevede degli sconti di pena e benefici in sede di processo per chi decide di collaborare con lo Stato. Proprio Giovanni Falcone ha voluto questa norma, convinto com’era dell’importanza dei collaboratori di giustizia per portare avanti le indagini di mafia.
Successivamente è stata poi introdotta la legge n. 45 del 13 febbraio 2001, che ha perfezionato la precedente distinguendo testimoni e collaboratoti di giustizia: i primi, a differenza dei secondi, non hanno mai fatto parte di organizzazioni criminali.
Pietro Grasso, ragione e preoccupazione
“Lo so, la prima reazione alla liberazione di Brusca è di rabbia, indignazione e amarezza. Lo è per tutti, anche per me – ha detto Pietro Grasso, già presidente del Senato ed ex magistrato, in un video registrato dall’agenzia Vista – Però ci dobbiamo fermare a ragionare. Questa legge sui collaboratori l’ha voluta Falcone, e grazie a questa siamo riusciti a sterminare la cupola mafiosa di Riina, Provenzano, Messina Denaro, che ha compiuto centinaia di omicidi e ha insanguinato l’Italia. Lo Stato ha vinto tre volte: la prima quando lo ha catturato, la seconda quando lo ha convinto a collaborare e la terza quando rispetta la legge di Falcone”. Le sue parole, pronunciate non senza un pizzico di amarezza, riportano indietro a quelle di Falcone, che definiva i pentiti «un male necessario, una delle poche armi che abbiamo per smontare la mafia dall’interno», come si legge nel libro-intervista al magistrato “Cose di cosa nostra”, scritto da Marcelle Padovani. Nonostante tutto però, l’ex presidente del Senato non ha nascosto i suoi timori: “Quello che mi preoccupa è la possibilità che i mafiosi che non collaborano possano, con i primi permessi premio, incominciare a realizzare un percorso per sfuggire all’ergastolo senza collaborazione”.
Luciano Traina, la rabbia di un fratello
Cosa possono pensare i familiari delle vittime della liberazione di un criminale come Brusca? Lo ha raccontato a #Noi Antimafia Luciano Traina, fratello di Claudio Traina, uno degli agenti di scorta di Paolo Borsellino uccisi in via d’Amelio il 19 luglio 1992. Luciano Traina è stato anche uno degli uomini che ha partecipato all’arresto del boss.
“Davanti a una sentenza cosa posso dire? Da familiare di una vittima di mafia, penso che sarebbe dovuto rimanere in carcere a vita – ha detto Traina – questo è il frutto di una legge che ha voluto il dottor Falcone, però poteva essere valida trent’anni fa. E le leggi, come lei sa, si possono cambiare”. “Ad oggi molte verità non sono uscite, ma lui è fuori. Noi invece, che abbiamo perso fratelli, figli e mariti, dovremo scontare l’ergastolo a vita – ha continuato Traina- Umanamente non concepisco questa cosa. Si sta dicendo che è stato scarcerato, ma in realtà lui era in libertà vigilata, e con i vari sconti di pena ha passato soltanto 25 anni in carcere”. Guardando alle future generazioni, con cui Luciano Traina dialoga nelle scuole per raccontare la sua storia, la domanda che si pone è come spiegherà a bambini e ragazzi la liberazione di un criminale così feroce. Non senza dubbi e perplessità, Traina è arrivato a una conclusione: “Per spiegare questo strano fatto di cronaca bisogna raccontare cos’è accaduto in trent’anni”. Mentre ha parlato dei suoi dubbi e ha richiamato a fatti storici, non è mancato un pizzico di pessimismo. “Adesso, alla mia età, sono convinto che morirò senza sapere la verità”. Così ha concluso.

