Se ne è parlato poco. Quasi nulla. Eppure il disegno di legge sull’apologia di associazione mafiosa, presentato alla Camera il 14 ottobre 2025, tocca un nodo delicatissimo: il confine tra libertà di espressione e contrasto culturale alle mafie. Mentre il dibattito pubblico è rimasto concentrato su altri temi, questa proposta ha attraversato il Parlamento senza accendere un confronto adeguato. Eppure riguarda il modo in cui lo Stato intende intervenire contro la narrazione, l’esaltazione e la mitizzazione del fenomeno mafioso. Proprio per questo vale la pena fermarsi a discuterne oggi.

La proposta alla Camera
Il disegno di legge di Maria Carolina Varchi e del deputato Raoul Russo, entrambi di Fratelli d’Italia, ha l’obiettivo di punire chi esalta, mitizza o celebra metodi e figure criminali, reali o inventate, con pene che vanno da sei mesi a tre anni di carcere, oltre alla possibilità di una multa fino a 10.000 euro. Come si legge nel testo, il provvedimento introduce «l’articolo 416 bis comma 2 del codice penale in materia di apologia e istigazione relative a fatti, metodi, principi o comportamenti propri delle associazioni criminali di tipo mafioso o dei loro componenti».
Il timore del mondo culturale
La notizia ha innescato reazioni nel mondo dello spettacolo e dell’informazione, insieme alla preoccupazione di autori e giornalisti. I “bersagli”, infatti, non sarebbero soltanto i social, ma anche prodotti televisivi, cinematografici e la stampa. Il timore è che la norma possa incidere sul modo in cui la criminalità organizzata viene raccontata e rappresentata. Marco D’Amore, attore campano che ha interpretato il personaggio di Ciro Di Marzio in “Gomorra – La serie”, ha sostenuto in un’intervista all’agenzia Agi, con un velo di ironia, che se il disegno di legge dovesse passare sarà necessario «allargare parecchio le patrie galere. Perché ci faremo arrestare in parecchi… continueremo a produrre cose interessanti e resistenti a questa forza che ci viene contro», riferendosi all’importanza del suo lavoro, che utilizza l’osservazione diretta e il vissuto delle persone per raccontare ciò che accade nella realtà.
Il “ddl Ascari”
L’onorevole Stefania Ascari, deputata del Movimento 5 Stelle, aveva già presentato nel 2021 una proposta di legge per introdurre l’aggravante di istigazione o apologia di associazione di tipo mafioso. «L’obiettivo primario è spezzare il fascino del “brand” malavitoso. Oggi la mala si presenta come identità, appartenenza, possibilità di riscatto sociale. Questo messaggio attecchisce soprattutto nelle periferie più abbandonate, dove la presenza dello Stato è debole o intermittente. In quei contesti, la “mafia-influencer” riempie un vuoto. Offre riconoscimento, protezione apparente, senso di potere» dice Ascari a #Noi Antimafia. La sua proposta di legge è ad oggi ferma. «Riconoscere che le organizzazioni criminali sono anche potenze comunicative significa ammettere un fallimento dello Stato nei territori più fragili. Finché non si affronterà il nodo dell’assenza di politiche sociali, educative e culturali nelle periferie, il tema continuerà a essere sottovalutato. Proprio questa consapevolezza rende la proposta sempre più urgente», aggiunge.
Dove inizia l’apologia
Quale sia la linea di confine tra semplice narrazione del reale e apologia lo spiega la stessa Ascari: «Raccontare la mafia per descriverne la violenza, denunciarne i meccanismi o analizzarne l’impatto sociale è non solo legittimo, ma necessario. È ciò che fanno il giornalismo d’inchiesta, la ricerca, la scuola e la cultura democratica. Non è apologia raccontare una realtà difficile; lo diventa quando quella realtà viene legittimata, resa desiderabile o normalizzata, soprattutto nei contesti sociali più fragili, dove l’assenza di opportunità rende più facile l’identificazione con chi ostenta potere e successo criminale».
I punti di rottura
La proposta di Stefania Ascari non punta a colpire la narrazione in sé, ma la sua capacità di persuasione. Non vuole limitare la libertà artistica o culturale, ma intervenire su chi trasforma il crimine in valore, l’intimidazione in identità e la violenza in modello sociale. «La differenza principale sta nel metodo e nelle basi su cui nasce la proposta – dice Ascari –. La mia è il risultato di un lavoro di inchiesta e approfondimento svolto nella scorsa legislatura in Commissione parlamentare antimafia, costruito attraverso l’ascolto di esperti, magistrati, operatori dell’informazione, rappresentanti delle forze dell’ordine e realtà impegnate nel contrasto alle mafie. Un lavoro serio e condiviso che ha portato a un voto unanime, a dimostrazione della solidità dell’impianto e della sua compatibilità costituzionale».
FdI risponde alle accuse
A chi teme che punire l’apologia possa creare un precedente per limitare il dissenso o la libertà di parola, la legislatrice di Fratelli d’Italia, in un’intervista a Tag24, risponde: «Non ricordo, dopo la proiezione nelle sale cinematografiche di “Scarface”, epigoni che emulassero il protagonista… Il tema non è il prodotto, ma i sottoprodotti nei quali il buono finisce per essere cattivo e viceversa. Serve un taglio netto ai comportamenti inneggianti alla mafia». Ascari ribadisce: «La proposta non introduce alcuna censura preventiva, ma prevede un intervento ex post, rimesso alla valutazione dell’autorità giudiziaria, solo in presenza di condotte chiaramente riconducibili all’istigazione o all’apologia di reati mafiosi. La libertà di espressione è pienamente garantita finché resta nel perimetro del confronto, della critica e della narrazione; cessa di essere tutelata quando diventa strumento di offesa a valori costituzionali fondamentali, come la legalità democratica e i diritti delle vittime». «La libertà di parola non può diventare libertà di promuovere modelli fondati sulla violenza e sull’intimidazione, soprattutto quando questi modelli si insinuano nei vuoti sociali e istituzionali», conclude l’onorevole.
La via penale non basta
Oggi la legge italiana punisce l’associazione mafiosa con l’articolo 416-bis e l’istigazione a delinquere con l’articolo 414 del codice penale. Secondo Ascari, tuttavia, questo non sarebbe più sufficiente: la mafia non aspetta più di essere raccontata, si racconta da sola, senza filtri. Contrastarla richiede una strategia collettiva che unisca istruzione, welfare e politiche giovanili a un presidio saldo dello Stato nei territori. «Se la criminalità organizzata oggi è influencer di sé stessa, soprattutto dove lo Stato è assente, allora lo Stato deve tornare a essere educatore, riferimento e opportunità concreta. Solo così la norma penale può essere davvero efficace», sostiene Ascari. Maria Carolina Varchi, ai microfoni di Tag24, ribatte: «Assistiamo alla normalizzazione dei fenomeni mafiosi partita con prodotti televisivi, serie tv e docufiction molto famose… piccoli replicanti che sui social, in particolare su TikTok, diventano epigoni dei personaggi visti in tv».

