“Lea”, un film diretto da Marco Tullio Giordana del 2015, in onda su Raiplay, a 11 anni di distanza, può insegnare tanto sul coraggio di scegliere. A dirlo a #Noi Antimafia è Alessio Patricò, l’attore che ha interpretato Carlo Cosco, ex compagno della collaboratrice di giustizia uccisa dalla ‘ndrangheta che le ha fatto pagare la sua dissociazione. La pellicola scava nel profondo, ripercorrendo l’intera vicenda di Lea Garofalo fino agli ultimi attimi della sua vita, restituendo allo spettatore la forza di una storia che continua a interrogare il presente. Immagini che parlano di una quotidianità senza tempo, di una madre e di una figlia. Lea Garofalo, testimone di giustizia che aveva denunciato gli affari criminali della sua famiglia e di quella dei Cosco, pagando quella scelta con la vita.
Un film che rifiuta la retorica
Non una storia di eroi e antieroi. Quello diretto da Marco Tullio Giordana è il racconto di una “caduta di battaglia”, vittima di una guerra contro l’omertà e il potere patriarcale delle cosche calabresi. «Il lavoro che abbiamo fatto con Marco Tullio è stato quello di fuggire dallo stereotipo, abbiamo scelto di raccontare la banalità del male, la pochezza e l’umanità di un uomo frustrato che vive nel disordine e nel caos più totale» ci spiega Alessio Praticò, che nel film interpreta Carlo Cosco, compagno di Lea e padre della piccola Denise. Una memoria narrata quindi in modo asciutto e rigoroso, rifiutando la narrativa celebrativa e melodrammatica di molti film del genere.
«È come spiare i personaggi dal buco della serratura»
«Con l’avvento del film “Il padrino” si è assistito alla spettacolarizzazione della malavita, il criminale è diventato una figura ammaliante, che va contro il sistema, che ci porta ad empatizzare con lui. In “Lea”, invece, abbiamo raccontato la vicenda in un’ottica quasi documentaristica, come se stessimo spiando i personaggi dal buco di una serratura – prosegue Praticò – molti, infatti non conoscevano e non conoscono la storia di questa donna, e qui sta la parte interessante: raccontare un personaggio anche nelle sue debolezze di essere umano enfatizza ancora di più le sue azioni agghiaccianti. In questo modo si fa viaggiare il pubblico sulle montagne russe e fino alla fine non si sa come stanno veramente le cose».

Il coraggio di dire “no”
Lea Garofalo nasce a Petilia Policastro, nell’entroterra crotonese, in un contesto segnato dalle regole non scritte della ‘ndrangheta: un mondo in cui non esiste la soggettività, non esiste un “Io” separato dal clan. O si è amici o si è nemici. Un sistema in cui anche le relazioni affettive sono strumenti di controllo, stabiliscono gerarchie rigide e ruoli ben definiti, trasformando l’amore in possesso e la famiglia in dominio. Lea questo ordine lo spezza, rifiutando per sua figlia e per sé stessa un destino già scritto. «E come lei tante altre donne che, dopo aver visto il film, hanno avuto il coraggio di denunciare i loro compagni e mariti» sottolinea Praticò.
Il cinema al servizio della comunità
Un film che va dunque oltre il semplice intrattenimento. «Il cinema, come il teatro – e l’arte in generale – ha il potenziale di tramandare storie per celebrare la memoria, ma anche, e soprattutto, per essere portatore di cambiamento. È uno specchio attraverso cui ci osserviamo, che ci piaccia o meno, che ci costringe a porci delle domande, a fermarci e riflettere», commenta l’attore, che parla di film come «servizio alla società», di un cinema civile che «mette in funzione il cervello, permettendoci di recuperare la capacità di discernere e ragionare, in un tempo in cui ormai non ci sconvolge più nulla».

Fermarsi a riflettere
Nell’epoca del consumo di contenuti sempre più brevi e immediati, infatti, «la tendenza, soprattutto nelle nuove generazioni, è quella di muoversi in un’unica direzione, quella dell’intrattenimento, con il rischio di assistere ad un’atrofizzazione del pensiero, che diventa sempre più passivo. Il pubblico – aggiunge Praticò – deve quindi essere riabituato ed educato ad un certo tipo di narrazione, ma sono convinto che un contenuto che porta alla riflessione, alla fine, riesca comunque a vincere su questa nuova realtà super veloce».
Più di una biografia
Quella di Marco Tullio Giordana è quindi molto più di una ricostruzione giudiziaria: è un film che parla di eredità morale, di un maschile violento, di cosa significhi crescere all’interno di un sistema che annulla le soggettività, educa alla sottomissione e confonde l’amore con il controllo. E per farlo il regista decide di non indugiare sul macabro. Parla di un prima e di un dopo, con un racconto profondamente umano fatto di ansia, smarrimento, paura, ma anche di un legame madre-figlia più potente di qualsiasi arma.
Una tragedia atemporale
Così ciò che resta non è soltanto l’orrore per un delitto efferato, ma l’immagine di due donne che hanno osato sognare un’alternativa. «Quella di Lea è una storia universale, una sorta di tragedia greca che racconta l’umano. È un film che può essere strumento di denuncia e di aiuto a tutte le persone che si sono trovate e si trovano in quella condizione: è il servizio di cui si parlava prima, che si traduce concretamente in impegno civile» chiosa l’attore.
Continuare a ricordare
Ed ecco perché quelle riprese delle telecamere di videosorveglianza colpiscono così profondamente: parlano di una normalità che potrebbe appartenere a chiunque. Allo stesso modo, nel finale, le immagini vere del funerale di Lea Garofalo riportano al presente, con un momento di realtà che irrompe nella finzione: ricordano che ciò che abbiamo visto non è solo racconto, ma storia viva, memoria collettiva, e che non dimenticare è un dovere morale per non spegnere la voce di due donne che hanno scelto di rompere il silenzio.

