Una Casa contro le disuguaglianze: l’antimafia sociale a Roma  

Una Casa contro le disuguaglianze: l’antimafia sociale a Roma  

In via degli Equi 15, a pochi passi dalla stazione di Roma Termini, una saracinesca con su scritto “Questo è uno spazio libero” segna l’ingresso della prima Casa della Solidarietà della Capitale. Uno spazio libero dai pregiudizi e dalle mafie, nato in coprogettazione tra il II Municipio e la Rete dei numeri pari, con l’obiettivo di trasformare un bene confiscato alla criminalità organizzata in un luogo di promozione dei diritti sociali, di ascolto, condivisione e speranza, aperto alla cittadinanza. Attraverso le parole di Elisa Sermarini, responsabile del progetto, #Noi Antimafia entra nel cuore di una realtà che, ogni giorno, anima il quartiere con pratiche concrete di partecipazione civile e mutuo soccorso.  

Un nome che ne dichiara il programma   

“I diritti parlano, sono lo specchio e la misura dell’ingiustizia, e uno strumento per combatterla”, scrisse nell’opera “Il diritto di avere diritti” Stefano Rodotà, giurista e professore tra gli autori della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, a cui la Casa è intitolata. Un nome che si traduce in una chiara dichiarazione d’intenti e che, come spiega Elisa Sermarini, «rimanda ai principi che Rodotà ha sistematizzato nel suo libro “Solidarietà: un’utopia necessaria”, dove afferma che, nel dilagare strutturale delle disuguaglianze, è proprio attraverso la solidarietà che si può continuare a definire democratico un sistema politico».  

Un percorso durato tre anni   

Inaugurata il 31 gennaio 2025, la Casa della solidarietà è il risultato di un percorso di tre anni che si intreccia con il lavoro della Rete dei Numeri Pari, rete nazionale e trasversale che riunisce centinaia di realtà impegnate nella promozione quotidiana di giustizia sociale, ambientale ed ecologica. «Il punto di partenza è stata la battaglia per ottenere un regolamento civico sui beni sottratti alle mafie, che ha portato all’apertura, nel 2022, del Forum cittadino sui beni confiscati. Durante la prima riunione abbiamo presentato un documento che chiedeva l’apertura di una Casa della solidarietà in ogni quartiere di Roma e così siamo riusciti a trasformare il progetto in una comunità territoriale che usufruisce in maniera costante dei nostri servizi».  

I servizi della Casa della solidarietà  

Oggi, a più di un anno dall’avvio, si può parlare di uno spazio aperto e plurale, animato quotidianamente da attività, incontri e percorsi che parlano linguaggi diversi ma che condividono la stessa direzione. «Dal supporto legale e abitativo agli sportelli antiusura, dall’assistenza psicologica e la consulenza sulle sostanze stupefacenti ai corsi di italiano, laboratori di giornalismo e un ciclo di incontri culturali ogni sabato pomeriggio. Tutte attività gratuita e aperte, pensate per contrastare le diverse forme di violenza – economica, patriarcale, culturale – di cui la mafia è portatrice» sottolinea Sermarini.  

Il quartiere San Lorenzo 

La presenza della Casa della solidarietà in una città così complessa, e in particolare in un quartiere popolare e storicamente attraversato da contraddizioni, assume così un valore ancora più significativo. «Spesso si parla di San Lorenzo come del quartiere della resistenza della memoria, ma purtroppo oggi questo non ha più un riscontro diretto. Nella realtà è una zona devastata dalla gentrificazione edilizia, con gravi situazioni di sovraffollamento abitativo, soprattutto legate ad affitti gestiti da proprietari che sistemano anche 10-15 persone nello stesso appartamento, per lo più migranti» prosegue Sermarini.   

Costruire comunità contro l’esclusione  

Dunque, non solo risposta ai bisogni, ma costruzione di comunità e pratica quotidiana di un’antimafia sociale che parte dal basso. «Viviamo in un’epoca in cui la condizione economica e l’esclusione sono spesso lette come una colpa individuale – continua la responsabile del progetto – per questo è fondamentale un lavoro di alfabetizzazione e consapevolezza su questi temi attraverso un approccio orizzontale e partecipativo. Ma non basta: in una città in cui milioni di persone vivono in povertà assoluta e la partecipazione è ai minimi storici, serve ricostruire un tessuto sociale capace di rappresentarsi e incidere sui rapporti di forza».  

Il progetto condiviso tra cittadini 

Radicamento nel territorio e partecipazione rappresentano quindi gli elementi distintivi della Casa della solidarietà “Stefano Rodotà”. A differenza di molte esperienze analoghe presenti in città, infatti, questo progetto non nasce da un bando né dai banchi di una giunta comunale, ma da un processo condiviso tra cittadini, istituzioni e realtà sociali del quartiere. In virtù di questa collaborazione trasversale, prima dell’apertura, sono stati distribuiti questionari per raccogliere i bisogni reali della popolazione e, ancora oggi, assemblee periodiche ne aggiornano le priorità. «Abbiamo l’obiettivo di far vivere concretamente i valori della Costituzione attraverso un continuo confronto e collaborazione con i cittadini: c’è bisogno di stare sul campo, di condividere, di far fermentare la speranza e trasformarla in sete di giustizia.  Come diceva Peppino Impastato: non può esserci fine delle mafie senza giustizia sociale» dice Sermarini.