“Da che parte stai? Tutti sono chiamati a scegliere” non è un semplice fumetto. È un racconto tratto dalla storia di Pietro Grasso, testimone diretto di alcuni degli avvenimenti che più di altri hanno segnato la storia italiana degli ultimi quarant’anni: giudice del Maxiprocesso, quello contro cosa nostra durato dal 10 febbraio 1986 al 16 dicembre 1987, procuratore nazionale antimafia dal 2005 al 2012, presidente del Senato dal 2013 al 2018 e attualmente presidente della fondazione “Scintille di futuro”. Tra le tante vicende che vengono raccontate nel libro c’è quella di Giovanni Brusca, spietato boss mafioso scarcerato il 31 maggio 2025 per effetto della legge sui collaboratori di giustizia voluta da Giovanni Falcone. Tra la rabbia e il dolore dei familiari delle vittime di mafia, Grasso è stato uno dei pochi a difendere gli effetti di una legge che mai era stata messa tanto in discussione. Oltre all’obiettività del magistrato, che il presidente emerito del Senato ha rivendicato, c’è stata la comprensione del dolore da parte di chi, come lui, ha visto libero l’uomo che ha progettato il rapimento di suo figlio.
Perché è tornato in libreria con un fumetto?
«Il fumetto è lo strumento migliore per raggiungere i ragazzi, perché unisce le immagini alle parole, le emozioni alla riflessione. Ci siamo chiesti come andare incontro ai giovani, e per farlo ancora meglio abbiamo scelto di rendere protagonista del racconto un ragazzo di quattordici anni, l’età che aveva mio figlio quando sono stato ordinato giudice del Maxiprocesso».
Perché lo sguardo di un ragazzo è un valore aggiunto al racconto?
«Secondo me ha restituito freschezza, umanità e concretezza al lavoro. Questo perché il protagonista è un ragazzo come tanti, che si veste con una tuta da ginnastica e che porta sotto il braccio un pallone. Dopo tante lotte in famiglia aveva ottenuto il motorino e poi si è trovato a vedere sparire il padre, che passava tutto il giorno a lavorare in un’aula bunker e tornava a casa solo a tarda sera, circondato da tensioni, paura e uomini con il mitra in mano. Sarà poi chiamato a fare una scelta tra la legalità e l’illegalità».
Quali vicende affronta nel libro?
«Iniziamo dalla storia di Giuseppe Letizia, piccolo testimone oculare dell’omicidio di Placido Rizzotto, un sindacalista che difendeva i diritti degli agricoltori a Corleone. Poi vengono raccontate molte altre vicende drammatiche che hanno segnato la storia d’Italia, come ad esempio l’omicidio di Piersanti Mattarella (presidente della Regione Sicilia dal 1978 al 1980, ndr), il Maxiprocesso e si arriva fino al periodo delle stragi (quelle che la mafia ha compiuto tra il 1992 e il 1993, ndr)».
Viene messo al centro anche il tema della famiglia. Quanto è stata importante per lei?
«È stata importantissima, abbiamo condiviso ogni scelta. Senza il sostegno di mia moglie non avrei potuto fare quello che ho fatto. Abbiamo cominciato ad avere minacce, telefonate, delegittimazioni, cose che le avevo anche anticipato quando le ho detto come sarebbe cambiata la nostra vita. In quegli anni c’era un brutto clima a Palermo: c’erano stati gli omicidi di Salvatore Giuliano, Cesare Terranova, Rocco Chinnici, Emanuele Basile. È stato fondamentale anche il supporto di mio figlio, che ha rinunciato a tutto quello che prima facevamo insieme: tennis, calcio, sciate».
Nel libro racconta le vicende di Giovanni Brusca. Ancora è convinto che sia stato giusto liberarlo?
«Ho provato rabbia in un primo momento quando ho saputo della sua liberazione, sono sentimenti umani. Chi può capirlo meglio di me, che ho ascoltato chi ha progettato di rapire mio figlio? Ma bisogna affrontare la questione in maniera pragmatica, come faceva Giovanni Falcone, e riconoscere che è una vittoria dello Stato. La collaborazione ha portato a scoprire depositi di armi, esplosivi, ha interrotto il traffico degli stupefacenti. È quindi uno strumento utile per la lotta contro la mafia. Mi preoccupa invece chi potrebbe uscire dal carcere senza la collaborazione».
Come potrebbe accadere?
«Purtroppo oggi, con una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo e della nostra Corte costituzionale, c’è la possibilità di dare a chiunque dei benefici e dei permessi premio, non solo ai collaboratori di giustizia».
Questa strana liberazione come la racconterà ai ragazzi che incontra nelle scuole?
«Spiegherò che è l’unico modo per avere prove contro la mafia, che è un’organizzazione segreta e per sconfiggerla c’è bisogno di rompere il muro di omertà. Con la mia fondazione “Scintille di futuro” mettiamo proprio al centro i ragazzi, con loro non parliamo solo di mafia, ma anche di come formare dei cittadini responsabili. Siamo molto impegnati sotto questo aspetto».
Qual è l’obiettivo della fondazione?
«Incontriamo i ragazzi nelle scuole, ma anche nelle università, pubblichiamo volumi tematici: invito tutti a visitare il nostro sito scintilledifuturo.it. Vogliamo diffondere un’etica della consapevolezza anche nelle pubbliche amministrazioni, potendo creare così una generazione di amministratori responsabili».
Cosa dice invece a chi non crede nella lotta alla mafia?
«Mi attengo a quello che diceva Falcone: la mafia è un fenomeno umano e in quanto tale può essere sconfitta. È importante togliere il consenso che viene dalle persone esterne. È un fenomeno che entra nel sociale, nell’economia, che cerca in tutti i modi di partecipare alla gestione del potere. Non dando il consenso a questo potere la mafia si isola e a quel punto si può combattere con gli strumenti che ha la magistratura».
Come si toglie questo consenso?
«Basta partire dal rifiuto delle piccole illegalità. Si parte dal rispetto per gli altri, dei generi, dell’ambiente, essere giusti e solidali. Sono tutti concetti da difendere, perché la mafia annienta questi diritti».
Ad oggi la politica come dovrebbe combattere questa mafia sempre nuova?
«Pensi che gli omicidi di mafia sono calati del 72%. Questo porta molti a pensare che la mafia non sia più quel pericolo incombente e visibile che è stato combattuto fino a qualche anno fa. Ora è più subdola, invisibile, ma non meno pericolosa. Essendo la criminalità organizzata la privazione di libertà, di uguaglianza e di qualsiasi elementare diritto del cittadino, ogni partito politico dovrebbe avere nel suo programma la lotta a chi viola questi diritti».

