Danilo Dolci, il rivoluzionario gentile che insegnò a disobbedire alla mafia 

Danilo Dolci, il rivoluzionario gentile che insegnò a disobbedire alla mafia 

“Se la mafia è un sistema dobbiamo dire dove passa”. Tra le cento vite di Danilo Dolci, una è stata quella dell’attivista antimafia. Da una radio clandestina creata in una stanza di Partinico, nella città metropolitana di Palermo, dove stava a malapena un braccio, fino a seguire la traccia che toglieva l’acqua alle valli siciliane per scelta di chi non si poteva nominare. I giornali di allora lo chiamavano pomposamente “giornalista apostolo” o “Gandhi italiano”, perché per sintetizzare la figura del pedagogo e poeta – che da un paesino sul confine fra l’Italia e la Slovenia sceglie la Sicilia per immaginare e poi costruire un altro mondo possibile – era più comodo immaginarlo semidivino. Una scelta che ha prodotto però in molte persone una rimozione che Fausto Cabra prova ad eliminare al teatro Franco Parenti, con un reading che fa sgorgare, anche in chi non ne ha mai sentito parlare, il fascino per una figura che emerge dal racconto come radicalmente dedita agli altri.  

Una lotta concreta 

Partendo proprio dal foglio bianco di chi non ne sa niente, e senza la pretesa di esaurire una biografia dai rivoli sterminati, Cabra fa una traversata, con parole raffinate e piene di calore, di un vissuto messo al servizio di chi non aveva voce. Per loro si modulano sul palco le voci dell’attore bresciano e di Mimosa Campironi che dà suono alle poesie di Dolci concretizzando un adagio tipico del Sud, dove delle cose importanti si dice “questo bisogna metterlo in canzone”. In effetti anche questo succede, per omaggiare un uomo che anche nella lotta contro la mafia ha trovato uno spazio per concretizzare le sue modalità di lotta, le stesse applicate nella Sicilia poverissima del dopoguerra, per contrastare la fame, la povertà e l’assenza di prospettive di lavoro e futuro.  

“Lo Stato c’è solo di nome” 

Innanzitutto bisogna mettere in gioco il proprio corpo, sia per costruire la strada che i padroni volevano dissestata – nel corso di uno sciopero alla rovescia, che dimostra la voglia di chi non aveva la speranza di costruire nella propria terra il proprio futuro – sia per fare eco, con un digiuno assoluto e con la propria sofferenza, alla morte del piccolo Benedetto ucciso dalla fame e dalla povertà di un pezzo di mondo di cui nessuno si curava. Sarà lui infatti a portare gli occhi dove si muore di fame, “dove non c’è comunità né lavoro e lo Stato c’è solo di nome”, sapendo che in quel vuoto di diritto ad esistere proliferano le mafie, e si guadagnano il diritto al silenzio deferente anche quando assetano le persone rivendicando il possesso anche dell’acqua da bere.  

Un’esperienza durata meno di 24 ore 

In quella Sicilia Danilo Dolci scava strade, crea dighe, e con la rabbia e il duro lavoro fa sognare a Trappeto, in provincia di Palermo, e alle sue valli un altro mondo possibile. Senza limitarsi a immaginarlo ma dandogli corpo, proprio perché le cose come le persone “crescono solo se sognate”. La vita di Danilo Dolci, così come lo propone lo spettacolo “La domanda che non si spegne”, è un’epopea di cose minute e proprio per questo grandiose, che parte e ritorna al microfono di una radio, Partinico Libera, che fu la prima, seguita a pochi chilometri di distanza dalla radio Aut di Peppino Impastato, a rompere il monopolio del racconto per dare voce ai “poveri cristi”, proprio come poco dopo Impastato farà illuminando il potere mafioso sulla Sicilia. Un lampo, un’esperienza durata meno di 24 ore, prima di essere chiusa da un blitz delle forze dell’ordine, che è però un simbolo potente di ciò che il coraggio di una persona può piantare: un seme destinato a dare frutto.” 

Pensieri altissimi 

Danilo Dolci nel racconto non è un eroe, ma un uomo da cui i figli di sangue esigono coerenza, mentre quelli che ha scelto, paesi interi, imparano da lui come dar nome alle cose anche dopo di lui. Sperimentano i cerchi dove non ci sono parole sbagliate, ogni pensiero ha cittadinanza e diventa fecondo, in esercizi di maieutica condivisa che ridavano senso all’idea di fare scuola come esperimento di comunità, anche per chi vi aveva trovato solo rifiuto e giudizio oppure ne era stato del tutto respinto. Quando questo avviene a spettacolo concluso, si realizza anche oggi sul palco del teatro, a sgorgare sono pensieri altissimi sul senso di futuro, scuola, giustizia, cui si somma la rottura del silenzio, che se oggi è prodotto dalla percezione di non poter cambiare la realtà, non è a ben guardare frutto di un’amarezza diversa dall’omertà di chi, sotto il potere dei mafiosi, pensava di non avere diritto di alzare gli occhi.  

“Se taci il parassita diventa te” 

A loro come al presente la voce di Danilo Dolci, lucida e tagliente anche quando è piena di poesia e tenerezza, chiede di non tacere davanti a tutte le forme che prendono i parassiti, così chiama i mafiosi, perché “se taci il parassita diventa te”. Una lezione che tiene insieme lirismo e pragmatismo e che ancora porta luce sugli angoli fragili del mondo, che vicino o lontano da noi non vogliamo vedere. Ma anche su quanto sia pericoloso credere che il tempo abbia cambiato del tutto la storia. Da quanto Dolci aveva imparato appena dopo la guerra una lezione di rigore e speranza, insieme ai bambini che impastano sabbia e sogni per ricordarci come fare perché sia possibile vivere in un altro modo, anche, ma non solo, davanti alla violenza delle mafie anche quando resta silente.