“Il diavolo nel palazzo”, quando indossare una divisa era una vergogna 

“Il diavolo nel palazzo”, quando indossare una divisa era una vergogna 

Leggere “Il diavolo nel palazzo” di Alessandro Maurizi non è solo un’esperienza per gli amanti del giallo. È un vero e proprio viaggio nella Verona e nell’Italia della seconda metà dell’800. Un periodo complesso, poco conosciuto ma fondamentale per la costruzione del Paese che conosciamo oggi. Gli intrighi che coinvolgono un procuratore legale, un appuntato e una studentessa di medicina si intrecciano con i problemi reali che i nostri avi hanno vissuto in un Paese che attraversava un periodo burrascoso: spinta all’emigrazione, logge segrete, discredito nei confronti delle forze dell’ordine. Un libro che va oltre il giallo per affondare le sue radici nella storia e analizzarne le sue contraddizioni”. 

Spinta all’emigrazione 

Come già denunciato da Carlo Collodi nella sua opera monumentale “Pinocchio”, molti all’indomani dell’unità d’Italia lavoravano affinché la povertà venisse debellata spingendo i poveri ad emigrare nel Paesi del sud America. Se lo scrittore fiorentino lo ha fatto tramite l’immagine della balena, che inghiotte gli “illusi” diretti nel paese dei balocchi, Maurizi lo fa tramite il personaggio di Federico Giorio, impegnato in prima linea affinché si potesse fermare la tratta che ha tolto alla penisola un’importante fetta di popolazione. Un fenomeno diffuso che ha riguardato tutto il paese, anche il nord-est, il luogo in cui il romanzo è ambientato. 

Allentare le tensioni sociali 

Bisogna immaginare gli agenti dell’emigrazione delle prefetture e delle questure che andavano nelle campagne. Bisogna immaginare anche un prete che dal pulpito di una piccola chiesa di campagna invitava ad emigrare in sud America, dicendo che lì regalavano le terre e il vino scorreva a fiumi – ha spiegato Maurizi – E tutti gli operatori che spingevano le persone ad emigrare ricevevano una tangente di 10 lire». «Io ho le prove di questo» esclama l’autore, che spiega le ragioni di questo triste circuito illegale: «Al sud tra il 1860 e il 1861 c’era il brigantaggio, guerra civile, le persone si ribellavano. Nel 1866, quando viene annesso il Veneto al Regno d’Italia, la stessa situazione poteva espandersi anche lì. La cosa migliore non era fare politiche sociali o agrarie, ma mettere uomini e donne in miseria sui piroscafi e mandarli via. Così facendo si allentavano le tensioni sociali e le risorse potevano bastare per tutti» 

Logge e massoneria 

Alla parola loggia o massoneria non si può non pensare alla P2 di Licio Gelli, uno scandalo senza precedenti che ha rivelato il lato oscuro del potere italiano nella seconda metà del Novecento. Una storia oscura, ma di certo non nuova. Il Belpaese, infatti, come insegna anche il libro brillante e coinvolgente di Alessandro Maurizi, è stato caratterizzato da sempre da gruppi di potere creati per mettere a repentaglio l’ordine costituito. Una volta formato lo Stato, traguardo raggiunto nel 1861, ancora in molti erano i gruppi scontenti del nuovo ordine monarchico, preferendo quello repubblicano. Altri invece, come si può leggere nel testo, vedevano nel neonato Stato uno smacco fatto alla Chiesa, che con la breccia di Porta Pia del 1870 perde l’indipendenza di cui aveva goduto da secoli (salvo poi recuperarla nel 1929 con i patti lateranensi). 

Le forze dell’ordine 

Tra i tanti protagonisti del giallo, spicca senza dubbio un appuntato. Personaggio fondamentale nella narrazione, anche se rappresentanti di un mestiere che ai tempi appariva in molti modi, ma di certo non veniva considerato il più prestigioso. Lo ricorda benissimo Maurizi riportando un aneddoto: «Negli anni Ottanta ci pagavano 700 mila lire per entrare in polizia, per arruolarti. Ricordo dall’altro lato che Carlo Levi, in “Cristo si è fermato a Eboli”, racconta di esser stato accompagnato da due carabinieri che gli dicono che solo i loro genitori sapevano che indossavano una divisa, mentre gli altri credevano che facessero gli operai al nord. Era più dignitoso fare quel tipo di lavoro che indossare un’uniforme nella seconda metà dell’800».  

Il ruolo della donna 

Si chiama Elisa Zanconato e studia medicina all’università di Padova. Una pioniera, una dottoressa nata nel posto sbagliato – la Verona del XIX secolo – ma allo stesso tempo nel posto giusto. Figlia di un medico a sua volta di ampie vedute, che nonostante preoccupazione e apprensione ha accettato che la figlia seguisse le sue orme. Senza dubbio la figura femminile principale nel romanzo, anche se accanto a lei c’è Elisa, ex prostituta che ha vinto il pregiudizio per seguire i propri sogni: aprire un suo atelier di moda a Milano.