Confisca e risarcimenti: la Corte europea boccia la giustizia italiana e parla di risarcimenti sproporzionati 

Confisca e risarcimenti: la Corte europea boccia la giustizia italiana e parla di risarcimenti sproporzionati 

La Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per violazione del principio di proporzionalità e del diritto di proprietà rispetto al tema confische. Con la sentenza del 5 febbraio 2026, i giudici di Strasburgo hanno infatti stabilito che lo Stato non può, attraverso la combinazione di confisca e risarcimento, incassare da un condannato una somma complessivamente superiore al danno effettivamente subito dall’amministrazione pubblica. Una doppia misura che, secondo la Corte, costituisce un’ingerenza illegittima e supera quanto necessario per riparare il danno, in contrasto con l’articolo 1 del Protocollo 1 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La decisione arriva al termine dei ricorsi presentati dalle famiglie Florio e Bassignana, due vicende giudiziarie diverse ma accomunate dallo stesso nodo: la Corte dei conti aveva imposto risarcimenti senza detrarre le somme già confiscate, ritenendo le due misure autonome. Per Strasburgo, invece, l’effetto combinato delle sanzioni ha prodotto un risultato sproporzionato. Una decisione, quella della Cedu, che rischia di creare un precedente per le confische e i risarcimenti spesso richiesti alla criminalità organizzata. 

Casi Bassignana e Florio 

Era il 2006 quando l’ex funzionario della Valle d’Aosta, Luigi Bassignana, aveva patteggiato di fronte al giudice per le indagini preliminari una pena di più di un anno per corruzione. Dopo un’inchiesta su tangenti arrivate con i lavori di ricostruzione dopo l’alluvione del 2000, nel 2015 era stato condannato a un risarcimento di 750 mila euro. La Corte dei conti però ha respinto la richiesta degli avvocati di Bassignana di detrarre dalla somma il denaro che già gli era stato confiscato. La motivazione? Le due misure, la confisca e la condanna al pagamento, avevano natura diversa. Simile il caso della famiglia Florio, condannata a un risarcimento al ministero della Giustizia per corruzione e truffa. Anche in questo caso non è stata accettata la richiesta di tenere conto delle somme confiscate. 

Il ricorso 

I giudici della Cedu si sono pronunciati il 5 febbraio 2026, accogliendo il ricorso degli imputati. Come si legge nelle carte: “Le sentenze con le quali la Corte dei conti ha ordinato ai ricorrenti di risarcire l’amministrazione costituiscono un’ingerenza nel diritto degli interessati al rispetto dei loro beni”. Si stabilisce così che il provvedimento della magistratura italiana viola il diritto alla proprietà privata, tutelata con l’articolo 1 del Protocollo 1, una norma europea pensata per stabilire fino a che punto uno Stato può intervenire sui beni delle persone. Per di più, la Corte dei conti avrebbe stabilito una pena sproporzionata rispetto alla colpa. Nella sentenza si legge infatti che: “L’effetto combinato delle misure di confisca e di risarcimento ha consentito allo Stato di percepire complessivamente un importo superiore al danno subito dall’amministrazione lesa. In tali condizioni, la Corte ritiene che le misure contestate abbiano nettamente superato quanto necessario per raggiungere lo scopo perseguito dalla Corte dei conti, vale a dire la riparazione di tale danno”. 

I precedenti 

Non è la prima volta che la Cedu condanna l’Italia. Al contrario, secondo gli stessi dati forniti dalla Corte, il Paese risulta essere tra le vittime principali di questo processo. Nel 2024 risultavano infatti 2.150 ricorsi pendenti contro l’Italia, pari al 3,6% del totale. Dati che collocano l’Italia tra i cinque Stati più colpiti in tutta la storia della Corte. Uno dei casi più recenti riguarda la morte di Riccardo Meneghini, morto a Firenze il 3 marzo del 2014 durante un fermo dei carabinieri. Dopo l’assoluzione dei carabinieri stabilita dalla Cassazione, la sentenza europea del 16 gennaio 2026 ha stabilito che l’Italia ha violato l’articolo 2 della Convenzione dei diritti umani, che sancisce chiaramente la tutela del diritto alla vita. Storico anche il ricorso degli avvocati di Silvio Berlusconi, che hanno accusato la magistratura italiana di aver violato il principio di presunzione d’innocenza nell’ambito del processo Lodo Mondadori, che ha visto l’ex premier fronteggiare l’imprenditore Carlo De Benedetti sull’acquisizione della storica casa editrice, oggi di proprietà del gruppo Fininvest.