Nell’era dei social, combattere una guerra a colpi di propaganda non è mai stato così semplice. Un’arma micidiale, se abbinata a un uso massiccio dell’intelligenza artificiale, che oggi assume una dimensione mai vista prima. Lo sanno bene i protagonisti della guerra in russo-ucraina che, all’indomani del 24 febbraio 2022, hanno imbracciato non solo fucili, ma anche tutti i mezzi per poter fronteggiare una “guerra ibrida”, combattuta con strumenti non convenzionali, a partire dalla propaganda. Come se non bastasse il caos creato da bombe e missili, anche le fake news hanno iniziato a colpire le case dei civili, facendo danni che sono ancora difficili da quantificare.
Il termine “propaganda”
«La parola “propaganda” ha due sfumature: una legata alle esperienze totalitarie di manipolazione delle informazioni e un’altra più vicina al significato etimologico, che riguarda la diffusione di conoscenze per aggregare, soprattutto in ambito politico». Questo ha spiegato a #Noi Antimafia Paola Marsocci, professoressa di diritto costituzionale dell’università La Sapienza di Roma. Nonostante il termine risalga almeno alla fine del ‘700, le sfide odierne nel contrastare la disinformazione sono inedite, soprattutto a causa del ruolo centrale dei social network.
L’elemento patologico
«La propaganda come elemento patologico può essere sempre presente, ma il suo livello di pericolosità deve essere compreso e monitorato. Bisogna evitare le restrizioni delle libertà da parte del potere – ha continuato la professoressa – Non parlo solo della libertà di manifestazione del pensiero, ma anche di riunione, associazione, insegnamento, ricerca e istruzione. Tentare di far prevalere, in tutti questi ambiti, punti di vista non plurali, vuol dire distorcere e manipolare la libera circolazione dei dati e delle notizie».
Nelle società democratiche, tuttavia, una risorsa che garantisce il controllo della qualità delle informazioni è proprio il giornalismo. «I mezzi d’informazione hanno la responsabilità di veicolare notizie attendibili e funzionare da anticorpo alla propaganda, uno dei sintomi della degenerazione dello stato attuale della democrazia» ha concluso Marsocci.
Le primavere arabe e l’inizio di un’era
È stato il conflitto in Ucraina a riaccendere i riflettori sul tema, che sembrava essere scomparso dal dibattito pubblico dopo gli ottant’anni di pace vissuti in Europa. Tuttavia, la guerra mediatica a colpi di fake news non è nata con il conflitto russo-ucraino. «Diversi studiosi sostengono che Putin (presidente della Federazione Russa, nrd) abbia cominciato a convincersi dell’efficacia della propaganda digitale quando esplosero le “primavere arabe”, alla fine del 2010 – ha scritto sul numero 6/2022 di Limes Enrico Pedemonte, giornalista di Repubblica – Quell’anno, in Tunisia, il giovane Mohamed Bouazizi si diede fuoco per contrastare i maltrattamenti subiti da parte della polizia. Il suo sacrificio innescò le proteste. La voglia di democrazia sembrava incontrollabile e nel 2011 caddero i capi di Stato di Tunisia, Egitto, Libia e Yemen». Fu la potenza della rete a infuocare l’Africa e il Medio Oriente, permettendo la rapida diffusione di informazioni grazie alla possibilità di condivisione dei contenuti da parte degli utenti. Le conseguenze possono essere catastrofiche: polarizzazione nell’opinione pubblica e indebolimento di un Paese sul fronte interno.
L’uso della storia
La storia è sempre stato uno dei cavalli di battaglia per legittimare operazioni militari a carattere imperiale. L’ultimo caso vede protagonista Vladimir Putin, che nel 2021pubblicò un articolo intitolato “Sull’unità storica di russi e ucraini”. Nel documento, l’ultimo zar afferma che russi, bielorussi e ucraini non sono altro che variazioni dello stesso popolo, discendenti dell’Antica Rus’ uniti da “uno stesso spazio storico e spirituale”, come si legge nel testo. Una solida base narrativa per poter legittimare la sua guerra. «L’uso della storia è una delle caratteristiche della propaganda, che personalmente definisco come la diffusione di notizie orientate, con un grado diverso di attinenza al reale, anche in base alla loro origine – ha affermato il direttore di Limes, Lucio Caracciolo, durante il terzo incontro de “La notte dell’occidente”, organizzato dall’università La Sapienza di Roma – In Russia l’informazione è sotto controllo, come in altri paesi europei; quindi, è inevitabile che si rappresenti la realtà dal proprio punto di vista».
Le difficoltà del giornalismo
«La dimensione dell’informazione rimane decisiva. Gli attori della guerra sanno che la diffusone di notizie utili, ma non vere, fa parte del gioco – ha continuato Caracciolo – È sempre stato così, ma le nuove tecnologie hanno amplificato il fenomeno, visto che oggi le platee sono enormi rispetto al passato. Secondo me, la novità sta nel volume delle informazioni e Nel loro effetto». In questo scenario caotico, il compito dell’analista e del giornalista è sempre più arduo. Caracciolo, infatti, ha aggiunto: “Chi deve analizzare queste guerre si trova in difficoltà, con un margine di errore inevitabile. Dal punto di vista occidentale mi ha colpito un certo grado di auto censura, cioè il fatto che molti media, schierati con l’Ucraina, abbiano dato per scontato solo le informazioni provenienti dal paese invaso. Basti pensare che l’Italia è l’unico paese al mondo che ha fornito armi senza rendere ufficialmente noto quali e quante».
Le performance belliche
Accanto a chi sostiene la necessità di dialogare con le posizioni del nemico, c’è chi ritiene che non sia sempre possibile farlo. «In tempi di guerra tutti tendono a usare la comunicazione come mezzo per ottimizzare le performance belliche – ha spiegato il politologo Vittorio Emanuele Parsi durante il festival della filosofia 2023 – Nelle democrazie, però, c’è una differenza: le opinioni e le valutazioni devono avere un aggancio con i fatti. Le chiacchiere non possono sostituire la realtà, come invece hanno fatto Putin, Hitler e Stalin». Secondo Parsi, dunque, il dialogo ha dei limiti: «Si dice che bisogna ascoltare il punto di vista di entrambi le parti. Ma dipende, perché un punto di vista costruito su menzogna sistematica non è più un punto di vista, ma una “post-verità” (una credenza diffusa accettata come vera dall’opinione pubblica, ndr)». Anche per chi informa l’opinione pubblica, le differenze tra democrazie e dittature sono evidenti. Parsi ha affermato infatti che: «La critica occidentale e i nostri giornalisti sono abituati a considerare le due facce della medaglia, ma non sono abituati a confrontarsi con la menzogna sistematica. Non dico che nelle democrazie i politici non mentano, ma smascherare le loro bugie è più facile».

