“Gli attacchi del ’93 sono stati ricatti volti a creare spazio per quello che è venuto dopo.” Le parole di Salvatore Borsellino, fratello del magistrato Paolo, che da anni si batte per trovare i mandanti occulti delle stragi di mafia, oltre che della morte di suo fratello, possono essere la chiave di lettura di tutto. Non una valutazione storica. Una diagnosi. Non erano la fine di qualcosa, le bombe di Firenze, Milano e Roma, scoppiate nel luglio del 1993 in via dei Georgofili, colpendo l’accademia omonima, gli Uffizi e abbattendo la torre dei Pulci. Quelle bombe, invece, erano una premessa. Erano il prezzo che qualcuno stava chiedendo allo Stato italiano per negoziare un nuovo ordine. E Ferruccio Pinotti, giornalista e saggista, nel suo Attacco allo Stato. I misteri delle stragi del 1993 e il codice Matteo Messina Denaro, pubblicato da Solferino dopo la cattura di Matteo Messina Denaro e ora disponibile in esclusiva in formato audio su Audible, prova a raccontare chi era quel qualcuno, cosa voleva, e soprattutto — cosa ha ottenuto.
La guerra prima della pace
Totò Riina aveva le idee chiare. “Bisogna fare la guerra, prima di fare la pace”. Nel biennio 1992-1993 si contano otto stragi: due in Sicilia, il resto per la prima volta sul territorio della Repubblica che si credeva al sicuro — i musei, le chiese, i viali delle grandi città del nord e del centro. La strategia della tensione che l’Italia aveva già conosciuto negli anni Settanta tornava con una firma diversa, ma con la stessa logica: seminare terrore per aprire una trattativa. Massimo Ciancimino lo disse con una chiarezza che suona ancora come una sentenza: “Avete tolto le ruote alla macchina, la macchina deve girare. O le indagini su Tangentopoli finiscono o le stragi non finiranno”. Il libro di Pinotti parte da qui, da questa equazione brutale, e la segue nei suoi sviluppi più scomodi. Non si tratta di complottismo: il rigore documentale dell’autore – giornalista che ha lavorato per Repubblica, il Corriere della Sera, l’Espresso, e che a New York ha collaborato con la Cnn – è una delle garanzie del testo. Si tratta di prendere sul serio quello che i collaboratori di giustizia, i magistrati, i familiari delle vittime dicono da trent’anni, e di costruirci sopra una narrazione che regga il peso dei fatti.
I rapporti con Berlusconi
La traiettoria del piano delle mafie si fa evidente seguendo, come fa il saggio, i fratelli Graviano, Filippo e Giuseppe, boss del mandamento di Brancaccio a Palermo, uomini di fiducia di Riina e custodi di segreti che ancora oggi pesano come piombo nei fascicoli aperti della magistratura. Giuseppe Graviano è il centro delle stragi continentali. Latitante a Milano fino al 1994, quando viene arrestato con il fratello in un ristorante, porta con sé qualcosa che pochi collaboratori hanno saputo o voluto dire: i rapporti diretti con Dell’Utri e Berlusconi (mai provati, va detto, nelle aule giudiziarie giudiziarie), nei mesi in cui Forza Italia stava nascendo. Pinotti ricostruisce questa connessione con attenzione chirurgica. Lo fa ascoltando le voci, come quella del boss collaboratore Cancemi, quando spiega che Riina considerava il rapporto con Berlusconi un bene per tutta l’organizzazione, e voleva gestirlo personalmente, o quando racconta che il nonno materno dei Graviano, Filippo Quartararo, avrebbe incontrato Berlusconi per portare i capitali del clan nell’investimento di Milano 2. Tra il febbraio 1977 e il dicembre 1980, secondo alcune dichiarazioni di pentiti, le imprese collegate all’ex premier avrebbero giovato del trasferimento di 70 miliardi di lire in contanti, in cui sarebbe stato coinvolto Stefano Bontate, il boss che ha preceduto i più noti Riina e Provenzano.
Codice Matteo Messina Denaro
Il sottotitolo del libro parla invece di un codice Matteo Messina Denaro, e non è un espediente editoriale. MMD — come viene chiamato nei documenti investigativi — è l’altro filo che attraversa tutto il racconto, dall’esecuzione delle stragi alla latitanza trentennale, fino all’arresto del 2023 che ha chiuso una stagione senza aprirne un’altra perché le domande erano già tutte lì. Nel 1993 Messina Denaro era già un organizzatore, lo dice il magistrato Di Matteo: non solo un esecutore, non solo un sicario di lusso, ma una mente raffinata capace di decidere dove colpire, quando, perché. Leggendo – o ascoltando – Pinotti, poi, si inserisce l’epoca stragista nel suo contesto storico, e si capisce come la mafia metta le bombe seguendo l’esempio del terrorismo politico, e si evidenzia ancora una volta come “le menti raffinatissime” citate da Paolo Borsellino dopo Capaci come le vere responsabili della sua imminente morte, coloro che decidono la geometria degli attacchi non sono i mafiosi che sparano o mettono bombe: sono uomini che ragionano in termini di sistema, di effetti politici, di contrattazione.
Era solo “un altro Andreotti”
Oltre a Maurizio Costanzo, vittima di un attentato in via Fauro, a Roma, da cui poi scampò, doveva morire anche l’allora ministro Claudio Martelli, accusato dalla mafia di aver solo ripulito la propria immagine lavorando con Falcone. Era visto come uno dei tanti traditori politici. L’attentato al giornalista Mediaset racconta molto dell’attività di un Messina Denaro allora solo trentenne. Le armi furono procurate da lui. Il fatto che Costanzo fosse l’uomo che avrebbe potuto essere contrario alla discesa in campo di Berlusconi, e che fosse al corrente dei rapporti tra il futuro premier e cosa nostra prima che entrasse in politica, è uno di quegli elementi che Pinotti evoca. Per i Graviano, secondo quello che racconta il mafioso Salvatore Baiardo, Berlusconi era solo un altro Andreotti — un nome potente da cui ottenere vantaggi. Non un alleato ideologico, ma uno strumento.
Nessuno è al sicuro
Ma torniamo agli attentati: il 27 maggio 1993, via dei Georgofili. Un’autobomba uccide cinque persone, tra cui la famiglia Nencioni — Fabrizio, Angela, le figlie Nadia di nove anni e Caterina di cinquanta giorni, e lo studente Dario Capolicchio. Mettendo in luce un’altra possibile lettura dei legami tra la mafia e i suoi alleati di allora, Pinotti si chiede, seguendo il filo delle indagini, se il bersaglio vero non fosse l’accademia massonica della torre dei Pulci, adiacente. La domanda non è retorica: la scoperta della P2 e delle sue infiltrazioni in ogni sistema di potere sconquassa il Paese proprio in quegli anni, ma anche la geometria degli attentati del ’93 segue una logica simbolica precisa, che punta a istituzioni — culturali, religiose, civili — capaci di segnalare che nessun luogo è al sicuro. E la risposta alle bombe nelle chiese, San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro, viene letta dal libro come risposta all’anatema lanciato dalla Valle dei templi da Giovanni Paolo II contro la mafia — la stessa logica che ha prodotto l’omicidio di don Pino Puglisi, ucciso a Palermo pochi mesi prima. Come tutta quella stagione, la strage di via Palestro a Milano, il 27 luglio, è, dice Pinotti, “la messa da requiem alla possibilità di essere una democrazia compiuta”. Cinque morti, tra cui tre vigili del fuoco e un vigile urbano accorsi dopo la prima esplosione. E un senzatetto, colpevole solo di trovarsi lì. E poi, quella stessa notte, le bombe di Roma. In quarantotto ore, l’Italia scopre di essere un Paese diverso da quello che credeva di essere.
La dimensione economica
Una delle chiavi interpretative più importanti del libro riguarda la dimensione economica del sistema criminale. Pinotti raccoglie le riflessioni di chi, a vario titolo, ha studiato dall’interno questa vicenda: in quegli anni, si voleva far capire allo Stato italiano che non si poteva prescindere — né lo Stato né la Chiesa — da un sistema che produceva 220 miliardi di lire l’anno, l’11% del PIL. Un’entità che si era talmente compenetrata con l’economia legale da rendere difficile, forse impossibile, tracciare una linea di confine. In effetti nessuno degli arrestati per le stragi del 1993 e 1994 ha trovato conveniente collaborare con la giustizia. Un sistema che ha abbastanza potere da rendere la collaborazione sconveniente è un sistema che non è stato sconfitto. È un sistema che ha trovato un nuovo equilibrio.
Una stagione mai finita
Il monumentale lavoro di Pinotti, nelle sue oltre 17 ore di ascolto, non offre verdetti. Non può: le inchieste sono aperte, alcune sentenze non sono definitive, molti atti sono ancora coperti da segreto. Quello che offre è qualcosa di più prezioso: una mappa. Una struttura interpretativa che permette di orientarsi in una vicenda che è stata sistematicamente resa opaca, frammentata, ridotta a gossip politico o a dietrologia da bar. Il rigore dell’inchiesta — le fonti, le sentenze, i verbali, le testimonianze di chi come l’avvocata Di Gregorio ha difeso i mafiosi e sa come funzionano, di chi non ha mai smesso di chiedere la verità — è la risposta a chi liquida questo genere di racconto come complottistico. Non siamo di fronte a un Paese che ha avuto una stagione difficile e poi è andato avanti. Siamo di fronte a un Paese in cui quella stagione non è mai finita, perché le domande non hanno avuto risposta, perché i mandanti occulti non sono stati processati, perché il sistema, ormai lo sappiamo, non è stato smantellato ma riorganizzato.

