Falcone e Borsellino oltre il mito: due vite restituite al teatro 

Falcone e Borsellino oltre il mito: due vite restituite al teatro 

“Sventurata la terra che ha bisogno di eroi” scrive Bertolt Brecht nel dramma teatrale “Vita di Galileo”. Una frase che disinnescata spesso la forza della memoria nelle ricorrenze che di quegli eroi fanno uso rendendole figure bidimensionali e lontane, spesso sempre le stesse raccontate allo stesso modo. Tragitto a cui non sfugge la Giornata nazionale per le vittime di mafia per la quale Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono la fonte sicura a cui attingere. E tuttavia, pare ancora avere senso raccontare la loro storia, mentre ancora restano da individuare le menti raffinatissime che insieme alla mafia ne hanno voluto la morte e quelle che hanno trattato con i mafiosi all’indomani delle stragi. Serve ancora dare loro corpo come succede sul palco del teatro Carcano con lo spettacolo “L’Ultima Estate. Falcone e Borsellino 30 anni dopo”, soprattutto quando ancora nel 2021,  si è stabilito che la trattativa Stato-mafia c’era stata ma non costituiva reato, e poi nel 2023 che la trattativa stessa doveva considerarsi solo presunta. 

Raccontare la fatica, la frustrazione e la rabbia 

Serve ancora a vedere due uomini i cui tratti ricordano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ripartire dalla fine ai due angoli dello spazio per poi riempirle insieme il centro con la vita che si è dipanata in mezzo alle due morti. Fatta anche della fatica e dello scoramento di chi costruiva il maxiprocesso rinchiuso in un carcere, quello dell’Asinara, per una parodia di protezione che ha poi chiesto il conto dei pasti, la frustrazione di magistrati senza esperienza come Antonino Meli, collocato al posto di Falcone alla procura antimafia con accuse tanto grottesche oggi quanto pervasive allora, di egocentrico personalismo allo stesso giudice palermitano. Ancora la rabbia amaramente compresa dei vicini di casa infastiditi dall’eccesso di sirene delle scorte, fino agli ultimi strazianti giorni, del lavoro instancabile e delle parole amare di un Borsellino consapevole di avere sempre meno tempo. 

Liberare due uomini dalla dimensione eroica 

La regia asciutta di Chiara Callegari, mentre fa scandire il tempo, li mette semplicemente dentro a un perimetro di faldone di cassetti la stessa del loro quotidiano, in cui tutto al più rincorrersi come animali in gabbia o, prima della fine, come i bambini che erano stati a poche vie distanza tra loro, è accanto invece, magari un campetto di calcio, futuri capi e Picciotti. Simone Luglio e Giovanni Santangelo provano a liberare i due magistrati dalla dimensione eroica restituendone un’umanità a tratti piena di affanno. Ne portano su un palco la franchezza e il sarcasmo, la confidenza come la paura, il rigore del senso del dovere e la disillusione.  

Un messaggio a chi non sa o non vuole sapere 

Lo spettacolo, partendo dagli anni ‘80 del maxiprocesso fino al 1992, poi a oggi, ricostruisce passo dopo passo il dipanarsi della loro vicenda con una postura forse un po’ didattica, che è però da intendersi pensata per quelli per cui questa è storia antica, come i giovanissimi, o forse per chi non vuole vedere. Forse anche per questo lo spettacolo è arrivato in Algeria da Londra o da Parigi, ma non è ancora stato presentato a Roma, come la compagnia annota con ironico stupore a luce accesa. Crediamo davvero di conoscere una storia condivisa? Sono proprio le voci dei suoi protagonisti a ricordare una volta di più quanto la memoria sia una responsabilità, e i gesti necessari per rendere davvero onore a chi ha sacrificato la sua vita alla lotta alla mafia siano ancora quasi tutti da compiere