Michele Albanese è un giornalista professionista, lavora per “Il Quotidiano del Sud”, per l’Ansa, “Il Secolo XIX” e con L’Espresso. In passato ha collaborato anche con la “Gazzetta del Sud”, “Avvenire”, “Il Sole 24 ore”, “Adnkronos” e altre testate nazionali. Nonostante sia sotto protezione continua a vivere in Calabria, a Cinquefrondi in provincia di Reggio Calabria, suo paese natio.

Da quando vive sotto scorta?
«Dal 17 luglio del 2014».
Da chi la protegge lo Stato?
«Undici anni fa mi convocarono in questura, dopo che nel corso di un’inchiesta su una potente famiglia della ‘ndrangheta della Piana di Gioia Tauro, la polizia, grazie ad una cimice, ascoltò due ‘ndranghetisti che stavano progettando un pesantissimo attentato alla mia vita. Per la grave minaccia, scattò la decisione del Comitato per l’Ordine Pubblico e la Sicurezza della prefettura di Reggio Calabria di mettermi sotto scorta. Da allora sono costretto a vivere guardato a vista, in tutti i miei movimenti, da due poliziotti e viaggio con un’auto blindata. Sono l’unico giornalista calabrese sotto scorta».
Quali sono state le motivazioni che l’hanno portata a vivere in questa condizione?
«Ho sempre e solo svolto il mio lavoro, con rettitudine e serietà. Non posso dire che vi sia un motivo reale che mi ha portato a vivere sotto scorta, lavoro con la verità e per la verità, ma soprattutto in alcuni ambienti, la verità è scomoda».
Come è iniziata la sua carriera di giornalista e di cosa si è occupato fino ad oggi?
«Ho cominciato nei primi anni ’80 con la cronaca nera e la giudiziaria. Settori dell’informazione che seguo anche adesso. Sono delegato nazionale della Federazione Nazionale Stampa Italiana, il Sindacato dei Giornalisti, per i progetti di legalità e di tutela della libertà di stampa e del diritto di cronaca, nonché Consigliere Nazionale Fnsi. Negli anni sono stato insignito di vari premi giornalistici nazionali, tra i quali: il premio Rosario Livatino, Pippo Fava, Cassiodoro, Arrigo Benedetti, Gerbera Gialla, il Premio Nazionale Nuto Revelli e tanti altri. Sono stato l’unico giornalista calabrese a ricevere il Premiolino, il più antico riconoscimento del giornalismo italiano. Nel 2017 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella mi ha insignito “motu proprio” del titolo di Cavaliere per meriti speciali verso la Repubblica con la seguente motivazione: “Per aver affermato il valore della legalità e della libera informazione in un contesto con forte presenza criminale”. Da anni, prima ancora che venissi messo sotto scorta, sono impegnato in tutte le regioni d’Italia a promuovere tra i giovani semi di speranza nella lotta alle mafie».
La ‘ndrangheta è una delle mafie più potenti al mondo, a suo avviso come è riuscita ad estendere così tanto il suo potere?
«Perché ha vissuto nel silenzio, nel cono d’ombra, nella corruzione, comprando il silenzio e il consenso di chiunque con i soldi dei proventi illeciti. Mentre, cosa nostra, ad esempio, manifestava la sua crudeltà attraverso le stragi di Stato, la ‘ndrangheta sedeva ai tavoli di potere, gestiva le economie, i traffici illeciti, gli appalti. Basti pensare che in Italia e nel mondo, si sente parlare per la primissima volta di ‘ndrangheta solo nel 2006 con la strage di Duisburg».
Ad oggi la situazione mafia nella sua Calabria com’è rispetto a quando lei ha iniziato il suo lavoro?
«Sono stato figlio di un’epoca nella quale la ‘ndrangheta ha vissuto un periodo di transizione da mafia rurale a quella che oggi definisco ‘ndrangheta 2.0. Gli anni ’70 del secolo scorso sono stati anni terribili e difficili per la Calabria, soprattutto per la provincia reggina. Gli anni dei morti, delle stragi, dei rapimenti. Poi, la nascita del porto di Gioia Tauro segna una svolta nel modo di gestione degli affari della ‘ndrangheta che diventa silente, ma letale, con ramificazioni e rapporti che arrivano anche ad alcune delle più alte cariche politiche. Iniziando ad investire e a guadagnare potere negli ambiti che contano».
Lo Stato si occupa abbastanza della lotta alla mafia?
«No, non abbastanza. Se oggi non esistesse una mentalità di giustizia e di contrasto, che arriva da noi, che siamo della scuola di Don Luigi Ciotti e troppo poco spesso dallo Stato, probabilmente le mafie ci avrebbero già sovrastato».
Rifarebbe il giornalista nonostante tutto quello che ha dovuto passare?
«Spesso mi si chiede perché nonostante tutto non vada via dalla mia terra, continuo a ripetere che non c’è una regione bella come la Calabria e che il mio lavoro qui ha un senso, in altri posti no. E poi se c’è qualcuno che deve andar via non sono i calabresi perbene, ma coloro che con le loro azioni abbruttiscono la mia regione. Questa è la mia terra non la loro. Quindi se mi chiede se rifarei il giornalista, la mia risposta non lascia alcun dubbio. Assolutamente sì».

