«Nella vita sono una scrittrice, punto. Arrivo da Misso senza saper niente di camorra, quindi Misso non si è sentito giudicato e messo all’angolo perché io non conoscevo e non sapevo. Così abbiamo potuto stabilire un rapporto e lui si è raccontato». Con queste parole la scrittrice Teresa Ciabatti ha introdotto a #Noi Antimafia il suo ultimo libro, “Donnaregina” (Mondadori), un romanzo di camorra, che racconta la storia di Giuseppe Misso, detto ‘O Nasone, accusato di rapina a mano armata, furto, associazione a delinquere, associazione mafiosa, 38 omicidi commessi e 108 ordinati. Ex super boss del clan che portava il suo cognome, reggente nel rione Sanità di Napoli, ha partecipato a una delle più spietate faide tra clan all’epoca della guerra tra nuova camorra organizzata e nuova famiglia. «Un po’ come nell’opera di Durrenmatt “La promessa”, il sottotitolo era “Requiem”, questo è il requiem di una storia di camorra, l’impossibilità per me oggi di raccontarne una», ha detto la scrittrice.
Storia di una vita
Teresa Ciabatti ha intrapreso il percorso con l’ex super boss su consiglio dell’amico e scrittore Roberto Saviano, che ha intravisto in lei la possibilità di uno sguardo diverso rispetto a quello di chi da sempre si occupa di camorra. «Sono storie che ormai conosciamo molto bene. Quindi o si ribalta completamente la prospettiva, come fa Saviano, oppure è veramente impossibile farne un racconto nuovo», ha raccontato Ciabatti. Dato il contesto e il protagonista del racconto, si potrebbe immaginare di leggere un libro che mette al centro morti, sparatorie, omicidi efferati. Nel testo invece non si spara mai, l’autrice fa una scelta precisa. L’unica morte è quella della prima moglie dell’ex boss, Antonietta, un omicidio per vendetta che racconta tutte le altre morti. Nemmeno la morte sentimentale, quella dell’amica malata della protagonista, viene raccontata. Le omissioni sono volute, ciò che manca è superfluo, non necessario e invadente.
“Donnaregina” è un romanzo stratificato che si muove su più livelli narrativi: il presente, i ritorni al passato, le involuzioni e le rinascite. Al centro la genitorialità complessa e l’amore per i figli che travolge tanto la protagonista quanto Misso. Lei ha una figlia tredicenne che fatica a riconoscere, alle prese con una crisi adolescenziale profonda, tra euforia ad autolesionismo, psicofarmaci, ricoveri in infine l’ingresso una struttura di cura. Lui, invece, deve fare i conti con l’accettazione dell’omosessualità del figlio, da parte sua, ma anche della società alla quale appartiene. È stato il primo camorrista ad esporsi pubblicamente su questo tema, rompendo uno dei codici più rigidi dell’ambiente criminale.
La visione della mafia
Nelle pagine vengono messe in relazione la voce del boss e quella di una giornalista, che di mafia non si è mai occupata, ma che il suo giornale, il Corriere della Sera, ha mandato alla scoperta di un mondo così distante dal suo. Ed ecco che a trovare dei punti di congiunzione col boss è proprio la scrittrice. È inevitabile domandarsi se l’incontro con Misso abbia cambiato la visione della mafia e l’antimafia dell’autrice, oltre la pagina scritta: «Avevo una posizione molto netta, un giudizio molto severo e credo molto giusto al riguardo. In un altro momento della mia vita, probabilmente non sarei stata capace di scrivere questo libro. Non sono una giornalista d’inchiesta, quindi quello che sapevo è quello che ho vissuto perché è accaduto nella mia giovinezza, ero più informata sulla mafia combattuta da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, molto meno sulla camorra. Partivo con l’idea che si nascesse con una natura buona o cattiva, mentre scrivere questo libro mi ha insegnato quanto conta il contesto e l’epoca nella quale nasci oltre alle persone che ti stanno intorno. La natura, il carattere, non bastano da soli», ha spiegato.
Un boss atipico
La dicotomia tra bene e male, radicata nella complessità dell’animo umano, rappresenta una delle chiavi interpretative del romanzo. In quest’ottica, l’allevamento dei colombi da parte di Misso assume il valore simbolico di un gesto di redenzione. Per di più, il protagonista non accetta la violenza se intesa come abuso sulla sua persona, nonostante fin da ragazzino entri ed esca dalle carceri minorili, inizialmente per piccoli furti, come quello di un presepe a San Gregorio Armeno. La narrazione riesce ad essere tridimensionale: in tutto il racconto, il lettore percepisce di essere a contatto con un uomo descritto come feroce e spietato, per poi trovare in lui tratti incredibilmente umani. Questo non rassicura, anzi, obbliga a fare una riflessione su se stessi. Ci sono poi aspetti curiosi del super boss atipico, come il passaggio del libro in cui verrebbe da pensare che Misso avesse anche un lato quasi paranormale o surreale. Eppure, questo non scalfisce la figura del boss. Le pagine che raccontano la sua storia fanno sentire come se ci si schierasse dalla parte del bene assoluto e leggendo rassicura il lettore di non essere come Misso. Ma è proprio leggendo di lui che si dimostra come in ogni persona esista un lato oscuro con cui bisogna fare i conti.
Il micidiale cocktail di bene e male
Anche O’ Nasone ha un lato buono, che piaccia o meno accettarne l’esistenza, ed è totalmente in contraddizione con l’immagine di lui raccontata dalla cronaca.
L’amore, la delicatezza che mette nella cura dei suoi piccioni obbliga chi legge a riconoscere che anche un uomo che uccide abbia la necessità di stare in dialogo con l’altra parte di sé, in contrasto con le sue azioni passate e i suoi crimini. Nonostante questo, in “Donnaregina” non c’è alcun tentativo di allontanare il male, non viene creata né distanza né separazione. Secondo l’autrice, infatti, la letteratura deve avvicinare gli opposti, non per rassicurare ma per turbare. Una posizione che richiama anche le parole della scrittrice Michela Murgia, che nel suo libro “Dare la vita” ha scritto: «La mia anima non ha mai desiderato generare opere mansuete, compiacenti e accondiscendenti. Fate casino». Non a caso Peppe Misso – racconta l’autrice – il libro non l’ha voluto leggere: «Perché è sicuro che poi si arrabbierebbe con me. E va bene così», commenta.
Il titolo e la copertina, il senso del libro
L’imprevedibilità genuina del romanzo si trova rispecchiata anche nel titolo. Chi non conosce Napoli, potrebbe pensare che faccia riferimento a una moglie di un boss o ad una reggente sconosciuta di un clan. Invece Ciabatti spiega: «Si intitola “Donnaregina” perché quando Misso era il super boss della Sanità, dopo il terremoto dell’Irpinia, comprò una casa al primo piano al largo Donnaregina e quello, anche se di fatto non è Rione, ne diventa il cuore perché lì abita il boss. Poi mi sembrava una definizione molto giusta per quasi tutti i personaggi femminili del romanzo, che si mettono e si tolgono la corona da soli come e quando vogliono. Mi pareva simbolico nel rispecchiare le storie delle donne del libro».
La corona e l’orizzonte
Una lettura che si rispecchia anche nella foto di copertina, scattata da una fotografa napoletana, Eleonora D’Angelo, e trovata per caso da Ciabatti, che ne è rimasta folgorata: «Esprime perfettamente il concetto, la corona può essere qualsiasi cosa e ce la facciamo noi, ce la mettiamo noi, per fortuna, quindi anche il polpo in quel momento è una corona», chiosa l’autrice. Confrontandosi con Misso, in questo romanzo, Teresa Ciabatti è stata capace di far cambiare orizzonte al lettore, a più riprese, volutamente, dall’inizio alla fine, riuscendo a trasmettere l’importanza dell’incontro tra i protagonisti, raccontando la visione di Misso della protagonista e quella della protagonista dell’ex super boss, narrando il mondo nella sua contingenza, dentro cui la narrazione della camorra non si può alimentare.


