“La tigre”, ovvero come il pentito Giuliano ha pagato la sua scelta di legalità 

“La tigre”, ovvero come il pentito Giuliano ha pagato la sua scelta di legalità 

“Vivere la storia di qualcun altro”. Questo è il prezzo da pagare per poter avere tutto. Soprattutto se quel qualcuno è Luigi Giuliano, Lovigino, il re di Forcella, che aggregò le famiglie di camorra contro Raffaele Cutolo ai tempi della guerra di mafia degli anni Novanta. Con i suoi occhi di ghiaccio e i riccioli da attore, Luigi Giuliano aveva l’aspetto perfetto per diventare un’icona. Al quartiere regalava milioni di lire, ma lo faceva con un distacco che sembrava disprezzo. Si comportava da boss anche in famiglia: lasciò che una zia crescesse suo figlio per nove anni, salvo poi riprenderselo quando il bambino iniziò a chiamarla “mamma”. Ed è la storia di quel bambino, il più piccolo degli “eredi”, Salvatore Giuliano, che si riavvolge ne “La Tigre”, il secondo podcast per voce di Mario Calabresi, scritto da Floriana Bulfon e Gianluca di Feo, dedicato ai protagonisti delle mafie e pubblicato da Chora.  

Riscrivere una storia 

A ricostruirne la parabola intensa e dolorosa come una tragedia è la giornalista cronista romana capace, negli anni, di conquistare la fiducia di questo quarantenne, il cui nome richiama l’epica criminale di un’altra epoca, e che nella sua biografia porta il segno di un tentativo: costruire una nuova storia, diversa da quella ereditata. Una storia fatta di bambini – lui, ma anche i suoi quattro fratelli: Gemma, Giovanni, Nunzio e Marianna – che sospinti dal potere di famiglia attraversano il loro “regno”, il quartiere di Forcella, a cavallo e in carrozza, che si vedono regalare una tigre (quella del titolo, che si chiamava Simba) e che si svegliano trovandosi Diego Armando Maradona fresco di scudetto nella vasca di casa, quella a forma di conchiglia la cui fotografia è, ancora oggi, negli occhi del mondo. Questa è però la storia di un altro sé, di qualcuno che a Salvatore somiglia poco e per breve tempo. Lui, che per la prima volta si racconta, ha da portare (anche) un’altra storia. Quella di un’infanzia sradicata, di un padre e di una madre disposti ad esserlo per il mondo ma mai per lui, di una scelta compiuta senza scegliere. Perché quella della camorra, delle guerre, della morte è, appunto – la storia di qualcun altro.  

Il figlio del quartiere 

La sua, semmai, è la storia di un quartiere – un incrocio di strade nel cuore di Napoli, di qua il bene, di là il male, si dice – che però ha deciso, da sempre, chi è. Dove può andare e chi deve essere. La sua è la storia di chi non ha mai potuto scriverla. Lo ha sempre fatto suo padre. Disegnava e ridisegnava i confini tra le famiglie criminali, elevando suo figlio a principe, figlio di un re. Ma da re, sceglieva anche quando cambiare le regole del gioco. Come quando si consegnò spontaneamente alle forze dell’ordine, pur continuando a influenzare le vite degli altri da dietro le quinte. A cominciare da quella di suo figlio, la cui storia era già stata messa in luce da qualcun altro, in un altro modo: l’amore per Luana Savarese, all’anagrafe figlia di Marittone, il braccio di Giuseppe Misso, un altro re, quello del quartiere Sanità. Al di là dei documenti ufficiali, per tutti lei è figlia di Maria, la donna che – da sola – ha tenuto testa al clan Misso. Senza rovesciare il sistema, ha mostrato che una via diversa era possibile. E che, forse, poteva avere un volto femminile. 

L’amore come via d’uscita 

Quello tra Salvatore e Luana è un amore che sarebbe perfetto per dare forma a un’epica criminale, tra i figli di due ex fratelli di camorra diventati nemici l’uno dell’altro. I ragazzi, ne scrivono un’altra storia: l’alternativa di un amore adolescenziale che richiama, inevitabilmente, quello di Romeo e Giulietta, ma ambientato all’ombra del Vesuvio. Un amore segnato dal rischio e dall’incertezza che consegna a Salvatore e Luana, tra fughe e inganni al nucleo di protezione dei carabinieri, la possibilità di cercare uno spazio in cui raccontare la loro storia.  Ed è una vicenda restituita con equilibrio che evita ogni semplificazione o idealizzazione, dando voce a un ragazzo diviso tra il rifiuto di un’eredità criminale e l’impossibilità di sentirsi parte del mondo delle regole da cui è sempre stato escluso e non mistifica eroi. Anche perché le storie raccontate con attenzione, proprio come la vita reale, raramente hanno il manicheismo delle favole. Ogni medaglia ha il suo rovescio, Salvatore Giuliano lo racconta con lucidità: in una sola notte si può passare dall’essere “figlio di re” a “figlio d’o nient’”, come recita il brano del rapper napoletano Lucariello, colonna sonora originale del podcast. Ma vivere sotto protezione non è solo sicurezza. Significa anche rinunciare alla propria identità, alla vita che si voleva costruire. A volte, persino alla possibilità di essere presenti alla nascita di una figlia.  

Il prezzo di una scelta 

Lasciare quel che una volta era casa senza sapere se si potrà tornare. Essere costretti a vivere sotto protezione può diventare una forma più sottile di prigionia. Avere le mani pulite dal sangue non protegge dalla condanna del proprio sangue, quella che può pagarsi anche con la morte. Nella voce calma ma decisa di Salvatore, nella determinazione di Luana, e nell’amore di chi, come ogni madre, si fa carico di un sentimento profondo, si racconta la complessità di vite segnate. Nella venatura di sentimento che accompagna tutte le madri, – di corpo e di cuore, c’è la ricchezza della vita vera, fatta di molte vite.  Di chi sente di appartenere soltanto a sé stesso e alla propria terra, e porta il peso, se non uguale almeno vicino, di un destino segnato dalla criminalità, ma ha scelto di non seguirlo. È disposto a scegliere, anche sbagliando, entrando e uscendo – anche dal programma di protezione- ricominciando infinite volte. Purché sia lui, e non qualcun altro, a decidere come scrivere il finale. La libertà ha un costo e raccontarlo senza enfasi eccessiva è un servizio prezioso anche all’antimafia, come fa questa serie, narrata con equilibrio e partecipazione misurata. Perché essere normali, o decidere di provarci, è a volte un’impresa davvero eccezionale come canta Lucio Dalla.