Il denaro sporco ora è digitale, invisibile e si scambia con un click. Bisogna dimenticare la valigetta piena zeppa di contanti o movimenti da banche offshore: oggi i protagonisti sono cellulari e transazioni che non lasciano impronte digitali. Così la criminalità organizzata si muove per non essere tracciata, tanto da essersi guadagnata l’enigmatica etichetta di “criptomafia”.
Cos’è una criptovaluta
Prima di comprendere come vengono usate le criptovalute, bisogna capire cosa sono: monete digitali basate su crittografia – come se fossero protette da una chiave – e reti decentralizzate, cioè non controllate da banche centrali. Quella più nota, già conosciuta a causa di diverse truffe online, è il Bitcoin, che oggi vale circa 96mila euro “al pezzo”, ma il valore cambia di giorno in giorno. Ed è proprio da questa instabilità che nasce il concetto di “stablecoin”: una criptovaluta “stabile”, il cui valore rimane immobile e che risulta un ottimo strumento di scambio. In pratica, le stablecoin uniscono il mondo delle criptovalute con la stabilità delle monete comuni. Come ci riescono? Queste monete digitali è come se avessero dei “garanti”, ovvero le nostre “valute reali”, come il dollaro o l’euro, che vengono depositate negli enti custodi; questo permette la facile conversione da stablecoin a valuta reale e viceversa. Una caratteristica non da poco che sembra essere la più importante per chi deve convertire del denaro in monete digitali, visto che permette di non perdere potere d’acquisto.
Stablecoin: la moneta della mafia
Un recente rapporto di Chainalysis (Crypto Crime Report 2024), azienda che aiuta le agenzie governative a identificare illegalità legate alle criptovalute, ha messo nero su bianco una tendenza ormai chiara: i criminali preferiscono sempre più le stablecoin rispetto a Bitcoin. I numeri parlano chiaro: nel 2024 oltre 40 miliardi di dollari in criptovalute sono finiti nelle casse delle organizzazioni criminali, e circa il 60% di questo flusso era costituito proprio da stablecoin. Capire il perché è semplice: a differenza di Bitcoin, che può perdere (o guadagnare) anche il 20% in pochi giorni, le stablecoin mantengono un valore fisso, di solito ancorato al dollaro. Per chi deve spostare enormi somme provenienti da droga, armi o frodi online, è fondamentale non rischiare che il “bottino” si svaluti durante il trasferimento.
Il cripto business
Le stablecoin più diffuse – come Tether (USDT) o USD Coin (USDC) – sono accettate ovunque nel mondo cripto, facili da convertire in contanti o in altre criptovalute. Tether, ad esempio, è oggi la più usata: ha circa 95 miliardi di dollari in circolazione e ogni giorno avvengono scambi per circa 40 miliardi. Il tutto avviene in modalità peer-to-peer (P2P), cioè lo scambio diretto di criptovalute tra due soggetti, senza l’intermediazione di banche o piattaforme regolamentate. In questi circuiti, le parti concordano importo e modalità di pagamento in autonomia, utilizzando spesso chat con crittografia. La transazione avviene quindi al di fuori dei canali finanziari tradizionali, risultando molto difficile tracciare l’origine e la destinazione effettiva dei fondi. In questo contesto di mancato – ed impossibile – controllo dovuto alla crittografia, le stablecoin sono particolarmente utili per gli affari della mafia.
Come avviene il riciclaggio digitale
Il riciclaggio di denaro segue sempre la stessa logica di base, ma oggi si appoggia a strumenti digitali. Un trafficante, per esempio, non può versare in banca una valigia di contanti senza rischiare controlli: allora si rivolge a un broker, che in pochi minuti trasforma le banconote in Tethe. Il generale Luigi Vinciguerra, capo del III Reparto Operazioni della guardia di finanza, lo ha spiegato così al quotidiano La Stampa: «Cambiano i modi di ripulire i soldi sporchi. E cambia anche il linguaggio. Non si parla più solo di riciclatori, ma di “riciclatori digitali”. Oggi il denaro può sparire in un istante. Per poi ricomparire, legittimato, dall’altra parte del mondo». Una volta convertiti, i soldi entrano in un percorso per cancellarne le tracce: vengono spostati su diverse blockchain (cioè gruppi), cambiati in più criptovalute, divisi in tante microtransazioni e spesso mescolati in “mixer”, veri frullatori digitali che confondono le operazioni di centinaia di utenti. Alla fine, il denaro ormai ripulito rientra nel mondo reale: un intermediario consegna contanti in un altro Paese o accredita fondi su conti apparentemente puliti.
I rischi
Il denaro sporco trasformato in criptovalute non resta fermo: una volta “ripulito” diventa carburante per corruzione, infiltrazioni nelle imprese, appalti truccati e potere criminale. Le aziende oneste si ritrovano così a competere con capitali quasi illimitati, mentre i profitti delle mafie alimentano altri traffici illeciti. C’è anche un effetto più subdolo: se le criptovalute vengono viste solo come strumenti di truffa e riciclaggio, la fiducia verso questo mondo viene meno, soffocando usi legittimi e potenzialmente positivi.

