Che esista un filo – nero – che collega la strategia della tensione e i suoi attentati con le stragi di mafia e la trattativa che – anche questo è agli atti – ne è seguita, non rientra più nel dominio dei complottismi. Quello di cui mancava, a molti, consapevolezza è che ha il volto e il nome, tra gli altri, di Paolo Bellini: una figura per molti versi sorprendente. Viene da Reggio Emilia, roccaforte comunista, ed è un ragazzino quando – nei video in cui molti anni dopo, lo riconoscerà l’ex moglie, viene immortalato sul binario della stazione di Bologna il 2 agosto 1980, una manciata di minuti prima che scoppi la bomba che provocherà 85 morti e la più grande strage della storia d’Italia. Benché continui ancor oggi a sostenere che in quel giorno si trovasse in vacanza con la famiglia sul passo del Tonale, le prove sono bastate a condannarlo all’ergastolo, e sono arrivate a certificarlo come “la primula nera” dell’eversione neofascista. Stando a Carlo Maria Maggi, leader del movimento neofascista Ordine nuovo, intercettato in casa sua già nel dicembre 1986, sarebbe stato lui a portare sul binario l’ordigno che ha fermato l’orologio e la memoria d’Italia per sempre alle 10.25 di un sabato di agosto in cui da quella stazione passavano tutti: famiglie, turisti, chi tornava a casa verso sud o chi andava semplicemente in vacanza. Di questo parla il libro “L’uomo nero delle stragi” del giornalista Giovanni Vignali, pubblicato da PaperFirst.
La traiettoria di un killer
È impressionante veder ripercorsa, a quarantasei anni esatti di distanza, la traiettoria che porta ad essere un killer della ‘ndrangheta e – prima ancora – una sorta di infiltrato in cosa nostra, un giovane militante di destra, che già nel 1975, a 22 anni, ha compiuto il suo primo omicidio, uccidendo in dinamiche ancora da chiarire, ma puntualizza Vignali per la prima volta, accuratamente pianificate, il 21enne militante di Lotta continua Alceste Campanile. Molti anni dopo confessa di averlo fatto perché il suo movimento, Avanguardia nazionale, intendeva destabilizzare il clima in vista delle elezioni del finesettimana successivo. Per capire come Bellini si sia poi messo al servizio delle mafie, però occorre partire dall’inizio – dal “padre di sto aviere” di cui si sarebbe sentito già nella prima intercettazione, prima che una manomissione degli agenti della scientifica addetti alla pulitura dell’audio ne alterasse – racconta invece il Resto del Carlino – il senso, rimandando invece a una pretestuosa pista palestinese sostenuta da Cossiga, di cui anche il lavoro di Vignali da conto dell’infondatezza.
La fuga all’estero
Il padre in questione si chiama Aldo Bellini, fervente e fiero fascista, amico del fondatore dell’Msi Giorgio Almirante, nel cui albergo, a una manciata di ore dalla strage, e a prime indagini ancora in corso, si sarebbe recato il procuratore di Bologna Ugo Sisti, titolare delle indagini. Per rassicurare e proteggere un amico? Di certo, nell’accurata documentazione di Vignali, c’è una fuga all’estero di Bellini, durante la quale, stando alle indagini della procura di Bologna intorno a un’altra pagina della strategia della tensione, quella del Rapido 904, si sarebbe dedicato al traffico di armi. Nel frattempo, si trovava in una latitanza protetta forse dai contatti di un padre che il figlio stesso suggerisce appartenere a Gladio, la struttura segreta, cui segue un rientro in Umbria sotto la falsa identità di Roberto da Silva, sotto la cui identità lo stesso Bellini risulta aver accompagnato Sisti, con un piccolo aereo, a Roma, per parlare con l’allora ministro degli Interni.
P2, mafia, neofascismo
Se pure i motivi di molti punti di contatto restano congetture, così come il modo in cui i soldi della P2 di Licio Gelli, dal Banco Ambrosiano di Roberto Calvi siano arrivati alle mani di una sorta di internazionale che univa tutte le sigle neofasciste per destabilizzare lo Stato, il dato dell’esistenza di questo tipo di collegamenti, racconta una storia d’Italia che ne riscrive le strutture di potere. E ci iscrive anche la mafia, di cui illumina anche la connessione proprio con le stragi, mentre quello con Paolo Bellini lo esplicitano addirittura due voci: il boss Antonino Gioe, nella lettera che accompagna il suo suicidio in carcere, e lo stesso Totò Riina, che pur con sarcasmo – in una dichiarazione spontanea che Vignali riporta integralmente dagli atti di indagine, invita la magistratura a scoprire la verità su Bellini, ritornato a essere tale, collaborando con la giustizia a partire dal 1999, proprio perché lo Stato lo proteggesse dai mafiosi che lo vogliono morto.
Collaborare con lo Stato
Lo stesso Riina sintetizza la parabola di un criminale che arriva alle mafie per almeno due vie: una è – sosterrà – già una collaborazione con lo Stato. Avviato alla criminalità con il furto di formaggi pregiati con “la banda del grana” e poi di mobili di pregio, si sostiene che sia l’uomo adatto per negoziare con la mafia, prima il recupero di alcune opere d’arte trafugate e poi, attraverso uno scambio, ancora una volta d’arte, i termini di quella trattativa che doveva fermare la scia di sangue che aveva trovato il suo culmine nelle morti di Falcone e Borsellino. Compito che Bellini svolge proprio grazie a Gioe, conosciuto in carcere diversi anni prima. Si tratta di una via negoziale che – spiega il giornalista – il colonnello Mori lascerà poi cadere perché nel frattempo ha a disposizione un contatto di prestigio come l’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, un calibro ben maggiore di quello che – a questa altezza – per lo stato è poco più che un modesto ladro d’arte. Per questo, Bellini accuserà le istituzioni di averlo lasciato solo di fronte a un sistema criminale che ci mette poco a sospettare di aver a che fare con un infiltrato.
“Avrebbe messo in ginocchio lo Stato”
Un “signor nessuno” con cui il Gotha della mafia, da Brusca a Bagarella, (si permetterà di chiamarli ironicamente “le quattro scimmiette”) avrebbe non solo trattato, ma da cui avrebbe tratto l’idea di colpire non più i magistrati, che possono essere sostituiti, ma l’incalcolabile patrimonio artistico italiano, con le prevedibili enormi ricadute sull’attenzione mondiale. Sarebbe stato Bellini ad evocare l’esito deflagrante che avrebbe avuto attentare, ad esempio, alla torre di Pisa. Quando dice che “avrebbe messo in ginocchio lo Stato” da un suggerimento, una iperbole? Che ne fosse stato il suggeritore in modo consapevole o meno, il dato è che sono di una manciata di mesi dopo gli attentati che colpiranno il Padiglione d’arte contemporanea a Milano e l’Accademia dei Georgofili a Firenze, nella Basilica di San Giovanni in Laterano e in quella di San Giorgio al Velabro a Roma. Stragi in cui alcune Fiat anonime trasformate in autobombe uccideranno addetti ai lavori, forze dell’ordine e passanti ignari. La più piccola delle quali è una bambina.
Intrecci brutali
La ricostruzione apparentemente più surreale di Vignali, tuttavia, è che il rapporto con le mafie di Bellini non si ferma certo qui. E anzi, questa trattativa sarebbe stata, per lo spregiudicato killer neofascista, niente di più di una copertura. Proprio in quelle stesse occasioni si sarebbe infatti recato anche in Calabria per operare come killer su commissione di Vincenzo Vastapollo, ‘ndranghetista deciso a rovesciare la famiglia Dragone. Una guerra che lascia sull’asfalto quindici persone per mano del solo Bellini, tra cui un innocente, tetraplegico, ucciso dentro la sua macchina per eccessiva somiglianza con un membro dei Dragone. Una serie di intrecci brutali quanto spiazzanti, che Vignali squaderna aprendo inevitabilmente nuove domande su come un uomo apparentemente qualsiasi si sia sempre trovato nel posto giusto e nel momento migliore per trovarsi attivamente coinvolto, non solo invischiato, in alcune delle trame peggiori della storia del Paese. Se, come scrive James Baldwin, “L’ignoranza alleata col potere è la più grande nemica che la giustizia possa avere”, il lavoro di Vignali è una inchiesta capitale, nella sua complessità in cui a tratti è difficile non perdersi, per ridurre al minimo le zone d’ombra, che ora sta alla magistratura dissipare del tutto.

