I crimini ambientali rappresentano una delle frontiere più innovative e redditizie della criminalità organizzata in Italia. Le reti eco-criminali attive in questo settore, in particolare quelle legate al trasporto e allo smaltimento illecito dei rifiuti, sono ben organizzate e presenti su tutto il territorio nazionale. Invece di essere gestiti nel rispetto delle leggi, dell’ambiente e della salute pubblica, i rifiuti vengono trattati in modo irregolare, causando gravi rischi per gli ecosistemi: l’aria viene inquinata, le falde acquifere vengono contaminate, i fiumi e le coltivazioni agricole avvelenati. Secondo la relazione annuale della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su altri illeciti ambientali e agroalimentari, l’Italia rappresenta un importante crocevia di traffici internazionali di rifiuti pericolosi e di materie radioattive provenienti da altri Paesi, destinati a raggiungere, ad esempio via mare, a bordo delle cosiddette “navi dei veleni”, le coste dell’Africa e dei Paesi asiatici.
“I soliti noti” in Molise e Campania
L’operazione “I soliti noti”, portata avanti dai carabinieri del Nucleo operativo ecologico (Noe) e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Campobasso, si è conclusa negli scorsi mesi con l’avviso di conclusione delle indagini preliminari nei confronti di quattro persone tutte ritenute responsabili, in concorso tra loro, di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, tra il 2019 e il 2024, un’azienda del settore della gestione e del trasporto dei rifiuti, attiva nell’area del basso Molise, avrebbe gestito in modo abusivo grandi quantità di rifiuti speciali non pericolosi. Il volume complessivo stimato supera le 22.000 tonnellate. Come loro, i carabinieri del Noe di Napoli hanno recentemente smantellato in Campania una rete criminale che smaltiva illegalmente dedita a reiterate azioni di smaltimento illecito di rifiuti speciali, questa volta anche pericolosi. I materiali venivano abbandonati in capannoni dismessi o interrati in un’azienda della provincia di Salerno che si occupava dell’allevamento di maiali, causando un grave danno all’ambiente e agli animali.
Traffico internazionale tra Italia e Bulgaria
Sei persone, tra autisti, organizzatori dei trasporti, intermediari e gestori, sono state arrestate dai carabinieri di Lecce con l’accusa di traffico illecito di rifiuti tra l’Italia, la Grecia e la Bulgaria. Le indagini, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Lecce e iniziate nel gennaio 2024, hanno portato alla luce un redditizio intreccio criminale che coinvolge la società Bri.Ecologica. Secondo l’accusa, le attività illecite di smaltimento riguardavano principalmente scarti derivanti dal trattamento di rifiuti speciali o industriali e rifiuti tessili provenienti da un impianto della provincia di Brindisi. L’azienda coinvolta si serviva di società di intermediazione per risparmiare sui costi di smaltimento, non attivando le corrette procedure di gestione dei rifiuti previste dalla legge e trasportando e smaltendo migliaia di tonnellate di rifiuti in aziende con sede in Bulgaria e Grecia. Ai rifiuti sarebbe stato attribuito un falso codice “Cer”, che ne certificava il trasporto come plastica e gomma “recuperabili”, anziché la loro reale natura (calcinacci, legno, pannelli coibentati, guaine, indumenti e altri materiali tessili), e questi sarebbero poi stati abbandonati sui terreni agricoli.
“Mondo opposto”
Una cosa simile è accaduta a Niscemi. I carabinieri del comando provinciale di Caltanissetta hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 35 persone arrestate, ritenute responsabili di estorsione aggravata, concorrenza illecita con violenza e minaccia, traffico illecito e traffico di sostanze stupefacenti, aggravati dal metodo mafioso. L’operazione rappresenta un altro sviluppo dell’indagine “Mondo opposto”, che nel dicembre 2023 aveva portato all’arresto, tra gli altri, di Alberto Musto, considerato il vertice della cellula mafiosa di Niscemi.
Il crimine silenzioso
«Gli effetti dell’inquinamento sono in realtà molto visibili, per chi li vuole vedere, ma definirli “crimini silenziosi” rende l’idea dell’ampiezza del danno che rappresentano – ha dichiarato a #Noi Antimafia Marina Forti, giornalista impegnata nella ricerca sui fenomeni di crisi ambientale e inquinamento – Le malattie provocate da tanti tipi di prodotti chimici inquinanti provenienti da fabbriche o discariche si manifestano nel tempo nei soggetti esposti, con un impatto lento e non immediatamente riconoscibile. Crimini spesso coperti dal silenzio di chi avrebbe la responsabilità di effettuare ispezioni e controlli sul rispetto delle norme sanitarie; “silenziosi”, perché anche a seguito di denunce e inchieste, sembra che la società civile e le istituzioni non diano la giusta importanza a questo tipo di problematiche».
Un affare solo del sud?
Le ecomafie rappresentano un dramma che colpisce l’Italia in modo trasversale. «Nonostante i residenti delle zone interessate siano i primi a risentire dell’inquinamento, gli effetti dei crimini ambientali si ripercuotono su tutto il Paese» ha sottolineato la cronista. Il problema non riguarda solo la qualità della vita dei cittadini che abitano le zone adiacenti a una discarica o a una falda contaminata, ma anche i prodotti alimentari inquinati o illegalmente catalogati con marchi di eccellenza (Dop, Docg, Igp) che viaggiano per tutta l’Italia, la corruzione, i traffici, l’omertà e le irregolarità che danneggiano l’economia e gli scambi imprenditoriali. Forti ha fatto l’esempio dei rifiuti tessili per spiegare come i nostri vestiti scartati vengano smistati dalla criminalità organizzata in base al loro stato di conservazione e spesso esportati illegalmente verso paesi extra Ue per lo smaltimento o il riciclo illegale: «Questi rifiuti, contrabbandati come “abiti usati”, seguono rotte verso l’Estremo Oriente e l’Africa, spesso passando per broker che sfruttano dogane meno controllate e, con loro, trasportano il disastro ambientale e il “crimine morale” che l’Italia tiene fuori dalla propria porta di casa».
Un problema sottovalutato
Per rispondere alla domanda sul perché non si parli più spesso di ecomafia, Marina Forti individua come risposta la disattenzione cronica, la sottovalutazione e la difficoltà a riconoscere che numerosi agenti chimici di uso comune possono essere potenzialmente fonte di allarme sanitario. Questo creerebbe la necessità di rivedere abitudini e interessi industriali ed economici molto radicati. Non è però da sottovalutare il ruolo dei cittadini: «Basta pensare alla Terra dei Fuochi, dove i cittadini campani si mobilitarono alla protesta a seguito di un aumento di specifiche patologie e della mortalità per leucemie e altri tumori. Di fronte a un’amministrazione pubblica che tardava a rispondere e tendeva piuttosto a minimizzare il problema, la popolazione locale non si è arresa e si è battuta contro la criminalizzazione di chi promuoveva la ricerca della giustizia».

