Il 15 settembre 2026, Giuseppe “Pippo” Fava, giornalista ed eroe antimafia, avrebbe compiuto 101 anni. Quale momento migliore per recuperare – anche in streaming – il documentario che La7 gli ha dedicato: “L’ultima fila. Storia di Pippo Fava”, scritto e diretto da Emanuela Ranucci e Maria Carla Virzì. Lo si osserva attraverso una suggestione che si rivela una postura, tanto artistica quanto esistenziale, e per questo prende lo spazio di un titolo che è anche un luogo fisico e insieme simbolico: quella sera del 5 gennaio 1984, mentre fuori dal teatro Stabile di Catania cinque colpi di pistola alla nuca spegnevano la voce del giornalista. Dentro c’era una bambina di sei anni che cercava lo sguardo del nonno, mentre entrava sul palcoscenico per recitare in “Pensaci, Giacomino!” di Pirandello. Quella bambina era Francesca Andreozzi, oggi presidente della fondazione Fava, figlia di Elena, primogenita del giornalista siciliano. Suo quello sguardo di bambina che oggi ritorna con la lucidità di chi ha fatto sua un’eredità di due generazioni, sua è la voce narrante del film, insieme alle testimonianze di chi quella stagione l’ha vissuta da vicino: colleghi, avvocati, magistrati.
Distorcere, depistare
Il riferimento al teatro non è soltanto un’evocazione romantica. Proprio il nonno, racconta Francesca, glielo suggeriva come punto di osservazione non solo sulla scena, ma sul mondo. Infatti: “Dalle ultime file si vedono due spettacoli, palco e platea”. Quello che si vuole che si osservi, è la vita vera di chi sta condividendo l’esperienza. Così fuori da quelle mura, ogni giorno. Da una parte la finzione dei maestri del teatro, dall’altra la messa in scena spietata di un potere che non ammette ribellioni. Fava non sfugge alla prassi delle vittime di mafia. Colpito alle 21.30 del 5 gennaio 1984, proprio mentre sta andando al teatro Verga a prendere Francesca, viene ridotto, nei giorni successivi, a un caso di cronaca nera più che a un fatto politico: il sindaco, al funerale, arriva persino a negarne l’omicidio mafioso, mentre il quotidiano “La Sicilia” comincia a costruire un depistaggio fatto di insinuazioni.
I ragazzi di Fava
Solo la solidarietà spontanea dei ragazzi, quelli a cui Fava aveva parlato di libertà e di lotta, sembra andare in controtendenza rispetto a questa narrazione tossica. Sono i suoi ragazzi della redazione dei Siciliani, e quei pochi che gli erano rimasti accanto fondando con lui un giornale avendo solo due rotative di seconda mano, quando l’editore lo aveva lasciato senza lavoro nella redazione precedente, quella del Giornale del Sud, per averne identificato i proprietari nel manipolo di potenti collusi con la mafia.
Le voci che di Fava tracciano il ritratto, però si incontrano su un punto che resta il cuore della memoria di Fava: “Una persona non un simbolo”, un uomo coraggioso e devoto alla funzione dell’inchiesta e a una generazione forgiata consumando le scarpe nelle inchieste, molto prima ancora di essere un martire da commemorare.
Un’etica quotidiana
I suoi ragazzi. Giornalisti alle prime armi, a volte improvvisati, che ha trasformato in cronisti, e tutti i giovani che sono rimasti, sempre, i suoi primi interlocutori. Tra i materiali d’archivio più toccanti restituiti dal film c’è, infatti, la voce di Fava che il 5 gennaio dell’84 — lo stesso giorno della sua morte — parla ai ragazzi di un liceo, definendo la mafia “la bestia contro cui dovrete lottare tutta la vita” e legando la scelta di stare con o contro di essa alla gestione della ricchezza, della salute, dello sviluppo della scuola, ma anche allo scoppio della guerra o al ritorno della pace. Non è un discorso astratto: è la costruzione di un’etica quotidiana, in cui “se la libertà ha a che fare con il valore della dignità voi dovete lottare”. È lo stesso Fava, nella ricostruzione del documentario, e dunque nell’eredità che esso consegna, a insegnare ai ragazzi come essere liberi, trasformando – volendolo leggere col senno del poi, il lutto in energia civile. Un dolore da trasformare in rabbia, la rabbia da intendere come impegno.
Scomodo per vocazione
Il film ricostruisce anche il percorso professionale che porta Fava a diventare, prima ancora che bersaglio, un intellettuale “scomodo” per vocazione: “Scomodo? Scomodi devono essere gli altri”, ribatteva a chi gli chiedeva conto della sua scelta. Quando l’editoriale in cui chiama in causa i suoi stessi editori gli costa il posto, ne trae la conferma di quanto siano centrali, nel giornalismo, lo spirito critico e la verità. “Dove c’è verità ci può essere giustizia”, e ai giornalisti sta segnarne il perimetro. Non soltanto una frase, ma un principio pagato a caro prezzo. Da lì, nell’83, i suoi ragazzi lo seguiranno. Da quella lealtà nasce il gruppo dei “Siciliani”, raccontato nel documentario dalle testimonianze dei giornalisti Michele Gambino e Antonio Roccuzzo: gli unici, si dice nel film richiamando Orwell, a dire quello che non si vuole sentir dire, in una Catania danarosa e permeata dalla mafia, che si infiltra ovunque ci siano denari da riciclare, una fetta di quel sistema di cui tutti siamo complici.
“Una sola mafia, non una buona e una cattiva”
Per capire in quale misura, vale la pena rievocare proprio quella pagina, sui cosiddetti “cavalieri del lavoro” catanesi, imprenditori legati a doppio filo con la mafia, illuminando l’apocalisse mafiosa che Fava per primo, coi suoi ragazzi, osa raccontare. Perché netta e senza sconti: “Una sola mafia, non una buona e una cattiva”. Nel documentario prende voce anche l’avvocata Adriana Laudani, parte civile nel processo contro i Nitto Santapaola e il suo gruppo di fuoco, riconosciuti assassini di Fava. Il giornale, spiega, è l’antefatto del delitto, la ragione stessa per cui quella voce andava fatta tacere. Ci vogliono nove anni per arrivare a un processo, e altri dieci per una verità giudiziaria contro Santapaola ed Ercolano: una battaglia lunga, umiliante, punteggiata da depistaggi e complicità istituzionali — dal capo della squadra mobile che andava a caccia con lo stesso Santapaola, ai certificati antimafia retrodatati grazie a scappatoie, fino agli incontri riservati in uno scantinato di Sant’Agata Li Battiati, luogo che il film restituisce come simbolo di una borghesia mafiosa fatta di medici e commercialisti capaci di spostare voti. Il film richiama, in controluce, anche il dolore e la rabbia di Giovanni Falcone di fronte a un establishment che preferiva negare la natura politica e imprenditoriale della mafia.
Siamo vivi ed è bellissimo
“L’ultima fila” non si ferma al passato: attraverso lo sguardo del procuratore capo di Palermo Maurizio De Lucia, il documentario collega l’intuizione di Fava — la mafia dei colletti bianchi — all’attualità più stringente. Ma il momento più intimo resta quello della nipote Francesca, che si interroga ancora oggi su cosa penserebbe suo nonno. Pensando a lui, si domanda: “Cosa direbbe lui. E poi gli chiederei se è orgoglioso di me”. Sono poetiche e piene di una sincerità quasi commuovente le parole su cui si chiude il documentario, che pur sapendo quanto la guerra alla mafia – soprattutto quella che non si sporca le mani uccidendo per strada – sia lontana dal finire, si consente con il tono di chi ragazzo, dentro, rimane, e traccia un bilancio collettivo, più che personale: “Siamo vivi ed è bellissimo”.

