Giancarlo Siani, cosa resta a 40 anni dal suo omicidio tra depistaggi e verità nascoste 

Giancarlo Siani, cosa resta a 40 anni dal suo omicidio tra depistaggi e verità nascoste 

23 settembre 1985. Quarant’anni fa Giancarlo Siani è stato trucidato dalla camorra. Scrivere del coraggioso giornalista antimafia non è solo un modo per ricordarlo. Dopo così tanto tempo, vale la pena rispolverare i tanti misteri che continuano a nascondersi dietro a una delle vicende più tragiche della cronaca italiana. La sua è la storia di un’attivista che lottava per la legalità, per la giustizia e che tramite la sua penna e la sua macchina da scrivere, una Lexikon 80, ha messo nero su bianco delle verità che nessuno era pronto a leggere. Tantomeno il suo giornale, “Il Mattino”, che spesso ne limitava la pubblicazione non ha mancato mai di censurarlo. Quel mix di coraggio, lotta per la verità e solitudine si è scontrato con un sistema di potere troppo forte, che lo ha condannato a morte il 23 settembre 1985. 

Il lavoro senza contratto 

Siani è stato un corrispondente a Torre Annunziata per “Il Mattino” e allo stesso tempo ha collaborato con la rivista “Osservatorio sulla camorra”, diretta da Amato Lamberti, il primo sociologo che ha studiato in maniera sistematica la camorra. La lunga attesa di un contratto da praticante non ha scoraggiato il giovane dalla ricerca della verità nei luoghi in cui viveva e che frequentava. Lo dimostra la sua presenza nelle piazze e nelle manifestazioni contro la camorra, al fianco dei lavoratori edili e degli studenti. Sempre a bordo della sua Citroën Mehari, non ha mai smesso di inseguire le notizie che potessero trovare conferma dei legami tra famiglie mafiose che lui stesso aveva scoperto e mappato 

Un clima complicato 

Nei tempi in cui il giovane corrispondente aveva iniziato a scrivere, la geografia criminale di Torre Annunziata e della Campania stava cambiando. Al centro della scena c’era il clan Nuvoletta, che aveva in programma una svolta: finire la guerra che da tempo lo vedeva schierato contro la famiglia Bardellino. Per stringere questa nuova alleanza era però necessario pagare un prezzo. L’8 giugno 1985 infatti, il clan ha consegnato alla giustizia Valentino Gionta, boss che voleva controllare il traffico di eroina del territorio, il settore sul quale puntavano gli occhi i Bardellino. È stato proprio Siani a scrivere un articolo sul tradimento verso Gionta da parte dei Nuvoletta.    

La sentenza di morte 

Secondo le dichiarazioni del pentito Gabriele Donnarumma, fratello di Gemma, la moglie di Valentino Gionta, è stato proprio quell’articolo a scatenare la furia omicida della mafia. L’uomo ha inoltre dichiarato che Totò Riina ordinò l’esecuzione, poiché non poteva accettare che venissero scritte certe notizie sugli “uomini d’onore”. Ma oltre a questo, sono molti gli articoli che vedono il giornalista denunciare gli affari sporchi tra politica e mafia, soprattutto all’indomani del terremoto in Irpinia del 1980, quando tanti edifici dovevano essere riscostruiti e tanti appalti dovevano essere assegnati. Un giro di affari che faceva gola alla camorra. 

Il processo 

Il “Caso Siani” è stato riaperto nel 1993, dopo otto anni in cui la giustizia non è riuscita ad identificare i veri autori dell’omicidio. Affidate al pm Armando D’Alterio, le indagini hanno portato all’ergastolo dei due esecutori materiali, Armando Del Core e Ciro Cappuccio, e hanno identificato i mandanti nei clan Nuvoletta e Gionta. Ma non tutta la verità è stata svelata. Lo hanno dimostrato le dichiarazioni di Salvatore Giuliano, boss che ha rivelato nel 2014 il fastidio verso il giornalista per essersi occupato degli affari sporchi dietro le cooperative degli ex detenuti, un progetto che prevedeva l’istituzione di dodici cooperative per poter gestire degli appalti e assistere così chi è uscito dal carcere. Questa vicenda suggerisce che anche la famiglia Giuliano avrebbe avuto i propri interessi nella morte del giornalista. 

La sparizione di un libro 

Tra i tanti misteri che avvolgono il caso c’è anche la sparizione di un libro. A confermarne l’esistenza c’è una lettera di Siani inviata alla sua amica Chiara, dove ha parlato del manoscritto in attesa di pubblicazione. Eppure, all’indomani della sua morte, questo è scomparso. A scriverlo con lui è stato Antonio Irlando, inviato dell’ansa, che ha sempre negato di aver contribuito alla stesura dell’opera, salvo poi rivelare dopo trent’anni di aver effettivamente lavorato a un libro sulle luci e le ombre di Torre Annunziata. Quanto ha influito quel documento sulla sua morte? Molto, soprattutto leggendo un articolo pubblicato sul Mattino il 23 settembre 1986 da Mino Jouakim, che scrive infatti: «Sono ancora convinto che sia stato assassinato per quel che non aveva pubblicato». 

Comprare il silenzio 

«Sul caso Siani non sappiamo tutta la verità, perché le complicità che scattarono dopo l’assassinio e i depistaggi hanno coinvolto un intero sistema di potere – ha detto a #Noi Antimafia Pietro Perone, giornalista del Mattino e autore del libro “Giancarlo Siani” – Ancora oggi c’è interesse nel non far venire tutto a galla». Il cronista non ha dubbi su questo: «Se fosse altrimenti, non si spiegherebbe il perché le famiglie dei killer, dal giorno in cui hanno iniziato a scontare l’ergastolo, hanno ricevuto dai Nuvoletta una somma di denaro che ammonta a circa un milione e mezzo di euro. Con questi soldi hanno comprato il silenzio dei killer, che non hanno mai confessato e non hanno mai dato informazioni utili sul delitto». Ambiguo è anche il ritratto che fa di Irlando: «Perché aspettare trent’anni per dire di aver lavorato a quel libro? All’epoca poteva essere un’informazione utile per indirizzare le indagini sulla pista che si è rivelata più concreta, ovvero il collegamento tra politica e camorra». 

Pietro Perone mostra gli appunti di Siani durante la presentazione del suo libro

Il documentario 

Dopo il successo del film Fortapàsc, che nel 2009 ha fatto conoscere a tanti la figura del giornalista, arriverà a settembre un documentario sulla Rai basato sul libro di Pietro Perone. «Insieme a Pietro abbiamo scritto un documentario che racconta la figura di Siani – ha detto a #Noi Antimafia il regista Filippo Soldi – Abbiamo avuto con noi la gioia di avere Toni Servillo, che ha letto nel liceo del giornalista alcuni dei suoi articoli». «La cosa mi ha preso molto, è una storia che merita di essere raccontata insieme a quello che ha provocato – ha continuato Soldi – È come se avesse fatto partire delle onde che hanno coinvolto tante persone. Da questa storia ne esce l’umanità di tante persone che hanno fatto indagini, ricerche e hanno lavorato al servizio della verità». 

Cosa resta 

Giancarlo Siani rimane un’icona, un punto di riferimento per chi ogni giorno lotta contro la mafia. Ma cosa resta della sua battaglia? «Ho pensato di aver esagerato quando ho scritto nel mio libro che in quarant’anni non è cambiato nulla e che la morte di Siani è stata inutile, quantomeno nei territori dove lavorava – ha detto con amarezza Pietro Perone – ma poi il 15 luglio 2025 sono stati arrestati 17 membri del clan Gionta e Gemma Donnarumma, ultrasettantenne, continuava a gestire i traffici di droga». «Per di più, il comune di Torre Annunziata è stato sciolto tre volte per mafia, e attualmente un’indagine è in corso – ha concluso Perone – Oggi la camorra e la mafia sono presenti nel sud Italia come ieri».