L’Italia è un Paese che non smette di cercare la verità, anche quando questa si è nascosta per decenni dietro stragi, silenzi e “divise sporche”. La cronaca giudiziaria si è rivelata per questo mensile il faro essenziale per squarciare il velo del tradimento istituzionale e della pervasiva presenza criminale. Dai depistaggi che hanno umiliato lo Stato nel caso Borsellino alle trame occulte sui dossier cruciali come “mafia-appalti”, con la giudiziaria non si smette mai di porsi delle domande e cercare verità nascoste. Ma l’allarme si estende oltre i palazzi: dalla ‘ndrangheta che silenziosamente conquista l’economia lombarda e i Casalesi radicati in Veneto, fino allo scioglimento di comuni come Aprilia per infiltrazioni mafiose, la criminalità si adatta, sfruttando il web e TikTok per ostentare i propri valori deviati o reclutando giovani e babygang.
I figli di Borsellino citano Presidenza del Consiglio e Viminale nel processo sui depistaggi
Il mensile #Noi Antimafia racconta il processo sul depistaggio della strage di via D’Amelio, a Palermo il 19 luglio 1992, che vede la famiglia del giudice richiedere a fine luglio 2024 di citare come responsabili civili la Presidenza del Consiglio e il Ministero dell’Interno. La richiesta nasce dal ruolo di quattro agenti di polizia accusati di falsa testimonianza, che avrebbero commesso il depistaggio. Questo caso è definito “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”, con la sentenza del “Borsellino quater” del 2017 che indica il coinvolgimento di “diversi livelli delle istituzioni” e apparati dello Stato. Il sistema si basò sulla creazione di falsi pentiti, come Vincenzo Scarantino, per coprire i veri responsabili, un “castello di menzogne” smascherato solo nel 2008 dalle rivelazioni di Gaspare Spatuzza. Lucia Borsellino ha definito il depistaggio uno “scempio della verità”, che ritiene “tutt’ora in atto”. La ricerca della verità prosegue per far emergere l’intero progetto criminoso.

Depistaggio sulla strage di via d’Amelio: Viminale e Palazzo Chigi responsabili civili
La giustizia ha riconosciuto la responsabilità civile della Presidenza del Consiglio e del Viminale nel depistaggio sulla strage di via d’Amelio. Questa storica decisione del GIP David Salvucci, del 3 ottobre 2024, accogliendo la richiesta dei figli di Paolo Borsellino, evidenzia il ruolo di componenti infedeli dello Stato nell’allontanare la verità. Il depistaggio si è manifestato attraverso la sottrazione dell’agenda rossa del giudice e la costruzione di falsi pentiti, come Vincenzo Scarantino. Borsellino stesso aveva confidato alla moglie di un “colloquio tra la mafia e parti infedeli dello Stato” e definì la Procura di Palermo un “nido di vipere”, sentendosi tradito. Arnaldo La Barbera, allora capo della Squadra Mobile di Palermo, è indicato come il regista del depistaggio. Anche il Sisde (servizi segreti) è implicato, avendo collaborato impropriamente e deviato le indagini. La procura di Caltanissetta continua a indagare per ricostruire le responsabilità, tra silenzi e “non ricordo”. Dopo trentadue anni, la ricerca di giustizia prosegue, con l’udienza preliminare rinviata a novembre.
ESCLUSIVA/ Caltanissetta, “Quelle bobine mai distrutte con dentro la verità nascosta per anni”
Antonino Ingroia racconta in esclusiva a #Noi Antimafia dell’’inchiesta di Caltanissetta sul presunto insabbiamento del dossier mafia-appalti del 1992 che ha rivelato un quadro complesso di presunte collusioni. Al centro delle indagini c’è l’ex procuratore Giuseppe Pignatone, accusato di favoreggiamento alla mafia insieme ad altri, per aver ostacolato le indagini su affari tra il gruppo Ferruzzi e affiliati mafiosi. Paolo Borsellino nutriva profondi sospetti sui suoi colleghi riguardo a questa indagine, arrivando a confidare che “quelli che avranno voluto la mia morte saranno i miei colleghi e altri”. L’isolamento di Borsellino e gli ostacoli alla sua possibilità di indagare a fondo su Palermo, inclusa la mafia-appalti, sono stati elementi cruciali prima della sua uccisione. Emergono dettagli su intercettazioni mai distrutte e un’annotazione a penna sospetta che ordinava la smagnetizzazione, rafforzando i dubbi sull’indagine originale.
Aprilia sciolta per mafia, una città “inquinata a livello sistemico”
“L’operazione ‘Assedio’ della DDA di Roma ha svelato profonde infiltrazioni mafiose ad Aprilia, culminate nello scioglimento del consiglio comunale a luglio 2024 e l’arresto di 25 persone, tra cui l’ex sindaco Lanfranco Principi, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. L’indagine, avviata nel 2018, ha rivelato un’associazione mafiosa radicata dedita a estorsioni, usura, reati contro la pubblica amministrazione e traffico di droga, con Patrizio Forniti presunto capo e promotore. Le istituzioni erano permeabili alla criminalità. Sono emerse accuse di turbativa d’asta per appalti pubblici, come quello del trasporto scolastico da due milioni di euro, affidato alla ditta Tesei nonostante un’altra avesse punteggio superiore. Coinvolti anche l’ex sindaco Antonio Terra e l’ex assessora Luana Caporaso. L’ex consigliera Carmen Porcelli ha denunciato un quadro di illegalità sistemica, affermando che la politica appariva “inquinata in ogni angolo”, indipendentemente dai candidati”.
Armi e giovani, “Averne una in tasca? Ormai è diventato normale”
Sul mensile #Noi Antimafia il racconto della violenza e l’uso delle armi tra i giovani, il fenomeno delle “babygang”. Il magistrato Ciro Cascone evidenzia un cambiamento nella “qualità” dei crimini, ora spesso commessi con armi e in gruppo, le cosiddette “baby gang”. Si è diffusa la normalizzazione del portare armi bianche tra i minorenni, anche da famiglie “perbene”, «giustificata come autodifesa. Questa tendenza rivela una grave mancanza di consapevolezza e una superficialità generalizzata, richiedendo una battaglia culturale. La società mostra carenze nell’educazione e nella cura dei giovani, rendendoli vulnerabili a devianze. Un allarme significativo riguarda i minori stranieri non accompagnati (MSNA), spesso vittime di un sistema di accoglienza inadeguato che li spinge a commettere reati. Molti ragazzi, specialmente da contesti marginali, non hanno un progetto di vita né prospettive future, rendendoli più esposti alla criminalità. La giustizia minorile, pur avendo un grande potenziale di prevenzione, si sta snaturando con le recenti riforme (Cartabia e Caivano), trasformandosi in “giustizia criminale che rinchiude”. Servono maggiori risorse e comunità per recuperare questi giovani ed evitare che siano consegnati al crimine adulto, privilegiando interventi precoci».

La mafia ai tempi del web: così le caverne digitali diventano la nuova piazza delle faide tra i clan
Le mafie hanno conquistato il digitale, trasformando social come TikTok, Instagram e Facebook in nuovi territori per esercitare potere e attrarre proseliti. Usano queste piattaforme per il controllo del proprio spazio online, rafforzare il “brand” del clan e lanciare messaggi ai rivali, replicando le dinamiche del mondo fisico. Le guerre tra clan diventano pubbliche, con i mafiosi che costruiscono una propria narrazione autentica, mostrando la loro vita, dalle famiglie alle piazze di spaccio. Il web offre vantaggi economici e una portata globale, ma impone anche alle organizzazioni criminali di adattarsi per non scomparire. La “mafio-sfera” è il territorio digitale della mafia, dove i contenuti criminali si confondono con quelli comuni, rendendo difficile l’identificazione. Un passo significativo nella lotta è stato l’incontro tra TikTok e le autorità, che ha portato allo sviluppo di software per bloccare contenuti mafiosi. Tuttavia, il linguaggio gergale e la mescolanza dei contenuti rendono la lotta agli algoritmi complessa. Per smascherare la mafia, è cruciale rovesciare l’analisi delle piattaforme attraverso segnalatori locali e, soprattutto, diffondere contenuti positivi per promuovere la cultura della legalità sin dalle scuole.
Depistaggio Borsellino, al via il secondo processo: “Con i 121 non ricordo avete umiliato lo Stato”
Seguendo attentamente ancora le vicissitudini del depistaggio Borsellino, #Noi Antimafia racconta che dopo trentadue anni, la Procura di Caltanissetta ha formalmente accertato la responsabilità della Presidenza del Consiglio e del Ministero dell’Interno nell’allontanamento della verità. Un secondo processo è in corso per indagare su questa “impalcatura deviante”, con Palazzo Chigi e il Viminale citati come responsabili civili. Quattro poliziotti sono stati rinviati a giudizio per aver mentito nel primo processo sul
depistaggio, con accuse di “reticenze in malafede e false dichiarazioni”. Si parla di un “clima di omertà istituzionale” che copre “momenti scuri dell’attività investigativa”. La scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino il giorno della strage e la presenza di “gente di Roma” (appartenenti ai Servizi Segreti) sul luogo dell’eccidio rimangono nodi cruciali. La gestione del falso pentito Vincenzo Scarantino, affidato al gruppo di indagine Falcone-Borsellino anziché al servizio centrale di protezione, presenta numerose anomalie.
Il legale dei figli di Borsellino ha affermato che le menzogne e i silenzi hanno “umiliato lo Stato e i suoi uomini”.
Procura Caltanissetta, dossier mafia-appalti: nelle cave toscane la verità sull’insabbiamento delle stragi del ‘92
Con la puntualità che contraddistingue #Noi Antimafia, un’analisi sul dossier mafia-appalti che riemerge come chiave per le verità sulle stragi del ’92, ritenuto cruciale da Paolo Borsellino. Un presunto “piano criminoso” di insabbiamento avrebbe coinvolto l’ex procuratore Giuseppe Pignatone, l’ex pm Gioacchino Natoli e il generale Stefano Screpanti. Essi sono accusati di aver favorito affari tra le famiglie mafiose Buscemi Bonura di Palermo e il gruppo Ferruzzi. Le indagini sulle cave toscane, avviate nel 1991 dal procuratore Augusto Lama di Massa Carrara per sospette infiltrazioni, rivelarono che le società IMEG e SAM erano controllate da personaggi legati ai Buscemi e Bonura. Nonostante l’ordine di Natoli di archiviare e smagnetizzare le bobine, queste non furono mai distrutte. Le bobine con le intercettazioni sono state recentemente ritrovate negli archivi di Roma e Palermo nel 2024 dal pool della Procura di Caltanissetta. Nuove indagini cercano di scoperchiare il buio che avvolge gli eventi cruciali del 1992 e i rapporti mafiosi con grandi gruppi finanziari.

Omicidio Vassallo, quei 23 minuti che incastrano il colonnello dei carabinieri Cagnazzo
15 gennaio 2025
A quindici anni dall’omicidio di Angelo Vassallo, il “sindaco pescatore” di Pollica, ucciso nel settembre 2010, nel novembre 2024 la Procura di Salerno ha chiesto la custodia cautelare per il colonnello Fabio Cagnazzo, l’ex maresciallo Lazzaro Cioffi, Romolo Ridosso e Giuseppe Cipriano. L’accusa è di omicidio volontario aggravato da finalità mafiose. Cagnazzo è indicato come mandante e tessitore di un grave depistaggio, intervenendo sulla scena del crimine e con un’assenza inspiegabile di 23 minuti al momento del delitto. L’indagine rivela un diretto connubio tra uomini dello Stato e della criminalità organizzata nella realizzazione dell’assassinio. Il movente principale è la scoperta di Vassallo di un ingente traffico di droga nel porto di Acciaroli, e fu ucciso la sera prima di una denuncia cruciale. La sua uccisione avvenne in un contesto di isolamento istituzionale e politico. La ricerca della verità, ostacolata per anni, prosegue.
Così i Casalesi di Eraclea hanno conquistato il litorale veneto
#Noi Antimafia ci porta in Veneto, dove i Casalesi hanno fatto del litorale una cosa loro. L’operazione “At least” del febbraio 2019 ha svelato la profonda infiltrazione della criminalità organizzata nel Veneto, rivelando i “Casalesi di Eraclea”. Guidati da Luciano Donadio, referente autonomo del clan, controllavano il litorale adriatico. Le indagini, avviate nel 1996 e focalizzate sull’edilizia, hanno messo in luce un vasto “sistema di potere”. Attraverso una rete di avvocati, imprenditori e politici, inclusi l’ex sindaco Mirko Mestre e Graziano Teso, avevano penetrato l’economia e il settore bancario. Erano dediti a estorsioni, usura, bancarotta fraudolenta, riciclaggio, sfruttamento della prostituzione e traffico di droga. Agivano anche come mediatori di controversie e detenevano armi, sostituendosi di fatto allo Stato. La loro forza intimidatrice proveniva dalla “fama criminale” ereditata dal clan madre, consentendo un controllo pervasivo del territorio. Nonostante la Cassazione abbia escluso l’associazione mafiosa per alcuni imputati nel rito ordinario (giugno 2023), l’operazione ha comunque confermato una infiltrazione mafiosa strutturata.
Ecco come il feudo dei Casamonica a Roma è diventato simbolo di legalità
#Noi Antimafia ci porta al quartiere Romanina, a Roma, fulcro delle attività dei Casamonica che oggi è un simbolo di lotta alla criminalità organizzata. Dagli anni Settanta, il clan Casamonica ha costruito un impero criminale a Roma, basato su usura, estorsioni e traffico di droga, consolidando il potere con intimidazioni e lusso ostentato. Dal 2018, lo Stato ha avviato una decisa controffensiva, trasformando i loro feudi in luoghi di legalità. La villa di via Roccabernarda 16 è divenuta un centro per persone con autismo gestito da ANGSA Lazio, e il Parco della Legalità è sorto dalla demolizione di una villa abusiva. Numerose altre ville del clan sono state abbattute, inviando un segnale inequivocabile. Il brutale episodio al Roxy Bar di Romanina nel 2018 ha innescato condanne e ulteriori arresti, con la società civile che ha trasformato il locale in un “Caffè della Legalità”. Questa lotta congiunta di istituzioni e cittadini ha smantellato il potere Casamonica, cambiando il volto dei quartieri periferici. Oggi, luoghi come la Romanina risplendono come simboli del coraggio e della vittoria dello Stato sulla criminalità organizzata.

Divise sporche: storie di uomini dello Stato che hanno tradito le regole
Un coraggioso articolo di #Noi Antimafia sulle mele marce. Le “divise tradite” narrano storie di uomini dello Stato che hanno macchiato l’uniforme, un simbolo di privilegio e riferimento. Già nel 1947, la strage di Portella della Ginestra si configurò come un caso scuola di fango e depistaggio, lasciando un mistero irrisolto. A ciò si aggiunse la profonda serie di depistaggi che oscurò il processo Borsellino-Falcone, un capitolo oscuro per la giustizia. Negli ultimi anni, l’orrore della Caserma Levante di Piacenza ha rivelato condotte estreme. Carabinieri furono condannati per spaccio, pestaggi, sequestri e torture, in un ambiente di prassi degenerate. Questa fu la prima caserma in Italia ad essere sequestrata, un evento storico e drammatico. In Sicilia, nuove indagini svelano ulteriori depistaggi con ex generali dei carabinieri coinvolti, ostacolando inchieste cruciali. Questi episodi gravi, tra corruzione e abuso, minano la fiducia nelle istituzioni. Sono in netto contrasto con il prezioso e difficile lavoro quotidiano delle forze dell’ordine, encomiabile e meritevole. La divisa, dunque, va strenuamente difesa da ogni forma di tradimento per preservarne l’onore.
L’ex senatore Esposito: “Un’inchiesta costruita a tavolino per colpirmi, così il diritto diventa un’arma”
Un toccante articolo di #Noi Antimafia che mostra un problema sistemico della nostra giustizia. L’ex senatore Stefano Esposito denuncia sette anni di calvario giudiziario terminato senza possibilità di difendersi nel merito. L’indagine, iniziata nel gennaio 2015 come 416 bis contro ignoti, è stata riconosciuta dalla Corte Costituzionale preordinata al solo scopo di ascoltare le sue conversazioni. Le accuse di corruzione e turbativa d’asta hanno azzerato la sua attività di consulenza e causato danni reputazionali e familiari irreparabili. Nonostante gravi violazioni procedurali e l’incompetenza della Procura di Torino, i magistrati coinvolti continuano il loro lavoro senza conseguenze. L’archiviazione finale a Roma ha smontato nel merito ogni accusa, confermandone l’insussistenza penale. Esposito sottolinea la mancanza di responsabilità civile per i pubblici ministeri. La Procura generale della Cassazione ha richiesto sanzioni disciplinari per il pm e il gip di Torino coinvolti, per violazioni sulla legge delle intercettazioni.
Botte e omertà, gli orrori della caserma Levante finalista al Premio Feltrinelli
Con orgoglio e onore #Noi Antimafia scrive di Federica Angeli e del suo libro “Gli orrori della caserma Levante”, finalista al Premio Inge Feltrinelli 2025. La caserma Piacenza Levante è stata per anni il centro di un sistema criminale, guidato dall’appuntato Giuseppe Montella. Carabinieri in divisa, con un’ossessione per il potere, compivano arresti immotivati e inventavano capi d’accusa. Federica Angeli, con “Gli orrori della caserma Levante” (Baldini+Castoldi), finalista al Premio Inge Feltrinelli 2025, ricostruisce abusi, arresti inventati e violenze. Il potere della divisa ha ribaltato la realtà: chi denunciava non veniva creduto, soprattutto se emarginato. L’impunità e la ricerca sfrenata di “grandi numeri” di arresti hanno trasformato i tutori della legge in criminali. La violenza e i maltrattamenti sostituivano la legge, in dinamiche che ricordano da vicino quelle mafiose. L’inchiesta rivela un’omertà profonda e la complicità dei superiori che
preferivano non vedere per tornaconto. È la prima caserma in Italia a essere sequestrata come la villa di un boss, simbolo di una grave degenerazione. Una storia drammatica e necessaria, che squarcia il velo su un ambiente dove le regole dello Stato sono state pervertite.

Così la mafia si prende TikTok tra lusso e valori deviati
TikTok è divenuto il principale megafono per le organizzazioni criminali, che vi ostentano lusso e valori deviati. Video mostrano Rolex, auto di lusso e slogan di membri come Marco Casamonica, con frasi virali. Motti come “onore, rispetto e dignità”, spesso con l’aggiunta di “Omertà”, diffondono una cultura criminale. Il deputato Francesco Emilio Borrelli ha istituito l’Osservatorio su TikTok per contrastare tali contenuti, ottenendone la rimozione. Si sono verificati casi di dirette dal carcere e di violazione degli arresti domiciliari tramite pubblicazioni apologetiche. Le donne assumono un ruolo fondamentale, celebrando parenti detenuti o uccisi e agendo da “ambasciatrici” sul web. Figure come Antonio Bellocco, assassinato, vengono “beatificate” post-mortem con tributi virali e centinaia di migliaia di visualizzazioni. Il fenomeno rivela un sorprendente consenso sociale e presenta la criminalità con un’estetica glamour attraverso i rampolli incensurati delle famiglie.
Troppi beni confiscati, pochi periti e scarso personale: la sfida in salita per una gestione efficace
Togliere ai mafiosi i beni significa colpire il loro potere economico, ma la gestione delle confische è un percorso in salita. La prefetta Maria Rosaria Laganà, direttrice dell’Anbsc, denuncia carenze di fondi, personale e competenze nei comuni, specie nei più piccoli. Troppi beni, soprattutto terreni e immobili, restano inutilizzati per mancanza di risorse o destinazioni. Alcuni centri sperimentano consorzi e bandi per giovani imprenditori, ma la macchina è lenta: organico dimezzato, turn over continuo, assenza di periti. Anche nei comuni virtuosi emergono anomalie, come immobili confiscati di fatto ancora nelle mani
dei boss. Gli amministratori giudiziari chiedono procedure rapide, soprattutto per sgomberi e aziende sequestrate. Spesso le imprese confiscate sono “scatole vuote” create per riciclare denaro, e una volta regolarizzate non reggono sul mercato. Gli sgomberi si complicano per la presenza di famiglie vulnerabili, mentre immobili lasciati vuoti rischiano vandalismi e rioccupazioni. Serve una strategia strutturata per trasformare il sequestro in un reale strumento di giustizia sociale.
La separazione delle carriere: una riforma per controllare o rendere indipendente la magistratura?
Il dibattito cruciale in Italia riguarda la riforma epocale della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Questa audace proposta, modificando l’articolo 104 della Costituzione, prevede la creazione di due distinti organi di autogoverno. I fervidi sostenitori la promuovono per blindare l’indipendenza del giudice ed eliminare potenziali conflitti, migliorando l’imparzialità del sistema, come in altri paesi europei. Tuttavia, l’Anm e i fermi oppositori la considerano una grave minaccia all’autonomia della magistratura, temendo un pericoloso indebolimento dei PM e l’aumento di inquietanti ingerenze politiche. Dopo il primo significativo via libera alla Camera, l’iter prosegue al Senato, con un possibile referendum confermativo a definire l’incerto futuro della giustizia italiana.
La presenza silenziosa della ‘ndrangheta in Lombardia tra riciclaggio, imprese colluse e potere economico
La ‘ndrangheta ha abbandonato la violenza per una silenziosa e strategica infiltrazione nell’economia lombarda. Opera nei consigli di amministrazione, riciclando capitali e divenendo partner d’affari per imprenditori collusi. La Lombardia, con Milano, Brescia e il Lago di Garda, è il suo terreno ideale, profondamente integrato nel tessuto economico. Edilizia, logistica, ristorazione e turismo sono settori chiave colpiti da società “lavatrici” e sfruttamento. L’organizzazione investe in appartamenti e strutture ricettive, mascherando le operazioni illecite dietro una facciata di normalità. Su dieci imprenditori indagati, otto sono collusi, non vittime, in cerca di liquidità e “servizi”. La criminalità organizzata si nasconde dietro una facciata di normalità, rendendo difficile individuarla. Paura e omertà tra i lavoratori ostacolano le segnalazioni, emergendo spesso solo con indagini giudiziarie. Contrastare il fenomeno richiede mobilitazione collettiva, protocolli di legalità rafforzati e canali di denuncia protetti.
Così la guerra tra politica e magistratura distrugge la democrazia. E l’informazione
In Europa cova un conflitto silenzioso ma dirompente: quello tra politica e magistratura. Non è una sfida solo italiana, ma attraversa paesi come la Francia di Marine Le Pen, dichiarata ineleggibile, e l’Ungheria di Viktor Orbán. Governi insofferenti alle decisioni dei giudici accusano le toghe di ostacolare il mandato popolare, mentre le riforme legislative rischiano di limitare la trasparenza. In Italia il “decreto Nordio” è diventato simbolo di questa tensione, restringendo l’accesso dei giornalisti alle informazioni giudiziarie. Ne hanno discusso giuristi, magistrati e giornalisti, denunciando un crollo di fiducia dei cittadini nella giustizia e un’informazione sempre più condizionata dai social. Il giornalismo, schiacciato tra velocità e superficialità, perde il ruolo di mediazione culturale. La direttiva europea invocata dal governo, secondo gli esperti, è stata interpretata in modo distorto, riducendo il diritto di cronaca. Un clima in cui le fake news prosperano e la democrazia si indebolisce. Perché quando la giustizia arretra, avanza il potere del più forte.
L’agenda rossa di Paolo Borsellino, il mistero che pesa sulla strage di via D’Amelio
Il 19 luglio 1992 un’autobomba in via D’Amelio uccise Paolo Borsellino e la sua scorta. Quel giorno il magistrato portava con sé la borsa di cuoio con la sua agenda rossa, contenente appunti riservati su mandanti esterni della strage di Capaci e rapporti mafia-politica. La borsa fu ritrovata intatta, ma l’agenda scomparve. Secondo il fratello Salvatore, non fu la mafia a sottrarla, ma apparati dello Stato interessati a nascondere la verità sulla trattativa Stato-mafia. Testimoni riferirono di uomini in abiti civili che prelevarono la borsa; foto mostrano il colonnello Arcangioli con essa in mano, poi prosciolto. Borsellino, consapevole di essere il prossimo obiettivo dopo Falcone, raccolse informazioni delicate che avrebbero potuto incrinare carriere istituzionali. Processi successivi confermarono depistaggi e il coinvolgimento di entità esterne a cosa nostra, ma i responsabili restano ignoti. L’agenda, “scatola nera” della strage, resta simbolo di una verità negata. Per Salvatore Borsellino, trovarla significherebbe scoprire i veri assassini.
Il magistrato Laronga: “La mafia foggiana, per troppo tempo sottovalutata, è diventata una potenza criminale”
Per troppo tempo la mafia foggiana è stata sottovalutata, fino a diventare una delle potenze criminali più pericolose d’Italia. Antonio Laronga, procuratore aggiunto a Foggia, la racconta nel libro L’ascesa della quarta mafia, svelando come quattro clan locali abbiano trasformato la violenza in strategia d’affari. Dai sequestri e racket degli anni ’90 sono passati a infiltrarsi nell’economia legale, riciclando capitali in imprese, energie rinnovabili, agroalimentare e gestione dei rifiuti. Agiscono in modo “carsico”, rendendo difficile
individuarli, e oggi cercano professionisti più che killer. Le loro operazioni “apri e chiudi” devastano il mercato, lasciando debiti milionari e posti di lavoro persi. Laronga avverte che non bastano manette e processi: serve agire sulle radici sociali ed economiche della criminalità. La scuola e i giovani diventano un presidio essenziale per spezzare la seduzione della sottocultura mafiosa. Combatterla significa creare una cultura antimafia diffusa e coraggiosa, capace di coinvolgere cittadini e istituzioni. Perché, avverte il magistrato, “tutto dipende da noi”.

