Così un algoritmo può sconfiggere la cyber-mafia 

Così un algoritmo può sconfiggere la cyber-mafia 

Non più solo pizzo e controllo del territorio. Nella nuova era digitale anche il crimine si adegua e si sposta nel cyberspazio, una dimensione dove il denaro circola senza confini, le identità possono essere occultate e le operazioni risultano più difficili da intercettare. Le mafie contemporanee si servono di hacker e analisti finanziari per penetrare nell’economia legale e mimetizzarsi nei circuiti della spesa pubblica, trasformati in strumenti per riciclaggio, narcotraffico ed estorsioni. È in questo quadro che il commissario dell’Umbria, Fabrizio Ricci, ha annunciato l’avvio della sperimentazione di un algoritmo progettato per captare i segnali di possibili infiltrazioni mafiose nell’amministrazione pubblica e nelle imprese. Ma fino a che punto ci si più fidare di una macchina?  

La mafia nell’era digitale  

“Cyber-mafia”: è questo il termine utilizzato dal Dipartimento italiano per la sicurezza cibernetica in riferimento al nuovo volto della criminalità organizzata, un ibrido che sfrutta le potenzialità della rete per estendere le proprie attività ben oltre i confini nazionali, moltiplicandone la capacità e riducendo drasticamente tempi e costi. e per farlo ci si affida a professionisti del settore: programmatori, esperti di sicurezza informatica e criptovalute, provenienti soprattutto dall’est Europa e attratti da guadagni elevati e dalla promessa di anonimato. Resta la tipica struttura gerarchizzata, con la guida nelle mani dei boss tradizionali, ma l’operatività passa ora attraverso menti delocalizzate e sistemi di comunicazione criptati che consentono di agire a distanza.   

Una nuova arma: l’AI  

La crescita di questa minaccia è documentata dai dati dell’Operational Summary  dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN), che nei primi mesi del 2025 ha registrato oltre 1.500 eventi informatici, con un aumento del 53% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Utilizzata per il phishing, per la creazione di deepfake e per automatizzare frodi seriali adattandole sempre di più ai profili delle vittime, l’intelligenza artificiale può ormai essere considerata a tutti gli effetti una nuova arma dell’arsenale criminale. Ad essere venduti nel dark web sono soprattutto dati biometrici degli utenti, utilizzati poi per estorsioni e ricatti, ma anche materiale pedopornografico, oltre che le “merci” classiche del mercato illegale, come armi e stupefacenti.   

Il fenomeno in Italia  

In particolare, in Italia il settore in cui questa trasformazione produce gli effetti più evidenti risulta essere quello dell’economia pubblica. In questo contesto la mafia investe i capitali illeciti in imprese illegittime, create appositamente per partecipare alle gare d’appalto E utilizzate poi come strumenti di riciclaggio. La digitalizzazione delle procedure, soprattutto nell’ambito dei fondi del Pnrr, ha dunque reso i processi burocratici più rapidi ed efficienti, ma il prezzo da pagare è quello di aver creato un ambiente ancora più vulnerabile alle nuove cyber-mafie. La Dia ha infatti da tempo segnalato un importante cambiamento nelle strategie di infiltrazione criminale: sempre meno violenta ed esplicita, una minaccia silenziosa capace di insinuarsi nei livelli più profondi del mondo imprenditoriale e amministrativo, attraverso software e piattaforme digitali, rendendone complessa, se non impossibile, l’individuazione.   

L’Umbria e la Rozes Intelligence  

È in questa cornice che si colloca la decisione dell’Umbria di adottare un algoritmo, sviluppato dalla start up padovana Rozes Intelligence, come strumento di supporto alla prevenzione antimafia. Il progetto, ideato da Antonio Parbonetti, prorettore dell’università di Padova, è stato presentato il 17 ottobre 2025 alla Commissione d’inchiesta regionale sulle infiltrazioni mafiose, presieduta da Fabrizio Ricci, commissario e presidente antimafia della Regione, mentre il 7 gennaio 2026 è arrivata la notizia della sua adozione ufficiale.   

Fabrizio Ricci

Un algoritmo quasi infallibile  

“Un algoritmo predittivo sul rischio di infiltrazioni mafiose nel nostro sistema economico”, così lo definisce Fabrizio Ricci in un video pubblicato il giorno stesso sui suoi canali social, sottolineando la portata innovativa di questa tecnologia. Secondo quanto spiegato dalla società che lo ha sviluppato, il sistema funziona analizzando grandi quantità di dati pubblici strutturati – bilanci, informazioni societarie, indicatori economici – che vengono incrociati con migliaia di variabili per costruire profili e confrontarli con quelli di realtà che in passato sono risultate compromesse. L’esito è un “indicatore di rischio” che segnala dove concentrare l’attenzione. Tra gli indici considerati vi sono i cosiddetti “segnali deboli”, come aumenti improvvisi del fatturato o assetti dirigenziali anomali, ricorrenti in molte inchieste giudiziarie, con un’accuratezza che nei test avrebbe raggiunto il 90%.   

I dubbi sulla sua affidabilità  

L’obiettivo è dunque quello di creare una sorta di sistema-sentinella, capace di individuare schemi ricorrenti per orientare controlli e verifiche successive, fornendo anche le motivazioni alla base delle valutazioni, assicurandone così la trasparenza. “Trasparenza” risulta però un termine piuttosto ambiguo se utilizzato nel campo dell’intelligenza artificiale, spesso ritenuta poco affidabile proprio per l’opacità dei meccanismi interni che portano alla produzione dei risultati. Per questo, è necessario sottolineare che si tratta solo di un organismo preventivo di supporto, non di un giudice automatico, da affiancare al lavoro investigativo e ad indagini approfondite da parte degli organismi competenti.