Così le mani invisibili della mala hanno conquistato (e si sono spartite) Milano 

Così le mani invisibili della mala hanno conquistato (e si sono spartite) Milano 

Aner agathos, l’uomo a posto, l’uomo per bene.  Da qui deve iniziare il viaggio per capire davvero la ‘ndrangheta, in un nome che è una dichiarazione di intenti e di autopercezione, per quanto paradossale. Così si percepiscono gli ‘ndranghetisti, mentre gli altri non sono che erbaccia da estirpare e senza alcuna utilità. Da qui, anche Piero Colaprico, tra le firme storiche e le voci più accorte della cronaca milanese, comincia il suo viaggio nel cuore dell’organizzazione criminale. Una delle voci che ha tracciato la mappa dei cambiamenti di Milano e – a partire da un’altra parola, Tangentopoli – simbolo e sintomo dei mali che affliggono il Paese, non poteva che essere tra quelle più adatte per ripercorrere le tracce del nuovo potere che innerva l’autodichiarata capitale morale: la mafia calabrese, di cui Piero Colaprico racconta cinquant’anni di conquista silenziosa nel podcast “Le mani sulla città”, che restituisce alla città una storia che la città ha fatto, e fa ancora, sovente, di tutto per non vedere. 

La lettura di Colaprico 

La lettura di Colaprico, forgiata in questo podcast dalla lunga consuetudine con la narrativa, per dar vita a un racconto puntuale, al tempo stesso, fortemente evocativo, rende chiaro fin dalle prime battute cosa Le mani sulla città vuole essere: non una cronaca di sangue ma qualcosa di più sottile e più ambizioso. Una mappa per capire come un sistema antico, radicato nella polvere di Platì, in Calabria, e nell’Aspromonte più profondo, abbia imparato a respirare l’aria e a prendere spazio, fino a farla propria, la capitale economica d’Italia. Come abbia imparato, soprattutto, a sembrare qualcos’altro. 

Numeri che fanno impressione 

Il podcast parte, in effetti, da dove la lunga mano delle ndrine ha iniziato ad allungarsi sui capitali milanesi: i sequestri di persona. Cesare Casella. Cristina Mazzotti, quattro morti colti appena prima di rapire Antonella Dellera nel varesotto, a Germignaga. Fermati dall’attento lavoro delle forze dell’ordine. Siamo negli anni Settanta, e dal 1975 in poi la presenza calabrese nel Nord si fa sistematica. Prima erano stati i supermercati, le attività commerciali. Ma sono i rapimenti a dare alla ‘ndrangheta la prima grande liquidità, e con essa la prima legittimazione, quando l’arrivo della droga sposta il business della mafia siciliana su un nuovo orizzonte di guadagno, lasciando campo libero ai calabresi. I numeri fanno impressione: circa quattrocento rapimenti nei soli anni Settanta, ottanta solo in Lombardia — e costruiscono un’architettura temporale. Ogni sequestro è un mattone, ogni riscatto è capitale da reinvestire, ogni famiglia che porta a termine un’operazione acquisisce rango. 

Capire l’habitus mentale 

In questo contesto emerge la figura di Saverio Morabito, che viene da Platì, come gran parte della ‘ndrangheta che finisce a Corsico e a Baggio, nell’hinterland milanese, o a Buccinasco — ribattezzata non a caso “la Platì del Nord”. Insediandosi – proprio come i concittadini in cerca di futuro e di lavoro, nei comuni operai della cintura metropolitana. Accanto alla manodopera calabrese onesta, diventano invisibili famiglie che, comunque, conservano una – almeno formale – abitudine al lavoro, in particolare nel settore del movimento terra, che ad esempio la mafia siciliana non conosce, e che consente a famiglie di cupa fama, come i Papalia, di firmare per lungo tempo, a proprio nome, le carte intestate di imprese edili o aziende di costruzione. Alle spalle, però, si sono lasciati un contesto che li ha segnati. Dove gli emissari del nord portano solo una superiorità sbruffona che mentre detta legge abbandona il sud alla mancanza di strutture, lavori pubblici, opportunità. Anche Morabito è cresciuto in un paese dove i carabinieri venivano percepiti non come portatori di civiltà ma come strumento di repressione. Questo è un dettaglio ancora centrale: capire l’habitus mentale di chi arriva al Nord aiuta a decodificare perché il conflitto con le istituzioni viene vissuto come continuazione di una guerra secolare tra mondi che non si riconoscono. 

Lecito e illecito convivono 

Al diffondersi degli stupefacenti, anche clan calabresi prendono il controllo del narcotraffico perché sono strutturati per gestirlo: hanno i legami internazionali, ma – molto più della mafia siciliana sono protetti dalla disciplina di sangue, che lascia loro la capacità di restare ermetici. L’eroina prima, poi la cocaina — quella che Mario, il collaboratore di giustizia che diventa uno dei testimoni centrali del podcast, negozierà con Pablo Escobar in persona –  ma che tiene fuori dalla faccia lecita del suo lavoro, come il ristorante aperto in Spagna in cui si trovava per cliente la guardia civil. Come molti di quelli che compaiono nel podcast, Mario è un personaggio che sembra uscito da un romanzo, che fa il meccanico per il direttore del carcere dentro le mura di San Vittore – e invece è seduto davanti a un microfono, e racconta con lucidità sconcertante come il lecito e l’illecito stessero appoggiati l’uno all’altro come le carte da gioco quando si costruisce un castello.  

Soldi giusti al momento giusto 

Tra le voci di spessore di cui – attraverso la sua esperienza – Colaprico può far intrecciare il podcast, c’è quella di Ilda Bocassini, che compare a sottolineare un meccanismo che con la crisi economica degli anni Duemila si è reso evidentissimo: la ‘ndrangheta non ha dovuto conquistare settori dell’economia legale con la violenza, li ha semplicemente assorbiti, sviluppandosi là dove i suoi esponenti si erano già collocati. Movimento terra, logistica, appalti: quando le aziende vanno in crisi di liquidità, qualcuno bussa con i soldi giusti al momento giusto. Ivano Perego scivola nelle mani della ‘ndrangheta così, quasi senza accorgersene. La storia di migliaia di imprenditori lombardi che non sapranno mai — o fingeranno di non sapere — da dove venivano i capitali che li hanno salvati. In effetti, dice Colaprico, la forza della mafia non sta dentro la mafia. Sta fuori. Sta nei colletti bianchi, nei cervelli fini, in chi sa far fruttare il denaro. La ‘ndrangheta non si accontenta di gestire il crimine; vuole gestire l’economia, e per farlo ha bisogno di chi conosce le regole per aggirarle dall’interno. 

Una crepa inaspettata 

Eppure, anche nei sistemi apparentemente più impenetrabili, si possono aprire delle crepe, e Colaprico lo racconta con la misura giusta: per la ‘ndrangheta è la collaborazione di Saverio Morabito con la magistratura. Morabito apre una voragine imprevista — non solo nella ‘ndrangheta lombarda, ma nella città intera, rivelando la trama di insospettabili che hanno messo le mani sulla Milano che conta. Ma solo a patto che la moglie, che di lui non sapeva niente, fosse disposta – se davvero esiste una scelta – a sopportarne con lui le conseguenze, e che l’epocale operazione Nord Sud, che porta in carcere oltre 200 affiliati, si svolgesse dopo la fine della scuola dei figli. Questo è il tenore dei patti che stringe con lo Stato. Ognuno porta, però, la sua narrazione. C’è quella di chi ha scelto di collaborare – “cantarsela” – perché era diventato un azionista — di quelli che delle operazioni sono il braccio armato, e chi, come Antonio Zagari, ne esce perché, leggendo Pavese, scopre di non appartenere al sistema in cui lo ha allevato la sua famiglia, e che “ammazzare stanca”. Storie che aiutano a periodizzare: figure che attraversano gli anni Settanta e Ottanta, e poi quelli di fine millennio, portando nel corpo le contraddizioni del tempo.  
 

Mutamenti strutturali 

Ciò che distingue “Le mani sulla città” dalla cronaca giudiziaria ordinaria è proprio la capacità di tenere insieme due livelli di lettura: quello arcaico — giuramento, sangue, affiliazione, rituali che richiamano Garibaldi, Mazzini e La Marmora, che citano l’unità d’Italia e la massoneria come serbatoi simbolici da cui attingere solennità — e il livello modernissimo dell’adattamento pragmatico. La ‘ndrangheta crede davvero in quello che fa. Questa è la sua forza. E le organizzazioni che credono davvero in qualcosa sono più difficili da penetrare di quelle che si tengono insieme solo con il denaro. Mentre le imprese legali cambiano assetti, si fondono, falliscono, le famiglie della ‘ndrangheta mantengono la stessa struttura di comando che avevano quando i loro capostipiti arrivarono nella cintura milanese. Ma, anche i sistemi di ‘ndrangheta devono affrontare i propri mutamenti strutturali. Lo dimostra l’omicidio di Carmelo Novella, il boss federalista, il 14 luglio 2008. Un omicidio che sembra marginale e invece apre uno squarcio su qualcosa di molto più grande — il tentativo di riorganizzare la ‘ndrangheta lombarda su base autonoma, svincolata dalla Calabria, e la risposta violenta di chi non tollera derive separatiste in un sistema che fa della verticalità il suo dogma. 

“Anche questa è Milano” 

Colaprico chiude — e apre, e riapre — con una frase che vale un programma: “anche questa è Milano”. È una presa d’atto. Il bisogno di capitale supera spesso il bisogno di sapere da dove viene, la velocità degli affari rende l’opacità un rischio accettabile. La Lombardia del miracolo economico ha offerto alla ‘ndrangheta qualcosa che la Calabria non poteva offrire: un’economia abbastanza grande da assorbire denaro sporco senza troppe domande. In cambio, la ‘ndrangheta ha offerto alla Lombardia qualcosa che il mercato regolamentato non offre: liquidità immediata, disponibilità a chiudere gli occhi sulle regole. Il podcast di Colaprico non si lascia trascinare dalla retorica. Racconta come funziona il sistema, da dove viene, come si è adattato, perché resiste. E lo fa con la voce di qualcuno che conosce la città. Riesce, cioè, nel compito che attribuisce alla società. Iniziare a “trovare nuove parole per una nuova società che sta emergendo”: è questa, in fondo, la scommessa del giornalismo narrativo quando affronta la criminalità organizzata. Non semplificare ciò che è complesso.