Rubio: “Mi hanno tolto la scorta per vendetta”. Ma dopo 4 giorni gliela riassegnano 

Rubio: “Mi hanno tolto la scorta per vendetta”. Ma dopo 4 giorni gliela riassegnano 

Quattro giorni. Tanto è apparentemente passato dal 22 aprile 2026, quando al cronista anticamorra Domenico – Mimmo – Rubio è stata revocata la scorta, al 26 aprile 2026, quando dopo le proteste della società civile e delle associazioni gli è stata frettolosamente riassegnata, almeno in via temporanea. Al cronista di Arzano era stata assegnata nel 2020, quando il clan “della 167” aveva bersagliato la sua casa – nello stesso comune in cui indagava, sciolto diverse volte per mafia – con proiettili, fuochi d’artificio, petardi di grosse dimensioni. Intimidazioni. Una manciata di ore che raccontano qualcosa di molto più significativo della loro durata. Abbiamo raggiunto il collega al telefono, per farci raccontare cosa è successo in quelle ore e provare a indagarne i motivi di una scelta  
senza nessun precedente, mentre i processi contro i suoi accusatori sono ancora in corso. 
 
Cosa è successo quando le è stata revocata scorta? 

«C’è stato un tam-tam significativo: innanzitutto da parte della nostra categoria: la Federazione nazionale della stampa italiana, il sindacato dei giornalisti della Campania, le associazioni antimafia, Articolo 21. E a stretto giro degli interventi al Senato, partiti dal primo fatto dal senatore del Pd Walter Verini, che è in Commissione parlamentare antimafia, sostenuto dai gruppi parlamentari che chiedevano di riassegnarmi la scorta e l’immediato ritorno indietro su una decisione incomprensibile. L’intero centrosinistra ha votato per tornare indietro rispetto a una decisione incomprensibile, ma anche una senatrice di Fratelli d’Italia. Però è accaduto un fatto che ritengo ancora più grave: dopo l’intervento in aula di Verini, c’è stato quello di Francesco Silvestro (Forza Italia), della mia stessa città. Suggeriva che era il caso che mi fosse revocata perché in questo momento non fatturavo contrattualmente con un giornale. Sarebbe come dire che per un giornalista impegnato come me — precario — la scorta è un privilegio».  

Qual è la tua storia professionale? 

«Sono un giornalista da oltre 30 anni, ho lavorato nei quotidiani, mentre il modo di fare informazione è in evoluzione e cambia. Ho trovato gravissimo sostenere in aula del Senato che non era il caso di darmi la scorta. Faccio presente che del senatore in questione mi sono occupato, con il collega Nello Trocchia, all’inizio della legislatura. In seguito agli articoli di Trocchia sul Domani e i miei in ambito locale, naturalmente sostenuti da fonti, il senatore in questione fu costretto a dimettersi dalla Commissione parlamentare antimafia». 

Perché? 

«Perché scrivevamo che era singolare che il nuovo governo Meloni, appena insediato, nominasse tra i componenti della Commissione parlamentare antimafia un senatore che nel suo curriculum politico precedente risultava coinvolto negli scioglimenti del mio comune per rapporti con la Camorra. La precedente Commissione lo aveva definito impresentabile perché fino a pochi mesi prima aveva ancora un processo in corso per l’accusa di tentata concussione, quando era presidente del consiglio comunale in questa città. Il senatore mi fece anche una causa con richiesta esecutiva di 50.000 euro. Il tribunale mi ha dato ragione:  avevo esercitato il diritto di critica, avevo scritto la verità».  

Nel frattempo, lei ha altri due processi in corso 

«Esatto. Quindi di che cosa parliamo? Non è un privilegio avere una scorta per chi è minacciato dalle mafie. È paradossale sentir dire che noi che mettiamo la nostra vita in pericolo, abbiamo un privilegio. Ora c’è stata la riattivazione, perché lo avevano chiesto la Federazione e l’Ordine, anche in via transitoria in attesa delle rivalutazioni di merito, perché ovviamente aspettiamo di andare fino in fondo». 

Perché questo fatto è così importante? 

«Non si tratta di difendere Rubio, ma un principio che vale per il giornalista, per il testimone di giustizia, per il cittadino, per l’imprenditore che denuncia. Il solo fatto di essere in processi con esponenti della criminalità organizzata rende il pericolo vivo e attuale, ogni qualvolta vado in aula di tribunale». 

Ma per lei che conseguenze ha avuto? 

«Per me è stato un momento di sbandamento, perché mi sono trovato proprio in quei giorni a dirmi: “Io non vado avanti: se lo Stato mi mette in questa condizione, non voglio andare in aula perché ho paura”. Sono in una città in cui si spara, dall’inizio dell’anno c’è stata una retata, uno degli imputati di un processo che mi vede coinvolto — il riesame lo ha rimesso fuori — abita a 100 metri da casa mia. Ho scoperto poi che della vicenda che mi riguardava il procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, che mi conosce bene, non ne sapeva nulla. Quando ho avuto modo di incontrarlo, qualche giorno dopo, era incredulo: non sapeva niente e meno che mai poteva condividere il principio di quella azione. Questo incontro mi ha rafforzato ancora di più nel ritenere che dietro ci sia stato un tentativo politico di mettermi in grande difficoltà — quasi una sorta di azione ritorsiva, alla luce delle cose che ho raccontato in questi due o tre anni». 

Come ha vissuto quei giorni? 

«Male. È sempre difficile quando sei in una condizione già di per sé difficile: ogni volta che c’è un’udienza con i clan e anche nel mio operare sul territorio con l’informazione locale. Per 48 ore sono rimasto in casa. Gentilmente sono venuti a prendermi dei poliziotti fuori servizio. Il primo giorno mi hanno detto che c’era un clima strano nella città. Ho evitato di scendere e quando giorni dopo ho dovuto farlo per motivi di famiglia, qualche esponente delle forze dell’ordine mi ha accompagnato fuori dall’orario di servizio, volendo garantire una protezione aggiuntiva». 

Le è stata restituita la scorta con una dicitura insolita. Cosa significa “riattivazione temporanea”? 

«Questa non te la so spiegare ancora: la sto valutando insieme ai miei avvocati e rispetto alla federazione. In parte perché ufficialmente c’è un tavolo — l’amministrazione degli interni, di cui fa parte anche l’ordine dei giornalisti e la federazione della stampa — in cui nell’immediato noi abbiamo chiesto formalmente la rivalutazione del problema sicurezza. Ma l’attualità del pericolo è già di per sé determinata nel momento in cui il testimone, il giornalista, l’imprenditore che denuncia è in fase processuale. Tra l’altro io sono ancora al primo grado. Due imputati sono già stati condannati perché hanno scelto il rito abbreviato e hanno ammesso le loro responsabilità. Quindi non devo nemmeno dimostrare nulla: devo semplicemente portare a termine i processi». 

Ma come avvengono le assegnazioni e le revoche? 

«Per semplificare: le assegnazioni, al di là delle valutazioni, le fanno i prefetti. I prefetti sono di nomina politica. Esiste un comitato delle forze dell’ordine che valuta, e poi la parola finale la ha il prefetto sul territorio. Ho incontrato il prefetto alcuni mesi fa, ma ho poi saputo che nella mia città qualcuno sapeva prima di me che si stava parlando di togliermi la scorta. Posso anche dire che qualcuno si vantava — e l’ho scritto — che mi avrebbero tolto la scorta. Questo è ancora più grave, no?». 

Quanto pesa la possibilità di avere la scorta sulla possibilità di fare concretamente il tuo lavoro sul territorio? 

«Cambia enormemente. Innanzitutto la questione di tutelare te stesso: ci sono episodi nel corso di questi anni in cui persone sono venute davanti alla scorta per tentare minacce, poi proseguite anche in notturna via messaggi privati — fatti registrati. Ci sono stati anche tentativi di aggressione davanti alla scorta. Ovviamente cambia anche il modo di lavorare sul territorio: un giornalista ha le sue fonti, e sono la prima cosa che un giornalista deve tutelare prima ancora che se stesso. Quando sei in questa condizione, diventa più pericoloso. Il paradosso è che se devo incontrare qualcuno che è una fonte delicata, oggi sono costretto a farlo a chilometri di distanza. Per contro, non avere la scorta vuol dire essere iper esposto. E tutto questo è ancora più paradossale sia avvenuto non in una città tranquilla, non in un posto dove il clan non opera da anni ma dove poche settimane prima avevano ucciso due persone di cui una innocente, uccisa per uno scambio di persona. Ovvero, con un clan attivamente operante sul territorio». 

Lo stesso paese in cui chi ha revocato la scorta ritiene non ci fossero pericoli per la sua sicurezza, Arzano, è considerato zona rossa nel decreto sicurezza 

«Si. Il clan opera sul territorio e alcuni degli imputati che mi riguardano — anche quelli che andranno a processo in autunno — sono liberi. Passano sotto casa mia. Il clan opera tranquillamente sul territorio con le sue attività criminali. Io mi trovo a vivere in una realtà ad alta densità criminale che parte da Scampia, perché è lo stesso cartello camorristico che da Secondigliano comanda una buona fascia di comuni dell’area nord — Arzano, Melito, Mugnano, parte di Marano — e arriva nei comuni dell’area frattese fino a Caivano. Se il prefetto ci definisce zona rossa vuol dire che il pericolo non è campato per aria. A maggior ragione se un giornalista come me è sovraesposto contro i clan. E sono sovraesposto anche con la politica di questa città, avendo concorso agli scioglimenti del comune, Mi sento una persona scomoda sia per la Camorra che per la politica. Questa città ha avuto tre scioglimenti e ne meriterebbe altri cinque perché, in base a quel che posso sapere, non è cambiato niente».  

A che punto siamo sul fronte dei processi? 

«Un primo troncone ha già visto due condanne: due imputati hanno dichiarato di aver agito su mandato del clan. L’altro riguarda il capo clan e un altro imputato che aveva appena scontato una condanna per estorsione a un imprenditore della zona. E poi c’è un terzo troncone con altri tre imputati che invece partirà a fine settembre. Sono complessivamente sette imputati intorno alle minacce e agli attentati che ho subito. Poi un altro processo per un’aggressione subita dal figlio di una ex-sindaca sciolta per Camorra, e altre vicende legate all’attività giornalistica ma non direttamente ai clan. E un’altra persona, sorvegliato speciale, che aveva aggredito me e la collega Marilena Natale nel 2020, recentemente condannato per quelle aggressioni».  

C’è un altro tema che si conosce poco: in quanti modi le mafie colpiscono chi le combatte. Mi riferisco in particolare a quanto poi le ritorsioni abbiano avuto una ricaduta concreta sulla tua attività professionale e sulla tua principale fonte di reddito

«Certo. Il tentativo delle mafie è innanzitutto la delegittimazione, la ritorsione di ogni tipo. Nel corso degli ultimi tre anni ho subito dei tentativi che riguardavano un immobile di proprietà della mia famiglia, che si cercava di far credere fosse un presunto abuso edilizio, pur di delegittimare l’immagine di un giornalista della legalità. Ho dovuto combattere contro il comune, sono dovuto andare al Tar, ho vinto, poi al Consiglio di Stato a Roma e ho vinto ancora. Puoi immaginare le spese. Ma non si sono fermati: in quell’immobile c’era in affitto una società i cui titolari erano proprietari di una farmacia, l’unica presente in zona. Io ero solo il proprietario dell’immobile, ma pur di farmi danni economici — in una fase in cui ero fermo sul piano giornalistico — hanno costretto questa persona a spostarsi da un’altra parte della città. Questa si chiama mafia politica: farti terra bruciata intorno, metterti in condizione di andare via dal territorio. “Ti dobbiamo distruggere” — qualcuno me lo ha fatto anche sapere esplicitamente». 

La riattivazione della scorta è dovuta anche a tutto il lavoro fatto dai colleghi e dal rumore che si è creato 

«Assolutamente. Innanzitutto il lavoro della Federazione della Stampa, di Articolo 21, dell’associazione Ossigeno per l’informazione, e poi tutto l’ambito parlamentare. Firmata da tutti i gruppi — Pd, Italia Viva, Sinistra, e anche da Fratelli d’Italia — perché era davvero assurdo quello che stava avvenendo». 

Che cosa ci dice quello che è successo a te — ma anche quello che succede in questi casi — sulla salute della libertà di stampa in questo Paese, e su quanto conti davvero il lavoro di chi fa giornalismo antimafia? 

«Guardo due aspetti. Con la revoca della scorta, in una realtà che ha tre scioglimenti alle spalle e un clan operante e sanguinario anche in questo inizio del 2026, che segnale è passato? Lo Stato che segnale ha dato? Se il giornalista Rubio non toccasse argomenti delicati, non toccasse certe situazioni, probabilmente non si preoccuperebbero di un giornalista impegnato sul fronte dei rapporti tra camorra, infiltrazione e politica. Quindi vuol dire che incidi sul territorio. A volte però ti fa riflettere e ti chiedi: “Ne vale la pena?” Io a volte sono andato in crisi, ma ho avuto la fortuna di credere nelle istituzioni, Il principio che riguarda tutti, manda un segnale nefasto da parte dello Stato: se tu dici agli imprenditori e ai testimoni di farsi coraggio, e poi improvvisamente lo Stato, nel momento cruciale, quello processuale, li lascia a piedi — è un segnale preoccupante dal punto di vista della lotta antimafia». 

Ed è anche forse un segnale che quello che si fa abbastanza paura da generare una vendetta. C’è ancora un ruolo assolutamente essenziale

«Assolutamente, sono pienamente d’accordo. Non avrei mai immaginato di ritrovarmi a questo punto della mia vita a fare i conti, a lottare anche contro un potere che cerca di mettermi in ostaggio. Io non ho scelta: sono nato come cronista di nera, ma non ho mai pensato di vivere sotto scorta, di fare inchieste nel modo in cui le ho fatte. Ho cercato di fare il buon giornalista, di essere un buon cittadino sul mio territorio. Ho capito nel tempo che l’informazione locale è in realtà la più difficile. Ma significa anche difendere i valori della democrazia e della Costituzione. Non ci possiamo limitare a raccontare quello che vogliono sentire gli altri: le verità scomode vanno dette. Però pagarne un prezzo così alto non l’avrei immaginato. L’unica cosa che non ho perso è la fiducia nella giustizia, sapevo di avere scritto cose vere. Ma la revoca è stata un brutto colpo. E, ripeto, incredibile è stato scoprire che nella mia città ne parlavano prima ancora che io lo sapessi. C’è un cortocircuito, qualcosa di grave, dietro questa vicenda». 

Organizzi il festival del libro d’inchiesta. Mi viene da chiederti il valore del prodotto culturale in questo contesto. Ci si fa un po’ l’idea che la cultura sia una cosa accessoria quando si ha a che fare con cose così urgenti 
 
«Invece i due investimenti veri, anche per le lotte antimafia, sono quelli sulla cultura e sulla scuola. Per me quello è il seme vero per venirne fuori, per migliorare la nostra società, per far crescere anche in realtà difficili come la mia dei giovani che possono avere occasioni diverse da quelle della criminalità. Solo se si è informati e si cresce culturalmente, si rende il proprio habitat migliore — bello sul piano culturale, bello per come si vive — solo così si cresce meglio tutti quanti come comunità».