Una storia di vita, non di morte. D’amore, non di mostri. Uno sguardo piccolo come quello di una bambina, finita suo malgrado, anche se non le è costato la vita, dentro a un incubo molto più grande non solo di lei, ma anche dell’orizzonte che si vede ancora oltre a quaranta anni di distanza. Al teatro Franco Parenti di Milano, per la Giornata nazionale in ricordo delle vittime di mafia, va in scena una storia troppo spesso messa in ombra. Il giorno in cui, alle otto di un mattino d’aprile, per ridurre al silenzio il giudice Carlo Palermo. Sono stati uccisi Barbara Asta e i suoi figli Giuseppe e Salvatore di sei anni e tantissimi sogni, scherzi e prospettive future. Una storia fatta, sul palcoscenico, del piccolo quotidiano di una famiglia normale straziato una mattina qualsiasi per essersi trovati, nel tempo di uno sguardo, sulla traccia di una strada nel momento sbagliato, finiti a far da schermo involontario, con una utilitaria, alla scorta del giudice.
Un racconto intensamente emotivo
A rivivere in scena, però, nella sintesi di due vite, non sono quei momenti, ma i due punti di osservazione, coincidenti per una istante, ricostruiti nell’incontro, avvenuto con tre decenni di ritardo tra i due sopravvissuti di quello che è noto come l’attentato di Pizzolungo, il 2 aprile 1985: Margherita Asta, la sorella dei bambini morti, scampata soltanto per la fretta di andare a scuola in una mattina come tanti dei suoi dieci anni, e il giudice Carlo Palermo appunto, procuratore di Trapani, vittima designata dei mafiosi, cui il senso di colpa del sopravvissuto ha impedito per molti anni di affrontare gli occhi di chi è rimasto. Quando lo fanno sul palco, attraverso altri corpi, quello che emerge è un racconto intensamente emotivo, e commovente senza ricatto, della congiunzione di due solitudini. Da un lato dell’uomo abbandonato da chi doveva proteggerlo, dall’alto di una figlia rimasta senza chi la cresceva l’amava.
Frammenti di amorevole normalità
Si confrontano intorno a un tavolo una teoria di frammenti di amorevole normalità e di semplice dolcezza, della colazione alla pestifera baraonda di due bambini come tutti gli altri, ma anche come, proprio da quell’inferno, si possa risorgere, innanzitutto raccontando a chi resta, nelle scuole, per le strade. E magari, attraverso il coraggio della testimonianza, aprire nuovi orizzonti, come un amore nato per caso proprio girando l’Italia a raccontare della mamma e dei fratelli, dopo aver ridato una forma alla propria vita – e a quella di un padre rimasto solo anche accogliendo nuove presenze, nuovi futuri.
Il diritto alla verità e alla memoria
Margherita Asta lascia poco spazio alla rabbia, preferisce una lucidità esatta venata di commozione quando al telefono, a spettacolo finito, è lei a ridare il volto della realtà a questa storia. Rivendica il diritto alla verità e alla memoria per prendere il posto del silenzio, calato su di loro. Si pone con franca generosità verso il giudice, cui riserva il garbo della comprensione, mentre tratta con giustamente meno indulgenza al disinteresse della gente. Parla a luci accese senza mai smettere di ricordar l’importanza di romperlo e l’urgenza di fare memoria, non come l’esercizio retorico dei giorni comandati ma come l’eredità incarnata di una famiglia spezzata in un istante.
Non è soltanto una storia di mafia
Senza fare difficili interpretazioni, lo spettacolo getta un seme, accende un faro perché facciano la luce su una storia che si intreccia con quella del Paese e che forse davvero, come ricorda proprio Palermo all’inizio dello spettacolo, non è soltanto una storia di mafia. In scena il giudice ha i panni di Fabrizio Coniglio, mentre quelli di Margherita li veste Laura Nardi, e riportano a Milano una storia fatta, in Sicilia, di luoghi sicuri improvvisamente diventati destinati ad altri, di macchine blindate senza sicura destinate a un giudice allontanato nella periferia dell’impero mentre indagava sul traffico d’armi, partite di droga gestite da persone poi risultate iscritte alla loggia massonica deviata P2 e -proprio per questo trasferitosi a indagare a Trapani dopo che le istituzioni avevano voluto togliergli l’indagine.
Un giudice scomodo nella terra della massoneria
Quella città, come ha raccontato altrove #Noi Antimafia, custodiva proprio in quegli anni non solo il centro dalla formazione di Gladio, ma era anche l’area a più intensa concentrazione massonica di Italia (e forse non solo). Quello che prende vita su un palco è un giudice diventato scomodo perché a Trapani avrebbe voluto continuare le indagini iniziate a Trento insieme al collega Giangiacomo Ciaccio Montalto, milanese, ucciso nel capoluogo di provincia due anni prima di lui e che – la mafia lo sapeva – lo avrebbero portato a scoprire una raffineria di droga in quelle zone. Per questo, forse anche per altri legami che chiamano in causa Craxi, che lo pretese lontano da Trento, trascorsero solo 50 giorni tra l’arrivo di Carlo Palermo a Trapani e l’attentato punitivo che al posto suo e degli agenti di scorta Rosario Maggio e Raffaele Di Mercurio, Antonio Ruggirello e Salvatore La Porta dilaniano Barbara Rizzo coniugata Asta, madre trentenne e i suoi due gemelli, lasciando nemmeno un frammento dell’auto su cui viaggiavano, ma su di un muro una impronta di sangue, il Sangue nostro del titolo, e nelle coscienze una ferita molto spesso nascosta.

