«Il lascito di Falcone e Borsellino non riguarda solo la mafia, è un modo di stare al mondo con occhi e orecchie aperte e sentirsi protagonisti dentro a un senso civico. Quando si semina non si sa mai che cosa si raccoglie e dove». Sebastiano “Nello” Scavo, nato a Catania nel 1972, è un giornalista, cronista internazionale e corrispondente di guerra. Ha cominciato la sua carriera in Sicilia, con i giornalini della parrocchia e della scuola. A 19 anni ha iniziato a scrivere per “La Sicilia”, ma è nel marzo 1992 che ha avuto inizio ufficialmente la sua carriera, in pieno caso “Mani pulite” e con una guerra di mafia in corso che in provincia di Catania fece circa 60 morti in 90 giorni. «Ho iniziato così, un po’ come essere gettato nel mare in tempesta senza saper nuotare e dover imparare in fretta», ha raccontato Scavo a #Noi Antimafia.
Da quanto tempo vivi sotto scorta?
«La mia vita sotto protezione è iniziata a metà ottobre del 2019. La mia tutela è garantita dalla polizia».
Da chi ti protegge lo Stato?
«È una bella domanda, dato che io non ho mai fatto una denuncia per minacce. Non ho fatto in tempo: l’efficienza dei nostri servizi di intelligence è arrivata prima, si sono presentati loro in redazione da me. Io pensavo che fossero venuti su mandato di qualche magistrato, per una perquisizione o un sequestro di documenti, invece erano lì per spiegarmi che, da quel momento, la mia vita sarebbe cambiata. Poi il ministro Nordio, circa un anno e mezzo o due anni fa, durante un’interrogazione parlamentare, ha spiegato che per me era prevista una tutela di polizia a causa di minacce della mafia libica. Prima di lui, nessuno nelle istituzioni aveva mai utilizzato questa definizione. Per la prima volta si è riconosciuto che uomini di Stato in Libia, in questo caso ufficiali, ex ufficiali della guardia costiera e gli ambienti di emanazione delle istituzioni, sono stati definiti dal governo italiano come esponenti della mafia».
Hai ricevuto altre minacce?
«Si, da vari ambienti: dalla Libia fino a Malta, anche da gruppi che hanno contatti con la mafia siciliana, quindi stiamo parlando di contesti internazionali. A Malta sono stato coinvolto in un processo, per iniziativa della polizia, come parte lesa per le minacce nei miei confronti arrivate dal capo dello staff del primo ministro maltese, Joseph Muscat. Il caso è stato archiviato e chiuso, perché il diritto anglosassone ha strutture e dinamiche diverse dal diritto italiano. Tutto è stato accertato, ma non il piano omicidiario nei miei confronti e la persona che aveva architettato di uccidermi non è stata condannata».
Come influenza la vita sotto scorta il tuo lavoro di inviato di guerra?
«Vivo in un paradosso: da una parte sono esposto a un pericolo maggiore in guerra, ma per certi versi mi sento più tranquillo. Peso meno sulle forze di polizia che si devono occupare della mia tutela e non ho quelle ansie di chi vive sotto scorta. Se nel corso della giornata cambio programma, so che questo non impatterà anche su altre persone che dovranno riorganizzare il loro servizio, e nel nostro lavoro, l’imprevisto è la normalità. Dunque, quando sono in zone di conflitto, sono più libero. Non dovrei dirlo perché poi magari mi verranno a cercare fino a lì, ma non mi muovo con i poliziotti e penso che se dovesse succedere qualcosa, nessuno si farà male, non lì e non per colpa mia».
E in Italia invece? Come vivi la tua condizione?
«In Italia la questione della tutela è stata subito causa di un enorme senso di colpa. Non tanto per la mia famiglia, che in qualche modo era preparata: mia moglie è siciliana, mi ha conosciuto quando ero cronista in Sicilia, e gli anni in cui scrivevo lì non sono stati una passeggiata. Per me è difficile accettare l’idea che ci sia qualcuno che per proteggermi debba rischiare la vita. Nonostante tutto, grazie a chi mi tutela, sono riuscito a continuare a fare il cronista e le mie le inchieste, come fanno tanti colleghi molto più bravi di me che corrono un rischio ancora più grande».
Con le tue inchieste hai osservato l’esistenza di un interesse delle mafie sui migranti?
«Certo che sì, non c’è il minimo dubbio. Questo è il motivo per il quale è nata una certa preoccupazione da parte di questi ambienti nei nostri confronti, perché abbiamo deciso di andare a investigare oltre il semplice traffico di esseri umani. Quello che abbiamo dimostrato è che le rotte dei flussi migratori sono sovrapponibili, gestite dagli stessi gruppi che si occupano del traffico di persone dalla Libia. Hanno interessi anche nel contrabbando di petrolio, nel traffico di armi e di droga, dall’Africa subsahariana e dall’America Centrale. Tutta la merce è destinata ai porti europei, in particolare italiani, soprattutto quello di Gioia Tauro (Calabria), con scalo in Libia. Questo dà anche la misura dei mondi che si muovono dietro alla mia condizione, se addirittura il capo dello staff di un primo ministro maltese, viene indagato per minaccia a un giornalista italiano, e queste minacce, arrivano da ambienti che non sono estranei all’inchiesta per l’omicidio di Daphne Caruana Galizia (giornalista maltese impegnata nella lotta contro la corruzione a Malta, ndr), si capisce che stiamo parlando di qualche cosa di più dei soliti flussi migratori».
Credi che nella narrazione giornalistica oggi ci sia ancora spazio per raccontare l’antimafia?
«C’è un problema di sottovalutazione internazionale del fenomeno mafioso in sé. Una volta che la mafia uccide di meno, fa meno notizia, rimane comunque innervata dentro ad un contesto, ma se ne trascura la sua portata internazionale. Cosa nostra è stata depotenziata dal lavoro che hanno fatto le forze dell’ordine, la magistratura e da un contesto sociale, culturale, che nel tempo è mutato in meglio, ma nel momento in cui la mafia ha più difficoltà a fare presa sul territorio, non si arrende. Lavorando sull’arresto di Matteo Messina Denaro e altre figure, sono emersi contatti con la Libia, anche se in maniera indiretta. Il petrolio di contrabbando libico, che passava attraverso Malta, era stato trovato in alcuni depositi in Sicilia».
Che ruolo hanno gli esempi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino?
«Penso che certi esempi siano talmente entrati nel Dna di tanti siciliani, e non solo, che le conseguenze le si nota su questioni che apparentemente non hanno a che vedere con la mafia. Nel 2019, ad esempio, ho pubblicato delle foto di guardiacoste e trafficanti libici arrivati in Italia due anni prima. La fonte che me le ha fornite era un giovane siciliano, cresciuto nel mito dei due magistrati, che ha visto qualcosa di strano e ha deciso di scattare queste foto di nascosto, conservandole in un cassetto per due anni. Quando ha trovato un giornale e un giornalista, che su questi temi non demordono, e che hanno pubblicato la foto di un trafficante, torturatore e pubblico ufficiale libico, mi ha contattato. Falcone e Borsellino hanno detto qualcosa a questo ragazzo, e noi attraverso lui siamo riusciti a costruire un’inchiesta che ha avuto un’eco».
Come si può portare avanti oggi la lotta dei due magistrati?
«A volte pensiamo che questo senso civico si debba esaurire dentro il perimetro della lotta alla mafia di casa nostra. Io penso che non sia così. Quando parli con i giornalisti maltesi, quelli che ci sono, che hanno coraggio, che dicono le cose, ti colpisce come Falcone e Borsellino siano presenti nei loro racconti. Credo ci sia anche un pezzo di storia che non raccontiamo più, come le condizioni di disagio, di arretratezza, di contraddizione sociale. Mi sono trovato in un quartiere di Palermo, a parlare con dei genitori, per rispondere alle loro domande sul perché fosse necessario che i figli frequentassero la scuola dell’obbligo. Il problema è che il giornalismo e la politica di questi problemi non ne parlano. Il mio timore è che molti di noi non lo facciano perché è sconveniente, antipatico, scomodo e faticoso. Io direi che c’è un’Italia in ombra per effetto di noi giornalisti e perché c’è una discriminazione preventiva che fa pensare che sia inutile occuparsi di certi temi. Questa potrebbe essere una vittoria della mafia, convincere, giornalisti, intellettuali e la politica, soprattutto, a nascondere la polvere sotto il tappeto».

