“U parrinu”, in scena nelle periferie milanesi Don Puglisi visto dagli occhi di un ragazzo 

“U parrinu”, in scena nelle periferie milanesi Don Puglisi visto dagli occhi di un ragazzo 

“Ciascuno cresce solo se sognato”, ha scritto Danilo Dolci, che dal centro della Sicilia costruiva una possibilità di futuro per i ragazzi. Perché accada, però, bisogna che qualcuno investa su di loro un’idea, un progetto o anche soltanto un’alternativa. È il caso del piccolo Christian di Domenico, che mentre i suoi genitori si stanno separando passa qualche giorno, insieme a suo fratello, nel campo scuola gestito da un prete amico della madre: don Pino Puglisi. Così, dalla Brianza alla Sicilia, due bambini si trovano scaraventati in un mondo misterioso eppure affascinante, tra ragazzi che gli somigliano ma raccontano, senza dirla, un’altra storia. Mentre il conflitto attraversa la loro famiglia, i due giovani trascorrono del tempo con chi sa costruire la pace, a partire dalle case, dalle singole esistenze. E, soprattutto, dai quartieri periferici, su cui nessuno è disposto a investire. 

Christian Di Domenico

Uragano di energia e ironia 

A Milano da 20 anni la compagnia Atir scommette sulle periferie e proprio per questo ha inserito a luglio, al parco di Chiesa Rossa – quartiere Stadera, Milano – all’interno della sua rassegna “La prima stella della sera”, la storia di “U parrinu”, don Pino Puglisi, sacerdote ucciso dalla mafia il giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, il 15 settembre 1993, raccontata per come lo hanno visto gli occhi del bambino di allora. Lo fa in una rassegna intitolata “L’arte della pace”, che nelle parole del parroco trova un esempio di pratica quotidiana: perché anche di questo è fatta l’antimafia: del “coraggio della speranza”, della volontà di mettere in gioco il proprio corpo, perché diceva il sacerdote: “chi ha troppa paura di muovere un passo rischia di trascorrere la vita su un piede solo”. Per come lo racconta uno dei suoi ragazzi, Puglisi era un uragano di energia e ironia, e per loro diventa padre putativo, amico, insegnante, confidente ed esempio. 

Riscrivere una mentalità 

Il parroco sa che per contrastare la mafia è necessario cominciare da piccoli, magari proprio attraverso il teatro, partendo da semplici gesti che scrivono un’altra mentalità. Così la pace tra due litiganti, o lo sradicamento di una mentalità prevaricatoria, ha la forma di un gesto di cura potente non solo nel suo valore di simbolo, come disinfettare una ferita; imparando cioè che “ogni punto dell’universo può essere il centro dell’universo”. E tuttavia, lo sa Don Pino e lo scoprono i suoi ragazzi. Fuori c’è un mondo che può tradire anche nelle forme che paiono più affidabili, e gli uomini di fede – lontano da don Pino – possono celare mostri che fanno divampare una rabbia che fa perdere a Christian fiducia anche in don Pino; il quale, nel frattempo, non smette di essere il “rompiscatole” che chiede per Palermo gesti di cura e di presenza dello Stato che trasformino in scuole luoghi di abbandono, degrado, violenza e combattimenti. 

Il “parroco del papa” 

Per i mafiosi è decisamente troppo pretendere i loro spazi. Lo è soprattutto quando sei stato trasferito alla parrocchia di San Gaetano, nel quartiere di Brancaccio, cioè sei diventato il “parroco del papa”, Michele Greco, il capo dei capi della mafia prima delle stragi, l’uomo al centro del maxiprocesso, che in una manciata di anni ha sulla coscienza e sulla fedina penale oltre 130 vittime. Ma servono spazi per un altro futuro, in un quartiere e in un mondo dove lo Stato non arriva e la mafia offre invece una soluzione senza alternativa. “Se non rubo, se non porto qualcosa a casa – dicono alcuni suoi ragazzi al sacerdote – i miei genitori mi scassano di mazzate”. Ma è con molti di loro che don Pino ce la fa, come con quegli spazi, gli scantinati di via Azon, che insieme al comitato di quartiere trasforma da incubo di sangue a festa: la lotta alla mafia ha, oggi come allora, la forma di questi gesti. Soprattutto quando, come in questo caso, gli spazi di un nuovo futuro stanno a poche centinaia di metri da casa dei fratelli Graviano, due delle menti (e le mani) dietro alle stragi del 1992. Proprio un anno dopo, il 23 maggio 1993, a un anno dalla strage di Capaci, il prete organizza una marcia sotto il balcone dei mafiosi. 

“Cosa potranno mai fare a un prete?” 

Un affronto imperdonabile: don Pino lo sa, ma rassicura chi è preoccupato. Come la mamma di Christian: cosa potranno mai fare a un prete? La risposta arriva una manciata di giorni più tardi: un agguato, sotto la porta di casa, e un colpo di pistola alla nuca, come un’esecuzione: a chiamarlo, perché il killer lo riconoscesse, è stato forse proprio uno dei suoi ragazzi, a cui tante volte aveva ripetuto che “chi usa la violenza perde la dignità di uomo”. Ma se don Pino Puglisi è morto – e lo spettacolo lo racconta senza fare sconti, è perché a ucciderlo non è stata soltanto la mano mafiosa che ha premuto il grilletto, ma la solitudine in cui il prete divertente e rompiscatole dell’infanzia dei bambini di Palermo è stato lasciato. 

Ucciso dal silenzio 

Don Pino Puglisi è morto quando la mafia ha capito che “u parrinu parla, e lo ascolta il silenzio”. È proprio il silenzio che Christian di Domenico ha voluto rompere con questo spettacolo emozionato e commovente, capace di essere lieve e straziante, dove è stato disposto a mettere a nudo verità terrificanti, le stesse che ha avuto bisogno di dire a sé stesso e alla famiglia, magari attraverso il teatro. Affrontando il buio personale e il senso di una sconfitta collettiva per poterne riemergere: recuperando una storia e una voce che viene da lontano, come quella di don Pino ritrovata dentro una segreteria telefonica. E sapendo, passando attraverso molti anni e quasi ottocento repliche, che quella voce ha lasciato un seme che deve ancora essere coltivato, giorno per giorno.