“Ammazzare stanca”, raccontare no: quando il mito della mafia non fa più paura 

“Ammazzare stanca”, raccontare no: quando il mito della mafia non fa più paura 

Come fare a raccontare un crimine ormai diventato mitologia nel tempo delle serie tv sulla malavita come genere a sé stante, del true crime come linguaggio narrativo? Come raccontare la mutazione radicale di un paradigma – come il radicamento delle mafie e della ‘ndrangheta in particolare, più al nord della provincia padana dei paesini che finiscono per “ate”, tra Milano, Varese e Como, che al sud da cui proverrebbe chi la compone? Le opzioni sono tante, e in tanti hanno sperimentato le alternative: c’è la narrazione ruvida scelta da The Good Mothers per raccontare – in quegli stessi luoghi – le donne di ‘ndrangheta. C’è il rovesciamento dell’ironia un po’ surreale con cui ha giocato, stavolta in Sicilia, il Bad Guy di Luigi Lo Cascio. Ma c’è anche una terza via, un po’ ibrida, finora preferita in particolare dai prodotti di finzione, che di quel contesto evocavano ambiente e sfumature ma anche, con una precisione fatta di colori saturati e acconciature, scene che somigliano esattamente a quello che ci si aspetta, perché ormai nell’immaginario lo conosciamo talmente bene da poterlo prevedere. Finora, questa era la lingua con cui avevano parlato soprattutto progetti di finzione, tra cui una serie che merita (come le precedenti) di essere recuperata, Bang Bang Baby, che aveva fatto una scelta che gioca con la macchietta, forse ne sorride, ma ammanta di toni da gomma da masticare una realtà senza infingimenti. E forse per questo funziona bene per raccontarla, la verità.  

Una scena del film “Ammazzare stanca”

Ammazzare stanca 

Vien da pensare sia questo il motivo per cui la si è scelta per raccontarne un pezzo, quella che arriva dalla voce di Antonio Zagari, killer di ‘ndrangheta e dal 1990 collaboratore di giustizia, al cinema col volto di Gabriel Montesi. L’impressione che lascia Ammazzare stanca, al cinema negli ultimi giorni del 2024, è senz’altro quella di uno scarto di registro più lieve per Daniele Vicari, che si era già occupato di mafie con l’elegante Prima che la notte, con Fabrizio Gifuni nelle vesti di Pippo Fava, ma che fin da Don’t clean up this blood sui fatti della scuola Diaz di Genova nel 2001, ci ha abituato a calare sul reale con atmosfere decisamente più cupe e figure più nettamente crudeli. Qui lo sono uno straordinario – e teatrale, nel senso più tridimensionale dell’interpretazione – capofamiglia con la voce stentorea e spietatamente flemmatica di Vinicio Marchioni, e poi un Rocco Papaleo nei panni crudeli del boss a dimostrare che forse meglio farebbe, l’attore lucano, a percorrere quanto più possibile la propria vena di attore drammatico.  

Raccontare la mafia che si evolve 

Gli altri personaggi, a cominciare dallo stesso Zagari-Montesi, sono giocati su un ritmo che pare decisamente più lieve anche quando, a ben guardare, raccontano fragilità umane del tutto verosimili, come il killer che vomita, incapace di controllarsi, dopo aver ucciso una vittima in pieno giorno come dentro un videogioco sparatutto, o il disorientamento del giovane rampollo affiliato per essere carne da macello quando scopre che la fedeltà alla legge della ‘ndrangheta gli impone il sacrificio del suo migliore amico. Del resto, il film di Vicari si poneva non pochi obiettivi ambiziosi: raccontare la ‘ndrangheta in cambiamento – già allora, e dunque anche il nostro ritardo nell’accorgercene, e parlarne ancora oggi con una certa sorpresa – e farlo tornando all’epoca delle targhe col nome delle città e delle Fiat 128, che già nel 1978 Giorgio Gaber usava come metonimia dei “reduci”. Identificare il primo sfaldarsi di un processo identitario in cui i padri sono ancora visceralmente legati alla Calabria ma i figli parlano con un calcatissimo milanese, affamati di denaro purchessia più che di ogni falsamente brandito codice d’onore. L’epoca dell’emersione della droga come veicolo per più denaro e più potere che gli stessi ‘ndranghetisti, coi loro rituali, e nel loro imporre ai figli di non comprare macchine costose per non dare nell’occhio, non avrebbero mai visto e non sarebbero, comunque, disposti ad accettarne. 

L’autobiografia di un assassino 

Ed in effetti c’è tutto questo, nel film prodotto da Mompracem e Rai Cinema, che tuttavia sembra essere più vicino all’immaginario della maggioranza dei suoi produttori, i Manetti Bros, che a quello dell’altro, Pier Giorgio Bellocchio. C’è un tentativo di raccontare in modo originale una storia che non deve rischiare di sembrare già sentita, nella sua pragmatica evoluzione tradimento-latitanza-collaborazione. Non deve rendere affascinanti i mafiosi, nella loro miseria, nelle morti e nelle vite da tragica operetta. E ci riesce, trovando anche lo spazio per suggerire il raccontare di sé – e del resto, questo film vuole essere l’autobiografia di un assassino – come sola strada possibile per liberarsi dall’humus inevitabile in cui un contesto mafioso o ‘ndranghetista coltiva i propri eredi. E ne fa – insieme alle musiche originali di Teho Tehardo, un film da vedere, sia per le sue scelte sceniche che per ricordarsi, ancora – e ancora occorre – come ricorda lo stesso killer in una elegante scena iniziale percorsa da una ferita di lava, che segna vicinanza e al contempo radicale alterità tra lavoratore e mafioso, boss e tirapiedi – che se “uccidere in gergo mafioso calabrese si dice astutare, spegnere”, abbiamo ancora e più che mai bisogno di sperimentare linguaggi nuovi per educare la coscienza all’antimafia, e a riconoscere, delle mafie, vecchie e nuove mutazioni. 

Daniele Vicari