È tutta italiana la nuova tecnologia che permetterà di identificare più facilmente le aziende colluse con la mala. Come funziona questo strumento innovativo? Lo ha spiegato a #Noi Antimafia il professor Antonio Parbonetti, ordinario di Economia aziendale e prorettore vicario dell’Università di Padova, oltre che fondatore dello spin-off Rozes Intelligence.. Ma non solo: l’obiettivo è portare la “cyber-antimafia” fuori dai confini nazionali.
Come nasce la start up Rozes Intelligence?
«La Rozes Intelligence nasce nel 2019 da un’attività di ricerca partita sei anni prima, nel 2013, all’università di Padova. Qui abbiamo iniziato a sviluppare un’indagine sulle aziende legate alla mafia e abbiamo affrontato la tematica da due prospettive diverse: la prima era capire le caratteristiche di queste ditte, e la seconda era comprenderne gli effetti economici. Così, partendo dai dati ricavati, abbiamo elaborato l’algoritmo insieme ai miei due colleghi, il professor Fabrizi e il dottor Ambrosini, lo abbiamo brevettato e preso in licenza dall’università.
E’ difficile da utilizzare?
No, basta inserire la partita iva dell’azienda
Come funziona a livello economico l’infiltrazione mafiosa nelle aziende?
«Le mafie sono molto attente e attive in ambito economico anche fuori dai luoghi di origine e questo rende la loro presenza particolarmente ramificata e diffusa in tutti i Paesi. Alcune società utilizzano la falsa fatturazione per il riciclaggio, queste sono le più note e vengono chiamate “cartiere”. Poi ce ne sono altre utilizzate per compiere numerosi reati: gestione dell’usura, smaltimento illegale dei rifiuti, ottenimento di finanziamenti in modo illecito da parte dello Stato con i famosi “bonus edilizi”. Questa situazione è stata particolarmente evidente anche durante il Covid. Poi ci sono delle imprese che sembrano del tutto pulite, ma che hanno un successo particolarmente elevato perché godono del supporto criminale, cosa che garantisce risorse a prezzi contenuti e quindi un vantaggio sul mercato. Si tratta di un panorama abbastanza variegato».
A partire da queste ricerche avete sviluppato un algoritmo “antimafia”, come funziona?
«L’algoritmo funziona sfruttando dati pubblici, perché l’obiettivo originario era quello di applicarlo a tutte le società esistenti e quindi di avere uno strumento da utilizzare come riferimento per tutte le aziende operanti sul mercato. Con questi dati vengono analizzati più di 220 parametri, e il risultato è un indicatore sintetico di rischio che va tra 0 e 1 che segnala se un’azienda ha un rischio elevato, basso o medio di essere infiltrata dalla mafia. Abbiamo sviluppato nel corso del tempo anche una dimensione di analisi che fa capire qual è la dinamica che ha portato l’algoritmo ad elaborare un indicatore di rischio, anche se non direi “rischio” perché fortunatamente la maggior parte delle imprese è pulita!».
In che modo viene garantita l’affidabilità dei risultati?
«L’indicatore è abbastanza accurato per la maggior parte delle aziende, quindi l’errore è ridottissimo, anche se, come tutti gli algoritmi, può sbagliare. Il tema rilevante è il suo utilizzo, per questo motivo non abbiamo immaginato di renderlo accessibile a tutti. Deve evidenziare un problema potenziale, quindi non deve diventare solamente un fattore che aiuta gli operatori economici. Questa è l’idea che c’è dietro».
A partire da gennaio è iniziata anche la sperimentazione in Umbria, ce ne parla?
«Sì, chiariamo questo aspetto, perché la comunicazione della Regione non è stata proprio precisissima. Ci tengo a distinguere che noi come università di Padova abbiamo fatto un accordo con l’Umbria per un progetto che ha durata annuale. Come università, quindi non come azienda, il che significa che in questo progetto non è coinvolto lo spin-off (Rozes Intelligence), ma il dipartimento come gruppo di studio. Non si tratta di un’iniziativa imprenditoriale venduta dalla Rozes Intelligence».
Ci sono anche altri enti che già hanno adottato l’algoritmo?
«Sì, la Cassa di Depositi e Prestiti e il ministero delle Infrastrutture con un protocollo ad hoc per la supervisione degli appalti del Pnrr».
È pensabile un’estensione a livello internazionale?
«Ci stiamo provando, è chiaro che ci sono temi un po’ complicati in merito. Il primo è che a livello internazionale non esiste un reato di associazione mafiosa, che è propriamente italiano, ed è quindi più difficile identificare le aziende che sono legate alla mala. Questa è una cosa fondamentale perché serve come base per poter allenare un algoritmo. Ovviamente noi abbiamo le capacità e ci stiamo lavorando, cercando di identificare quelle aziende legate alla criminalità italiana che opera all’estero».
Prospettive future?
«Il lato di ricerca su cui stiamo lavorando va su due dimensioni importanti. Uno è quello legato all’utilizzo delle criptovalute nell’ambito di traffici internazionali di droga. Poi stiamo lavorando anche sulle altre mafie, perché ad oggi abbiamo sostanzialmente lavorato solo sulla mafia italiana. Abbiamo infatti iniziato ad approfondire i vari cartelli di narcotrafficanti sudamericani, soprattutto messicani. Emerge un quadro abbastanza interessante: a livello globale, c’è collaborazione tra chi vive al di fuori della legalità».

