I cellulari si nascondono nelle suole delle scarpe, dentro i manici delle padelle e negli insaccati portati in carcere dai familiari. Oppure arrivano grazie a droni, che trasportano telefoni con sim e auricolari, insieme a dosi di cocaina e hashish, come accaduto nei penitenziari di Secondigliano, Taranto e Caltanissetta. Per i detenuti affiliati alle organizzazioni criminali sono tante le strade per restare in contatto con il mondo esterno. Su tutte, la corruzione.
«In molti casi ci sono degli agenti che, in cambio di somme di denaro consistenti, portano dentro i cellulari», ha spiegato a #Noi Antimafia il magistrato Alfonso Sabella che ha dedicato la vita alla lotta contro la mafia. Quando era sostituto procuratore a Palermo negli anni ‘90, i boss comunicavano con i pizzini consegnati a parenti e avvocati, che non erano uomini d’onore. «Venivano scritti su carta velina e sigillati con nastro adesivo», prosegue il giudice, «e appena venivano aperti, inevitabilmente si danneggiavano». Così il destinatario sapeva sempre se qualcuno avesse letto il messaggio.
Le detenzioni al 41bis vennero istituite per bloccare le comunicazioni. Un sistema di controllo asfissiante, ma non impermeabile. Era il 14 aprile del 1998 quando fu arrestato Vito Vitale, l’ultimo boss del gruppo corleonese di cosa nostra. Allora la Corte Costituzionale aveva decretato inammissibile che gli incontri tra detenuti e bambini avvenissero attraverso i vetri blindati. A chi era al carcere duro, vennero concessi dieci minuti a contatto con figli di età inferiore ai dieci anni. Sabella lo ricorda bene: «Il primo colloquio lo fece Vitale, che si strinse al petto il figlio Leonardo e gli sussurrò all’orecchio: “Dì a tuo fratello di scannare la vacca palermitana”». Era l’ordine per assassinare un collaboratore di giustizia.
Oggi i mezzi di comunicazione si sono moltiplicati. Oltre al traffico di cellulari, i detenuti possono accedere a computer collegati al web nelle biblioteche per motivi di studio o formazione professionale. I controlli sono serrati, ma aggirarli non è impossibile. «Basta la chat di un videogioco online e le comunicazioni diventano difficili da rintracciare. Privare i detenuti dell’accesso a Internet è indispensabile», afferma Sabella. In passato, il magistrato aveva suggerito di inserire degli inibitori di frequenze nei penitenziari. La proposta non ha avuto fortuna: «Purtroppo ho incontrato degli ostacoli, sia da parte dei magistrati, che degli agenti della polizia penitenziaria e degli impiegati civili, perché anche i loro cellulari smetterebbero di funzionare», racconta Sabella.
Si fa dunque affidamento alle perquisizioni, per bloccare gli ingressi dei cellulari o sequestrare i dispositivi in mano ai carcerati. «Quando ero nella squadra mobile, facevamo perquisizioni a tappeto all’interno delle celle», racconta a #Noi Antimafia l’ex poliziotto Antonio Del Greco. Dovendo chiedere l’autorizzazione agli agenti penitenziari, veniva vanificato l’effetto sorpresa. «La voce si spargeva prima del nostro arrivo. Così non trovavamo mai nulla di irregolare o di sospetto», ricorda Del Greco.
Intanto le pareti in cemento e acciaio sembrano trasparenti, gli ordini passano attraverso le sbarre e arrivano agli uomini sul territorio. L’ultimo caso finito sotto i riflettori è quello di Camporeale, comune siciliano che il boss Antonino Sciortino controllava dal carcere. Il 18 febbraio 2025 sei membri della sua cosca sono stati arrestati grazie alle indagini del dipartimento antimafia di Palermo. Sciortino rilasciava autorizzazioni sull’utilizzo, l’acquisto e il divieto di accesso a pascoli e terreni agricoli. La moglie riferiva le indicazioni ricevute dal marito durante i video- colloqui tra carcerati e familiari. Dalla cella, il capomafia aveva indirizzato il voto sul candidato sindaco Luigi Cino, oggi iscritto nel registro degli indagati per falso ideologico.

