Giuseppe De Giosa, ucciso a Lecce il 18 dicembre 2024, affiliato al clan mafioso pugliese Di Cosola di Bari. Fabrizio Piscitelli, detto Diabolik, ucciso a Roma il 7 agosto 2019, capo ultras laziale ed esponente mafioso molto vicino alla famiglia di Michele Senese. Antonio Natale, ucciso il 4 ottobre 2021 a Caivano con tre colpi di pistola. Sono tutti esponenti della criminalità organizzata, uccisi per regolamenti di conti tra clan mafiosi e sono espressione di violenza plateale a cui sono chiamati ad assistere tutti: sodali e cittadini. Poi ci sono le vittime innocenti. Quattro anni fa, l’associazione antimafia Libera ha raccolto i loro nomi in un elenco che, a partire dal 2018, ripercorre le vittime della mafia dalla fine dell’Ottocento. Gli omicidi di mafia hanno raggiunto il loro apice in Sicilia tra gli anni Ottanta e Novanta e in Campania nel 2009. Sebbene i numeri siano calati nel tempo, la violenza non è mai scomparsa del tutto. Il prezzo lo paga chi muore, ma anche per chi resta in vita l’eco dei colpi di pistola diventa una cicatrice profonda. C’è chi reagisce con disillusione e c’è chi trova una nuova consapevolezza e la voglia di schierarsi a favore della legalità. Non è ancora chiaro, però, quali effetti induca sui cittadini una coercizione mafiosa più “invisibile”.
Alla violenza si risponde con la sfiducia
Per anni gli studiosi si sono interrogati sulla questione e ciò che hanno riscontrato è forse la risposta più logica: rassegnazione, disillusione e sfiducia nelle istituzioni. In un articolo scientifico pubblicato nel 2013 dall’American Economic Review, che analizza la fiducia dei cittadini colombiani nelle istituzioni democratiche, si legge che «criminalità e violenza sono fattori che contribuiscono al deterioramento della soddisfazione nei confronti della democrazia, il che è problematico per la promozione delle istituzioni democratiche nel paese». Dieci anni dopo, un’altra ricerca condotta da Francesca Maria Calamunci e Federico Fabio Frattini, analizza la situazione italiana. Si concentra sulle regioni del centro e del nord e riporta risultati simili: «L’esposizione prolungata alla mafia riduce significativamente il capitale civico», e ancora: «Lo studio sottolinea l’impatto significativo dell’esposizione a lungo termine alla criminalità organizzata sul capitale sociale» e che «le organizzazioni criminali trapiantate possono essere efficaci quanto le loro controparti autoctone nell’erodere il capitale sociale».
L’effetto “rally around the flag”
I risultati sembrerebbero essere sempre gli stessi, a tutte le latitudini. Sempre nel 2023, però, una ricerca condotta dagli italiani Gian Maria Campedelli, Gianmarco Daniele, Andrea Martinangeli e Paolo Pinotti ha portato a delle conclusioni sorprendenti e controintuitive rispetto alla precedente letteratura. «Contrariamente a studi precedenti che individuano una correlazione negativa tra criminalità e fiducia nello Stato», come si legge nel report che ha esaminato un campione di oltre cinquemila individui, la ricerca ha evidenziato che «la consapevolezza della violenza, soprattutto se legata a gruppi organizzati, rafforza il sostegno dello Stato». «Nell’esperimento abbiamo esposto i partecipanti a immagini violente», spiega Gian Maria Campedelli, uno degli autori dello studio «che ritraevano scene di un omicidio, un cadavere a terra con i carabinieri a fianco che facevano i rilievi. Per una parte del campione abbiamo abbinato queste immagini a un testo che riguardava il fenomeno mafioso, mentre agli altri erano sono state mostrate alle stesse foto, ma senza questa contestualizzazione». I partecipanti al sondaggio che erano stati informati della natura mafiosa di quei crimini hanno fatto registrare un più alto tasso di supporto allo stato e fiducia nelle istituzioni pubbliche. Questo stesso effetto, detto “rally around the flag”, cioè raccogliersi attorno alla bandiera, è stato osservato nei cittadini dopo grandi attentati terroristici, come dopo l’attacco alle Torri Gemelle negli Stati Uniti o in Europa dopo l’attentato alla metropolitana di Madrid nel 2004.
Poche risposte e tanto ancora da studiare
Il riscontro è ancor più inaspettato perché, se in questi ultimi casi si è creato uno scontro tra “noi e loro”, lo stesso non può accadere con la criminalità organizzata, che fa parte della stessa comunità dei cittadini e ha legami consolidati con la politica e l’economia. «Si tratta di un dato in controtendenza rispetto alla letteratura sul “rally around the flag”, che è legata più alla lotta armata terroristica o a movimenti indipendentisti. La mafia, invece, in alcune parti del paese ha una grande aderenza con la società. Il mafioso è molto spesso la stessa persona con cui sei cresciuto, hai giocato a pallone, sei andato a scuola. Soprattutto, in alcune realtà fornisce servizi che sono richiesti dalla popolazione, tra cui le droghe, supporto economico, prestiti, e protezione sociale», continua Campedelli. In realtà, l’effetto “rally” è anche un risultato problematico, perché suggerisce implicitamente una mancanza di accountability (trasparenza) da parte dello stato nella gestione della violenza. Non a caso, i ricercatori hanno riscontrato una percezione errata tra gli intervistati: questi ultimi «credono che gli omicidi siano aumentati del venti per cento negli ultimi vent’anni, quando in realtà sono diminuiti del sessanta». Inoltre, il report evidenzia anche una scarsa fiducia nella polizia e nel sistema giudiziario, ovvero le istituzioni responsabili del contrasto alla criminalità.
La mafia trasparente
L’esistenza di risultati contrastanti tra le ricerche non deve trarre in inganno. La materia deve ancora essere studiata. L’esposizione alla violenza, soprattutto di questo tipo, ha diversi effetti ed è la loro composizione a rendere il quadro complesso. Esistono, però, due elementi fattuali che meritano di essere sottolineati. Il primo è la trasformazione delle organizzazioni criminali, in particolare cosa nostra, in modo da passare quasi inosservate, aumentando di fatto il loro potere e la loro influenza. Il secondo, strettamente legato a questo mutamento, è il declino del movimento antimafia. Dopo l’arresto nel 2006 di Bernardo Provenzano, capo del clan dei Corleonesi e successore di Totò Riina, la gente gridava “la mafia è sconfitta” e “la lotta antimafia non serve più”. Niente di più falso. La mafia non è morta, ha solo cambiato pelle. Sebastiano Ardita, magistrato del Csm e autore del libro “Cosa Nostra SpA”, ricorda come dopo la fase stragista, all’inizio degli anni Novanta, cosa nostra abbia deciso di fare meno rumore, meno assassinii. Il cosiddetto “modello catanese” le ha permesso nel tempo di diventare “trasparente”, operare nei settori pubblici e legarsi all’economia, senza che ciò generasse una reazione nella popolazione come, invece, gli ultimi omicidi eccellenti dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino avevano fatto. Secondo molti osservatori, questo è uno degli elementi che ha contribuito a indebolire la lotta antimafia.
Il sistema Montante
La definizione di “Mafia trasparente”, ossia «apparentemente priva di consistenza tattile e visiva e perciò in grado di infiltrarsi eludendo la resistenza delle misure comuni anticorpali», è scritta anche nella sentenza di Caltanissetta che ha rivelato il “sistema Montante”. Antonello Montante è stato un imprenditore siciliano ed ex presidente di Confindustria Sicilia. Ha costruito la sua immagine come un uomo d’industria impegnato nella lotta alla mafia, promuovendo una politica di “legalità e trasparenza”. Secondo il giornalista Attilio Bolzoni, dopo il 2006 Antonello Montante e i suoi sodali vengono dipinti come “paladini antimafia”, gli imprenditori che rilanceranno l’economia siciliana fuori dallo stigma mafioso. Un sistema che, scriverà Bolzoni in un articolo del 2021, «cancella il pluralismo dell’antimafia per instaurare una sorta di dittatura dell’antimafia». Si tratta inoltre di un modello alquanto nebuloso, visto che Montante è stato condannato a 14 anni col rito abbreviato per associazione a delinquere, condanna poi annullata dalla Corte di cassazione.
La percezione distorta
Dietro la patina di legalità dei “presentabili” che rimpiazzano la mafia cattiva, quella che spara, restano stabili i vecchi equilibri criminali. Meccanismi ben oliati da un sistema che li incentiva e distorce la percezione pubblica. A questo proposito, lo studio condotto da Gian Maria Campedelli e coautori sottolinea il ruolo cruciale di una corretta copertura mediatica: «Oggi gli omicidi sono molto più rari – spiega il ricercatore – e vengono comunque coperti in maniera molto più ampia in termini di tempo rispetto al passato. C’è la percezione che siano un grande problema, quando i dati dicono il contrario». Fenomeni come l’infiltrazione mafiosa nella politica locale o l’appropriazione indebita di fondi, invece, danneggiano profondamente la collettività ma, spiega Campedelli, non generano lo stesso impatto emotivo: «Si tende a considerarli più tollerabili, si insinua in molti il dubbio che, finché non scoppiano le bombe, si possa convivere con tutto il resto. Per questo stiamo considerando di espandere la nostra ricerca per comprendere meglio questa differenza cognitiva e il ruolo che possono giocare i media nel creare l’effetto “rally around the flag” anche per i reati non violenti». Più la mafia si fa trasparente, più è urgente che l’informazione le imbratti la facciata, è più facile combattere ciò che si vede.

