Dove i clan non sparano ma investono: il capitale mafioso entra nei mercati del Nord 

Dove i clan non sparano ma investono: il capitale mafioso entra nei mercati del Nord 

C’è un’immagine che per decenni ha rassicurato l’opinione pubblica del Centro-Nord: la mafia come fenomeno di importazione, un corpo estraneo riconoscibile per i suoi segni — intimidazione, violenza, controllo visibile del territorio. “Il capitale dei clan nel Nord Italia. Come criminalità organizzata, riciclaggio e area grigia trasformano i mercati più ricchi del Paese”, il saggio di Dario Selmondi, disponibile su Amazon, smonta questa rassicurazione spostando lo sguardo dal territorio al denaro: non dove la mafia si mostra, ma dove il suo capitale riesce a diventare relazione, patrimonio e potere di mercato. Selmondi è netto nel respingere ogni scorciatoia interpretativa: le regioni ricche non sono complici, sono semplicemente più dense di occasioni. “Seguire il denaro cambia inevitabilmente il modo di guardare il fenomeno mafioso. La violenza rimane parte della sua natura storica e criminale, ma il potere economico può utilizzare strumenti molto più ordinari”. È il cambio di paradigma su cui si regge l’intero libro: il capitale criminale si appoggia sulle stesse infrastrutture — imprese, appalti, professionisti — che fanno funzionare l’economia legale, senza renderla complice. 

“Lombardia” 

Il libro ricostruisce – in capitoli che analizzano, con la puntualità dell’esperto, ogni aspetto del sistema economico, come, per decenni, l’immagine dominante del potere mafioso sia stata quella del controllo visibile e della capacità di imporre comportamenti con la forza. Oggi, però, mostrarsi può essere meno vantaggioso che essere accettati come interlocutori economici apparentemente ordinari: una relazione economica stabile può rendere più di una minaccia ripetuta. Non a caso Selmondi restituisce l’esistenza documentata, in Lombardia, di un organismo di coordinamento della ‘ndrangheta chiamato semplicemente “Lombardia”, che si occupa ormai precipuamente degli affari delle cosche calabresi nelle loro articolazioni economiche.  

Il patrimonio 

Al centro del saggio c’è il tentativo di identificare le forme della cosiddetta “area grigia”, la zona relazionale tra sfera legale e illegale in cui imprenditori collusi, funzionari infedeli e professionisti facilitatori mettono le proprie competenze a disposizione di interessi mafiosi senza necessariamente farne parte. È qui che il capitale, una volta entrato nel circuito legale, smette di essere solo ricchezza accumulata e cambia funzione, qui la mafia ha cambiato le sue priorità. Infatti, “Seguendo il capitale si vede soprattutto un cambiamento di forma”: come il denaro diventa patrimonio, il patrimonio diventa presenza economica durevole, capace di sopravvivere molto più a lungo del profitto criminale che l’ha generato, con la stessa mutevolezza le mafie si sono ormai trasformate – e lo studio di Selmondi lo dimostra – in un organismo economico, da leggersi con quei codici. 

Il vantaggio competitivo 

Una delle analisi più utili del libro riguarda la vulnerabilità delle imprese in difficoltà finanziaria: non sono predisposte all’illegalità, sono semplicemente sotto pressione. Quando un’offerta di liquidità immediata arriva nel momento in cui la capacità di dire no è più debole, il capitale — anche di origine criminale — acquista un valore superiore alla cifra nominale, e da lì nasce una dipendenza che sopravvive alla crisi che l’ha originata. Il vantaggio competitivo che ne deriva, ricorda Selmondi, non nasce dalla bravura dell’impresa, ma dalla diversa natura delle risorse che ne sostengono la permanenza — distorcendo, nel tempo, la crescita economica dei territori più esposti. 

I settori più esposti 

Il libro dedica ampio spazio ai settori più esposti: gli appalti pubblici, dove la lunghezza della catena dei subappalti rende difficile conoscere tutti gli operatori coinvolti; la logistica, nodo capace di mettere in contatto molte imprese; l’edilizia, che offre al capitale criminale la possibilità di trasformare denaro in patrimonio capace di accrescersi nel tempo. Sono strumenti perfettamente ordinari — ed è proprio questa normalità a renderli difficili da riconoscere. A dare concretezza all’analisi ci sono abbondanti ricorsi ai dati, a cominciare da quelli patrimoniali: se si parla di immobili alla fine del 2024 risultavano complessivamente destinati all’uso di realtà del terzo settore a seguito di confisca a famiglie mafiose 26.427 beni immobili in Italia, di cui 2.186 in Lombardia, 436 in Piemonte e 366 in Emilia-Romagna — cifre che non misurano la ricchezza criminale esistente, ma raccontano quanto il contrasto patrimoniale abbia già raggiunto anche i territori più sviluppati del Paese.  

La prevenzione 

Sul fronte della prevenzione, il libro valorizza gli strumenti che riducono lo spazio dell’opacità — dalle white list prefettizie ai protocolli tra prefetture e Confindustria attivi a Milano, Torino, Bologna e Reggio Emilia, fino a quello sulla logistica firmato a Milano nel luglio 2024 — perché “più il metodo è rigoroso, più diventa difficile per una rete criminale confondersi dietro una massa indiscriminata di sospetti rivolti contro tutti”. È forse questo il passaggio più importante del saggio: riconoscere che la legalità non è un dovere etico astratto, ma una condizione strutturale del mercato. “La legalità funziona anche così. Non è soltanto rispetto morale della norma. È un’infrastruttura invisibile che permette a capitali e imprese di incontrarsi senza dover incorporare continuamente il rischio di intimidazioni, corruzione o concorrenza falsata”. In fondo, sintetizza Selmondi, “la legalità è una condizione economica”. 

Imprese e mercati solidi 

Il libro si chiude senza cedere né all’allarmismo né alla rassicurazione, ma con un richiamo alla responsabilità: “seguire il denaro diventa una lente civile”, capace di restituire la complessità del fenomeno senza trasformarlo in un’entità onnipotente. Una responsabilità che, per Selmondi, non riguarda solo la magistratura: “La protezione dell’economia non appartiene soltanto alla magistratura o alle forze investigative. Dipende dalla qualità dei mercati e dalla solidità delle imprese, poi dalla capacità delle istituzioni di rendere leggibili proprietà e filiere”. Ed è forse questa la lezione più utile del libro: “Il modo più utile di raccontare le mafie economiche non è renderle onnipotenti. È mostrare dove trovano occasioni e dove incontrano resistenze”.