La mafia a tre teste in Lombardia: così “Hydra” svela la confederazione mafiosa tra appalti e business

La mafia a tre teste in Lombardia: così “Hydra” svela la confederazione mafiosa tra appalti e business

Milano, 12 gennaio 2026. Sei ore di camera di consiglio nell’aula bunker del carcere di Opera portano alla condanna di 24 imputati per associazione mafiosa. “Hydra” è il nome scelto per l’inchiesta, come l’Idra di Lerna, mitologico mostro greco le cui teste rinascono se tagliate. E la mafia lombarda di teste ne ha tre: camorra, ’ndrangheta e cosa nostra. Un inedito sodalizio orizzontale in nome di un solo credo: il dio denaro. Questo è quanto risulta dalle indagini condotte dalla Dda e dal Nucleo investigativo dei carabinieri di Milano, in quella che può essere considerata una delle più grandi inchieste antimafia degli ultimi trent’anni. Per la prima volta emerge il nuovo volto della criminalità organizzata contemporanea, unita da interessi comuni e infiltrata nei tessuti imprenditoriali e politici della regione più produttiva d’Italia.

Il bar Las Vegas ad Abbiategrasso

Tutto ha inizio ad Abbiategrasso, in provincia di Milano, dove tra il 2020 e il 2021 vengono intercettati i primi incontri della confederazione mafiosa. Il bar Las Vegas, chiuso nel 2024 per un’interdittiva antimafia, diventa base logistica e punto di ritrovo. Il locale, intestato alla figlia di Paolo Errante Parrino – parente di Matteo Messina Denaro – è un crocevia di relazioni, uno spazio sicuro dove potersi incontrare senza dare nell’occhio. Tra i frequentatori abituali c’è anche il primo cittadino Cesare Nai, che con Parrino stesso mostra di avere una certa confidenza, come risulta evidente dalle varie telefonate intercettate e trasmesse dal programma Rai Report il 14 gennaio 2024.

Incontro tra esponenti delle tre mafie ripreso da una telecamera

Un via vai di politici e imprenditori

Ma Nai non è il solo. Secondo gli inquirenti, nell’entourage di Parrino compaiono impresari, politici e amministratori locali – come il consigliere comunale Francesco Chillico e l’assessore Flavio Lovati, entrambi di Fratelli d’Italia – indicati negli atti come interlocutori dell’imputato. Altra figura chiave è poi Gioacchino Amico, imprenditore canicattese trapiantato al nord e ritenuto vicino a Michele Senese, uno dei più potenti boss della camorra romana. Il suo nome testimonia questa nuova fusione tra criminalità organizzata e mondo degli affari. Si tratta di una mafia imborghesita, che frequenta uffici e sale riunioni, che parla di quote societarie e di relazioni istituzionali.

Meno sangue, più pressione economica

Il controllo, infatti, non passa più dal territorio, ma dai mercati. Il profitto si sposta sui settori della sanità, della logistica, dell’edilizia e dell’ortofrutta: ambienti dove circolano grandi flussi di denaro e dove l’infiltrazione può avvenire senza sparare un colpo. Società create ad hoc per partecipare ai bandi per gli appalti, prestanome incensurati, certificazioni antimafia formalmente in regola. In molti casi l’infiltrazione parte dall’investimento in aziende pulite ma in difficoltà: l’impresa continua a produrre ma diventa una lavatrice di denaro illecito. Meno sangue e più pressione economica: l’obiettivo non è dimostrare di essere il più forte, ma fare soldi restando invisibili. Come ha sintetizzato il procuratore Maurizio De Lucia, in occasione della festa dell’Unità di Palermo: «La mafia non uccide, ma ha imparato a picchiare».

La bacinella

A tenere insieme il sistema vi è la cosiddetta “bacinella”, la cassa comune del sodalizio criminale: un fondo condiviso per sostenere spese legali, esigenze degli affiliati e soprattutto il mantenimento dei detenuti. È il “welfare mafioso”, ma anche il segnale di una difficoltà strutturale: la mafia lombarda è a corto di manovalanza. Sempre meno sono infatti i giovani disposti a rischiare carcere e vita per i clan. Le nuove generazioni vanno a studiare al nord, vogliono investire, fare soldi; viene meno la vena rituale e sacrale che caratterizza la criminalità tradizionale. Eppure la capacità di intimidire, quando serve, non svanisce. Lo dimostrano le recenti minacce rivolte ad Alessandra Cerreti, pm antimafia di Milano, da parte di Giuseppe Sorci, che proprio durante l’udienza per l’inchiesta Hydra si è fatto per tre volte il segno della croce con la mano sinistra davanti al magistrato.

Le indagini preliminari

Tuttavia, proprio questo distacco dai vecchi codici aveva convinto, nell’ottobre del 2023, il giudice per le indagini preliminari Tommaso Perna a escludere il reato di associazione mafiosa. Il gip aveva infatti rigettato 142 istanze di misura cautelare su 153, escludendo l’esistenza di un’unica nuova associazione mafiosa e parlando piuttosto di accordi occasionali tra criminali. Niente cupola, niente gerarchia rigida e quindi niente 416 bis. Ma, secondo la Dda di Milano, guidata dai procuratori Marcello Viola e Alessandra Dolci, se fino a ora si è parlato di 416 bis come collegato esclusivamente a un controllo territoriale, bisogna riconoscere che adesso riguarda anche l’economia. La pm Alessandra Cerreti ha quindi replicato alla bocciatura del gip facendo ricorso al tribunale del riesame: non si sta parlando di una nuova “super-mafia”, ma di un’alleanza stabile tra rappresentanti delle tre tradizionali organizzazioni criminali italiane, che condividono forza intimidatoria e interessi economici per aumentare la possibilità di profitto.

La condanna

Dal riesame delle 1.121 pagine del ricorso emerge un quadro chiaro: la mafia al nord esiste e si presenta come una confederazione tra cosa nostra, camorra e ’ndrangheta, che agisce secondo proprie regole, indipendenti dalle cosche d’origine. Ventiquattro condannati per 416 bis e altri 39 per reati di vario tipo – estorsioni, traffico di droga e armi, riciclaggio, frodi fiscali e false fatturazioni – con pene fino a 16 anni di carcere. Tra i nomi degli imputati ci sono volti già noti. Le pene più alte vanno a Massimo Rosi (16 anni), punto di riferimento della ’ndrangheta in Lombardia; Bernardo Pace (14 anni e 4 mesi), delegato al mandamento di Castelvetrano; Filippo Crea (14 anni), vicino alla ’ndrina Iamonte; e Giuseppe Fidanzati (14 anni), figlio del boss di cosa nostra Gaetano Fidanzati. Ai collaboratori di giustizia – William Cerbo, Francesco Bellusci e Saverio Pintaudi – è stata riconosciuta l’attenuante e una riduzione di pena a 4 anni e mezzo. Mentre 45 sono gli indiziati rinviati a giudizio per rito ordinario, previsto per il 19 marzo 2026 nell’aula bunker di San Vittore.