Giuseppe Di Matteo, il bambino vittima di una vendetta trasversale della mafia 

Giuseppe Di Matteo, il bambino vittima di una vendetta trasversale della mafia 

“Con l’uccisione di Giuseppe Di Matteo, cosa nostra ha mostrato il suo vero volto e ha perso”. Sono le parole con cui Chiara Colosimo, presidente della Commissione parlamentare antimafia, ha ricordato a Custonaci (Trapani), il 9 gennaio 2026, una delle tante vittime innocenti della criminalità organizzata. Quel bambino a cavallo è diventato negli anni il simbolo della spietatezza della mala, che non ha esitato a tenerlo prigioniero per quasi due anni nelle peggiori condizioni, per poi ucciderlo e sciogliere il suo corpo nell’acido. L’11 gennaio 1996, data della sua morte, segna una delle pagine più tristi della storia d’Italia, il risultato di misteri e giochi di potere spezzati dalla forza di un padre che aveva deciso di collaborare con lo Stato e che per questo ha perso il bene più prezioso: un figlio. La morte di quel bambino sciolto nell’acido ha fatto ciò che nessuna sentenza era mai riuscita a fare fino in fondo: ha sepolto per sempre la menzogna. L’idea comoda, rassicurante, che la mafia avesse dei limiti, che rispettasse confini non scritti, che donne e bambini fossero fuori dal suo orizzonte di violenza. In quell’atto disumano non è stato ucciso solo un figlio, ma un alibi collettivo. È crollata la favola di un potere criminale regolato da codici, sostituita dalla verità nuda: un sistema che non protegge nulla, non risparmia nessuno, non conosce innocenti. Da quel momento in poi, continuare a parlare di “regole” e “onore” è diventato un modo per non guardare l’abisso. 

Una vendetta trasversale 

Nonostante le sentenze abbiano stabilito che quel rapimento servisse a far ritrattare il padre e a rompere il suo patto con lo Stato, non ne è convinto Alfonso Sabella, già sostituto procuratore del pool antimafia di Palermo, che ha ricostruito tutta la vicenda: «Ho sempre creduto che si sia trattata di una vendetta trasversale, perché una ritrattazione di Santino Di Matteo non avrebbe avuto nessuna rilevanza ai tempi. Lui aveva già detto tutto ciò che sapeva di importante». La criminalità organizzata aveva solo un obiettivo in quegli anni: frenare il fenomeno delle collaborazioni e la soluzione era stata individuata nelle vendette trasversali. «Questo viene deciso in una fabbrica di calce a Misilmeri (Palermo), in una riunione dove era presente tutta la leadership di cosa nostra. In quel momento il compito di rapire il bambino fu affidato a Giovanni Brusca» rivela Sabella. 

Il ruolo di Giovanni Brusca 

È stato Giovanni Brusca a ordinare l’uccisione di Giuseppe Di Matteo, ma la storia appare molto più complessa. «Nonostante la credenza diffusa nell’immaginario collettivo, non è stato il boss a far rapire il bambino. Disse che lo avrebbe fatto, ma in realtà erano solo parole al vento, come tipico del personaggio» spiega Sabella. Furono infatti i Graviano a orchestrare il tutto, per poi consegnare il giovane a Brusca, che non sapeva cosa farsene. «Non era preparato, tanto che lo affidò il giorno dopo ai suoi amici dell’agrigentino, che dopo un anno glielo restituirono sul Ponte dei cinque archi (tra la provincia di Caltanissetta e Palermo), affidandolo a vari mafiosi fino alla costruzione del bunker dove Di Matteo passò gli ultimi mesi della sua vita» racconta. Ma la tesi del magistrato sul rapporto tra il bambino e il boss va oltre: «Lui è rimasto vivo 779 giorni proprio perché Brusca era affezionato a lui. Non voleva ucciderlo, ma prese invece la decisione contraria in un momento di rabbia, quando venne condannato all’ergastolo per l’omicidio di Ignazio Salvo (imprenditore che aveva curato i rapporti tra politica e cosa nostra in Sicilia, ndr)».  

Il ruolo della famiglia 

Il tempo correva e un bambino era prigioniero che veniva sballottato nei luoghi peggiori della Sicilia. Eppure, la famiglia non ha mai dato un contributo rilevante per aiutare le istituzioni nelle ricerche. Lo testimonia lo stesso Alfonso Sabella, che si è occupato della seconda parte delle indagini: «Fin dall’inizio ci misero un sacco di tempo a raccontare la verità, anche se non sarebbe cambiato molto se avessero fatto il contrario. Da un lato avevano scelto la via mafiosa per far liberare il bambino. Il padre di Santino si era rivolto a Benedetto Spera, mafioso vicino a Provenzano, proprio perché intercedesse con lui per la liberazione. Santino di Matteo poi, quando ebbe la prova che il figlio si trovava nelle mani di Brusca, si sentì tranquillo, perché sapeva che lui non avrebbe avuto il coraggio di ucciderlo». Aggiunge inoltre: «Fui molto duro nella requisitoria nei confronti di un certo Foma, uomo estraneo a cosa nostra che ha avuto l’incarico di dare da mangiare al giovane per pochi giorni. Lui avrebbe potuto fare una banalissima telefonata anonima e lo avremmo potuto liberare».  

La questione del risarcimento 

A trent’anni esatti dalla morte del piccolo Di Matteo, il caso non sembra essere stato chiuso. È stato proprio Santino Di Matteo a riaprire la ferita, questa volta però per questioni legate al risarcimento milionario che lo Stato ha riconosciuto alla famiglia. Secondo il collaboratore di giustizia, che rivendica di aver fatto di tutto per dare alla famiglia un futuro migliore attraverso la collaborazione con lo Stato, la moglie e il secondo figlio gli avrebbero negato l’accesso alla somma di denaro. Sarà il tribunale civile di Palermo a decidere sulla questione, dove a maggio si terrà la seconda udienza. «Litigare per dei soldi dopo che è morto un figlio è una cosa che lascia increduli» chiosa Sabella, ricordando la sofferenza di chi ancora, anche se senza rimpianti o rimorsi, si rimprovera di non essere riuscito a salvare quel bambino.