“Predatori”, il saggio che denuncia il machismo della mafia (e dell’antimafia) 

“Predatori”, il saggio che denuncia il machismo della mafia (e dell’antimafia) 

 La mafia non fa queste cose. La mafia non tocca donne e bambini. È uno dei luoghi comuni più radicati (ed efficaci) con cui le mafie hanno raccontato se stesse, fin dal momento in cui hanno ammesso la propria esistenza per bocca di Tommaso Buscetta, per allontanare da sé la morte del piccolo Giuseppe Di Matteo durante il Maxiprocesso di Palermo. È, però, probabilmente il più falso. Lo racconta Celeste Costantino, presidente della fondazione “Una Nessuna Centomila”, nel saggio “Predatori”, di recente uscita per Fandango Libri e presentato alla fiera romana “Più Libri Più Liberi” con la giudice Paola De Nicola Tagliavini.  

La prima smentita 

Costantino richiama la spietatezza dei numeri e la brutalità delle storie individuali che – anche dove non fanno sistema, fanno significato. Smentiscono una narrazione romantica della mafia del tempo che fu e dimostrano quanto radicato e radicale all’esistenza delle mafie stesse, sia il maschilismo e l’interpretazione machista della realtà di cui donne, bambini e membri della comunità Lgbtq+ sono le prime vittime. Un racconto di sé di cui la mafia ha bisogno per reggere una narrazione forte di se stessa, una retorica esasperata e poi rivendicata con l’orgoglio a cui si forzano ad abituarsi le vittime, in antitesi allo Stato che di quella stessa forte identità sta – pur faticosamente – imparando a fare a meno.  

Pedofilia e incesto, due pratiche diffuse 

Come infatti nota fin dall’introduzione il docente e sociologo Antonio Nicaso, nelle mafie i corpi di donne e bambini si fanno “sepolcri di tradizione”, rivestiti di una sacralità che “crolla sotto i colpi di una sessualità distorta e abusiva”, che su quel modello informa le generazioni a seguire. Giovani cresciuti in questo sistema, infatti, difficilmente sapranno emanciparsi anche da una narrazione e da un’interpretazione violenta. La rilettura di Costantino sull’abuso dei corpi muove dalla piega più aberrante e dolorosa da raccontare: l’abuso dei corpi dei più piccoli, anche all’interno della famiglia. Si tratta di un tabù che si rivela tanto abituale da essere atteso da molte come un dato inevitabile, in cui pratiche come pedofilia e incesto – che, a conferma della falsa retorica, non conoscono neppure differenze di genere – trovano la protezione del silenzio da parte delle stesse famiglie. Solo alcune madri coraggiose riescono a rompere il muro d’omertà dietro cui gli uomini di mafia vedono il corpo delle figlie come parte di una proprietà di cui abusare, e il sesso come strumento di controllo e regolazione dei rapporti di potere.  

Sesso e potere 

Come e più che all’esterno, infatti, dopo una violenza le vittime sono colpite da una condanna sociale senza appello. Inevitabile, quindi, che manchi ogni misura di reciprocità verso una figura, quella della donna, utilizzata come mascheramento del potere maschile, simulacro del sacrificio di sé in nome della procreazione della specie, ma sostanzialmente inesistente come individuo. Vale infatti ancor più nelle mafie la teoria per cui “tutto ha a che fare col sesso, tranne il sesso, che ha a che fare col potere”, e quindi come tale viene agito in uno squilibrio innanzitutto numerico. Lo stupro, che nella mentalità mafiosa ha valore di affermazione di possesso, o di punizione, è sempre un atto di gruppo, agito nello stesso modo a prescindere dall’età sia delle vittime che dei carnefici. Ci sono vari modi per vendicarsi attraverso il sesso, a iniziare dal revenge porn fino alla sempre più diffusa prassi di riprendere tutti gli atti di violenza per utilizzarla come strumento di ricatto, come accaduto sempre più spesso negli ultimi anni, da Anna Maria Scarfò a tante altre cui, per proteggere almeno il futuro, Costantino attribuisce nomi di fantasia.  

La doppia morale sulla prostituzione 

Nel saggio, ogni abuso compone una cruda rassegna di storie individuali, emblematiche da un lato ma utili, dall’altro, a restituire umanità a persone altrimenti cancellate nella loro stessa esistenza, come la piccola Fortuna Loffredo, violentata e uccisa al Parco Verde di Caivano. Per gli stessi motivi, quasi impossibili da contare sono, del resto, i casi di femminicidio. Oltre a essere una dolorosa e necessaria ricognizione, il lavoro di Costantino è una chiamata di responsabilità rivolta a chi le mafie le combatte ma anche a chi, con esse, condivide gli stessi vulnus. Se infatti le mafie sono maschiliste, lo è – ma non può più permettersi di esserlo – l’antimafia e lo Stato. La doppia morale delle mafie (e in misura diversa, di chi le combatte) si rende poi evidente anche sulla prostituzione, condannata in pubblico e allo stesso tempo essenziale strumento di guadagno sistemico, oggi sempre più appaltato a mafie di altre latitudini. Secondo quanto scritto nel libro di Costantino, la prostituzione ha un valore di 150 miliardi di euro l’anno, con 26mila donne vittime della tratta. Si denunciano anche tangenti da 300 euro al mese per l’uso dello spazio e perché le donne possano esercitare lontano dalle case dei boss. Il censimento di questo specifico fenomeno restituisce, nel saggio, la stessa ipocrisia perbenista che investe la società anche fuori dalle mafie, e su cui la loro doppia morale prospera. Se il disprezzo per l’uso del sesso e della violenza nelle mafie è condiviso, non è così per le prostitute, costrette a scontare uno statuto di esseri umani di seconda serie. 

Mafia e omosessualità 

Capitolo a parte merita la narrazione che le mafie riservano all’omosessualità e alla transessualità e alla “incompatibilità sostanziale” (così aveva parlato l’allora presidente di Arcigay) tra l’una e le altre. Sono perdonabili, nel codice mafioso, gli omicidi più efferati, ma non quelle considerate come deviazioni alla morale sessuale. Rifiutate come negazione di quell’immaginario virile che opprime le donne e che, agito da un uomo, ne negherebbe i presupposti, l’omosessualità è una delle colpe più imperdonabili per i mafiosi, per quanto sempre più intesa oggi con l’abitudine dei tempi: vizi privati e pubbliche virtù, abitando cioè la discrasia tipica di tutti gli ultimi secoli tra ciò che si agisce e quel che si è disposti a raccontare. Vale tuttavia, nelle mafie, ciò che vale all’esterno. Compresa la statistica secondo cui le persone omosessuali sarebbero, anche dentro alle mafie, un quinto del totale.  

Il machismo della mafia (e dell’antimafia) 

Ancor più netta la riprovazione verso le persone transessuali, al netto delle eccezioni garantite dal potere, come la libertà di cui può godere, almeno nominalmente, la figlia del capo camorrista Giuseppe Misso, brandita dal rivale Salvatore Giuliano come forma di delegittimazione. Anche sui membri della comunità Lgbtq+ la ricognizione e la lettura di Costantino è preziosa, anche a identificare quando e dove, soprattutto all’interno della camorra, i suoi membri si sono resi funzionali alle mafie. È utile però soprattutto nell’ottica dell’analisi di una ipocrisia che, tuttavia, riguarda anche chi le mafie le combatte: il maschilismo infatti non conosce latitudine, codice morale o orientamento politico. Maschilista è quindi anche l’antimafia. E del resto – secondo Costantino – “non potrebbe non esserlo”, perché “poggia la sua esperienza sulla autorevolezza di tutti gli uomini e pochissime donne” la cui liberazione, che sia arrivata per sé stesse o a tutela di una famiglia costruita sulla violenza, vale riconoscimento e sostegno di pari valore. Perché possano costruire un futuro emancipato dal potere della violenza, e magari scoprire, come Maria Stefanelli, insieme al nuovo orientamento, una nuova sé. 

Celeste Costantino