«Molti attentati addebitati e commessi da cosa nostra sono stati commissionati dallo Stato… Vedrà, comandante, quante ce ne faranno passare». Questa la frase al colonnello Michele Riccio, secondo la ricostruzione della scrittrice Anna Vinci nel suo libro “Luigi Ilardo. Omicidio di Stato”. Secondo “Ad un passo da Provenzano”, firmato Giampiero Calapà e arrivato su Storytel in forma di podcast, con l’intensa e partecipe voce dell’attore siciliano Rosario Lisma, sarebbe stata invece rivolta al colonnello Mario Mori, che sulla base di alcune ricostruzioni sarebbe stato uno degli emissari dello Stato nella trattativa con la mafia degli anni Novanta. Il dato certo è che a pronunciare quelle parole fu Luigi – Gino – Ilardo, noto ai verbali come “Fonte Oriente”, alle narrazioni più pop come l’infiltrato delle istituzioni dentro cosa nostra, alla storia delle mafie come l’uomo di fiducia a Catania di Giuseppe, “Piddu”, Madonia, boss di cosa nostra legato a Totò Riina e anche suo cugino di sangue.
La città laboratorio
Secondo il saggio di Calapà, Catania è diventata il “laboratorio di invisibilità” della mafia grazie alla famiglia Santapaola. Questo modello ha consolidato una cultura del silenzio in città, che persiste ancora oggi e che, a differenza di Palermo nello stesso periodo, rende la mafia meno visibile ma altrettanto influente. Un silenzio che a lungo avvolge anche l’omicidio di Ilardo, ucciso in strada sotto gli occhi della moglie e dei suoi figli il 10 maggio 1996, 5 giorni prima che diventasse ufficiale il “salto del fosso”, cioè la collaborazione con lo Stato. La storia di Ilardo è illuminante e, al tempo stesso, sorprendentemente rimossa, incastonata tra la lotta alle mafie, e la più complessa vicenda delle trattative Stato-mafia.Il plurale non è casuale: se ne possono individuare almeno due. La prima, all’indomani delle stragi del 1992, riguarda il famoso “papello” con le richieste di Totò Riina trasmesse tramite il sindaco di Palermo Vito Ciancimino a Mori e De Donno, destinatari i governi Amato e Ciampi. La seconda, coinvolge l’uomo nuovo Silvio Berlusconi, per tramite di Marcello Dell’Utri e di Vittorio Mangano.
La storia di Alessandro Scuderi
Così Galapà ricostruisce la vicenda attraverso la voce del vero protagonista dell’audiolibro: Alessandro Scuderi, fieramente “sbrirro” “che a patti non sarebbe sceso mai, ma senza difettare di umanità”. Si legge una storia d’Italia cupa e tagliente, ma devota e rigorosa, nella biografia di un servitore dello Stato, che si presenta alla scuola allievi ufficiali per mantenere la promessa fatta al papà Timoleone nel giorno stesso della sua morte. C’è una componente di fedeltà a sé stesso nel destino che riporta il giovane Scuderi nella propria regione, protetto dai giudizi da un’esperienza militare come sommozzatore, per guadagnarsi la stima del comandante Arnaldo La Barbera, professionista stimatissimo anche per essere stato l’uomo dietro al “pentimento Scarantino”. Le rivelazioni di Scarantino sulla strage di Via d’Amelio saranno poi sconfessate dai processi successivi, ma nel frattempo avevano già chiamato in causa l’allora Cavaliere.
Nel posto giusto al momento giusto
Questi fili, si intrecciano alla vita di Scuderi alla fine degli anni Novanta, quando, svolgendo un’altra indagine – sull’omicidio dell’avvocato Serafino Famà, principe del foro ucciso dai clan per questioni sentimentali, “nel corretto svolgimento del suo ruolo”, come si legge nel testo – scopre che l’unico capace di far tremare il temuto boss Gino Ilardo è un misterioso Bruno, dietro cui si cela il colonnello Michele Riccio. Questi, a uno dei figli di Ilardo, consegnerà persino il nome del boss, a testimonianza di una vicinanza assoluta. La collaborazione, tra Stato e Ilardo, nasce all’alba del 1994, in un periodo di grandi cambiamenti, ma dopo eventi già drammaticamente accaduti. Le confidenze schiette di Scuderi, raccolte con rispetto ed eleganza dal giornalista, aprono i retroscena di chi, talvolta per caso, si è trovato nel posto giusto al momento giusto.
I primi ostacoli
Grazie a un confidente, Scuderi riesce a tracciare l’identikit di Provenzano, disegnando uno schizzo del boss che emerge come il più pericoloso tra tutti. Eppure, nonostante l’importanza del lavoro, un superiore, sarcastico e irritato , gli risponde che quell’immagine non serve a nulla. Il poliziotto registra e comprende, come già accaduto da ragazzo, quando si trovò all’Addaura di fronte al tritolo che un “corvo” – il termine con cui i mafiosi chiamano i magistrati – voleva piazzare nella villa affittata da Falcone per realizzare da solo l’attentato. Al giovane sbirro bastò manifestare la volontà di diventare artificiere per osservare il carabiniere, Tumino, far brillare i candelotti distruggendo, così di fatto, le prove.
Il senso di colpa
I 32 anni di servizio di Scuderi in polizia sono una lunga teoria di intuizioni non raccolte. Sorprendentemente, nelle ultime pagine, è lo stesso poliziotto a darsi la colpa per non essere riuscito a farsi credere. Uno spaccato di occasioni mancate, forse non del tutto casuali: come quando, nel paesino di Mezzojuso (Palermo) la cattura di Provenzano viene improvvisamente rimandata, proprio mentre sta incontrando Gino Ilardo, o poco prima della morte di Mori, che spinge perché il dossier Ilardo sia seguito dalla procura di Caltanissetta. La stessa da cui, accerteranno le indagini, partiranno le soffiate che condanneranno a morte Ilardo per mano dei sicari del clan catanese Santapaola, prima che il capo dei capi desse il proprio assenso.
Luci e ombre in un solo libro
“A un passo da Provenzano”, col ritmo incalzante di un lavoro quasi teatrale, è prezioso perché dà forma a una ricostruzione che diffonde una massa di vicende intricate. Pur adombrando i momenti in cui lo Stato potrebbe non aver rispettato sé stesso – ammesso che una trattativa fosse, “legittimata dal motivo necessitante della sicurezza dei cittadini”, il libro traccia anche il ritratto fulgido di chi ha onorato lo Stato, pur riconoscendosi simili, ad altri esseri umani nelle passioni e nel dolore, senza mai far sbiadire la linea di confine tra chi costituisce la mafia e chi, come Alessandro Scuderi, l’ha combattuta da Palermo a Catania, per tutta la vita.
