Il locale di via del Martin Pescatore 4, all’Infernetto, ha riaperto le serrande in una veste completamente nuova, trasformando un bene comunale da anni inutilizzato in una accademia di formazione per giovani, con l’obiettivo di prepararli alla futura gestione di beni confiscati alla criminalità. Il progetto che si chiama Management Antimafia ed è promosso dall’associazione #Noi Antimafia, punta a unire educazione, legalità e imprenditorialità etica. Tuttavia, non appena ha aperto i battenti, Ohana è finito nel mirino di una campagna di critiche su Facebook, sollevando dubbi sulla sua legittimità. Tra i principali contestatori: un utente attivo nei gruppi locali “Infernetto e dintorni” e “Ostia, Casalpalocco, Axa, Acilia, Dragona e dintorni”, e la pagina di un blog con un migliaio di iscritti di un sedicente cronista non iscritto all’Albo dei giornalisti.
Origine del locale: “non è un bene confiscato”
La prima accusa riguarda l’origine del bistrot antimafia. I detrattori sostengono che i promotori di Ohana hanno spacciato il locale per un “bene confiscato” alla mafia, sebbene in realtà non lo sia.
«Non abbiamo mai detto né scritto da nessuna parte che quel bene è stato tolto alla mafia o che appartenesse a una famiglia mafiosa – dichiara Lorenzo Coluzzi, presidente della sezione Giovani di #Noi Antimafia ODV – e quando abbiamo chiesto sui social di dimostrarci dove lo avessimo scritto ci sono stati mostrati post di altri utenti che lo avevano scritto, ma mai uno che portasse la nostra firma o quella di Federica Angeli». La stessa Angeli ha precisato: «Ohana non era un locale della mafia, ma un bene del Comune». La concessione dello spazio è avvenuta tramite regolare bando pubblico, concluso a fine 2023.
Dal bando alla concessione: la nascita di Ohana
Come dimostrano gli atti, l’assegnazione dell’immobile è avvenuta secondo la Delibera Capitolina n. 104/2022, atto formale che disciplina l’affidamento dei beni del Comune di Roma a enti del Terzo Settore per finalità sociali e culturali. Tutto è iniziato nel maggio 2023, quando il presidente di #Noi, Massimo Coluzzi, ha inviato una manifestazione d’interesse al Dipartimento Valorizzazione del Patrimonio e Politiche Abitative del Comune di Roma. Il bando, pubblicato a novembre, ha inizialmente registrato un’unica candidatura, proprio dall’associazione #Noi. Al termine della scadenza, il 27 dicembre 2023 il Comune ha prorogato i termini di 30 giorni per garantire maggiore trasparenza, ricevendo altre quattro domande. Tra i progetti oltre al Management Antimafia dell’associazione #Noi, un punto informativo per escursioni nella pineta di Castel Fusano, proposto da una cooperativa di associazioni ambientaliste e un progetto sui disturbi alimentari, promosso da un’associazione del quartiere Spinaceto. Tutti i progetti prevedevano la presenza di un punto ristoro all’interno locale, cosa appunto permessa dalla legge che regola il terzo settore e dal bando stesso. Una candidatura è stata esclusa per finalità non compatibili: non si trattava infatti di un ente del terzo settore ma di una impresa.
L’assegnazione del bene
Le restanti tre sono state valutate in seduta pubblica secondo criteri oggettivi e qualitativi. Quelli oggettivi riguardavano parametri come presenza di quote rosa all’interno dell’associazione, di persone con disabilità, fedine penali immacolate etc. Tra i criteri qualitativi vi era appunto il giudizio sulla bontà del progetto da parte dei pubblici selezionati che componevano la Commissione giudicante.
A ottobre 2024 – a un anno, dunque, dalla pubblicazione dell’avviso pubblico – è stata pubblicata la graduatoria provvisoria: il Comune ha proposto una gestione condivisa, ma due delle tre associazioni hanno rifiutato per mantenere l’autonomia dei rispettivi progetti. A dicembre, con Determinazione Dirigenziale QF/4886/2024, l’immobile è stato formalmente assegnato a #Noi ODV, prima classificata nella graduatoria. Il contratto prevede un canone agevolato per i soggetti del Terzo Settore, con l’obbligo di reinvestire eventuali utili nel miglioramento del bene. L’utente e il blogger hanno interpretato questa formula come un privilegio opaco. In realtà, si tratta di una scelta amministrativa orientata a promuovere l’uso sociale del patrimonio pubblico, con un ritorno in termini di legalità diffusa, partecipazione giovanile e inclusione.
Gestione e costi del bistrot antimafia nel mirino
La seconda linea di attacco ha preso di mira la gestione del progetto, sollevando dubbi sulla preparazione dei giovani e sulla sostenibilità economica. «Con 144 ore di corso potete gestire un pollaio di galline malate», ha scritto l’utente Fb in uno dei gruppi locali. Il direttivo giovani di #Noi ha replicato: «Ohana non è un semplice bar: è un’accademia di legalità, dove si impara facendo».
È emersa anche la questione degli scontrini, con alcuni commentatori che hanno insinuato un fine di lucro incompatibile con la natura sociale del progetto. Angeli ha chiarito: «Essendo un’Organizzazione di Volontariato, potremmo rilasciare semplici ricevute timbrate. Ma dopo un confronto con il commercialista, abbiamo attivato la partita Iva. Vogliamo garantire tracciabilità, pagare le tasse e, soprattutto, insegnare ai ragazzi l’uso della cassa e il valore dello scontrino. Non era dovuto e immagino se non l’avessimo fatto le critiche. Abbiamo deciso di farlo e le critiche sono comunque arrivate», sorride con uno sguardo di disarmante tranquillità. Il progetto, ha ribadito l’associazione, è no-profit: i ricavi coprono spese vive e attività formative. Prima dell’apertura, sono stati investiti circa 35.000 euro per sanare abusi edilizi: «Abbiamo pagato di tasca nostra – ha dichiarato il presidente dell’associazione Massimo Coluzzi – per rimettere a nuovo, secondo legalità, un locale distrutto con abusi, impianti elettrici e idraulici vecchi e non a norma, muri scrostati e soffitti che cadevano a pezzi. Nessuno ci ha regalato nulla». Infine, ha precisato che ogni entrata, oltre le spese di gestione, viene reinvestita per migliorare il bene comunale, come previsto dall’accordo con il Comune di Roma.
Contesa sugli arredi confiscati e legami con la criminalità organizzata
La terza inutile polemica si è innescata a seguito della comunicazione da parte dell’associazione #Noi, dell’utilizzo – presso il bistrot Ohana – di arredi provenienti da beni confiscati alla criminalità organizzata. Alcuni oppositori, tra cui esponenti politici del Municipio X legati a Forza Italia, hanno contestato la legittimità di tale assegnazione, sostenendo che la struttura “Anema e Core”, da cui provengono tavoli, sedie e pensili della cucina, non fosse un bene mafioso ma fosse stato oggetto solo di un sequestro per abusi edilizi. Tali affermazioni hanno portato alla richiesta di una Commissione di giustizia e trasparenza, finalizzata a fare luce su questi aspetti. Tuttavia, le ricostruzioni ufficiali indicano che “Anema e Core” è stato gestito per conto dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata tramite l’amministratore giudiziario Domenico Pezzuto e l’imprenditore Pierluigi Civita tra il 2014 e il 2024. La società originaria, infatti, faceva capo a Mauro Balini, imprenditore al centro di diverse inchieste che ne hanno evidenziato rapporti con ambienti criminali ostiensi: dalle relazioni con i Fasciani, gli Spada e Cleto Di Maria – quest’ultimo condannato per narcotraffico internazionale – fino al sostegno economico alla moglie di un noto pregiudicato detenuto.
Tavoli e librerie dell’Anbsc
Gli arredi utilizzati da Ohana – come specificato dal direttivo giovani dell’associazione – provengono in parte anche da altri sequestri legati alla criminalità organizzata, tra cui una libreria, una madia, un attaccapanni e lettini provenienti da immobili riconducibili ovvero dallo stabilimento Village gestito dal clan Fasciani. L’intero trasferimento è stato effettuato in maniera regolare, sulla base di un contratto stipulato con il Ministero dell’Interno e autorizzato dall’Agenzia Nazionale per i beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata.
Gli attacchi a Angeli
Le critiche rivolte a Ohana non si sono limitate alla gestione del locale, ma hanno presto assunto un tono personale, investendo direttamente Federica Angeli, giornalista dal 2013 sotto scorta a causa delle minacce ricevute dalla mafia di Ostia dopo le sue inchieste. E il dubbio che fosse dal principio questo il motivo del vero attacco è sorto. Il suo doppio ruolo – giornalista impegnata contro le mafie e presidente onoraria di #Noi – ha conferito alla vicenda ulteriori implicazioni giuridiche. In risposta agli attacchi personali derivanti da tale vicenda, Federica Angeli ha denunciato i due utenti che hanno trasformato le loro critiche in calunnie per vari reati: diffamazione, molestie e stalking scegliendo però – interpellata – di non rilasciare ulteriori dichiarazioni pubbliche, rimandando ogni valutazione alla magistratura. L’avvocato di Angeli, Mariapaola Marro, ha confermato il deposito di una querela: «Si tratta di contenuti che travalicano il diritto di critica – chiarisce il legale – e sfociano in vere e proprie accuse infondate, formulate con il solo scopo di screditare». I post pubblicati su Facebook sono stati inoltre definiti “a mezzo di pubblicità”, aggravante rilevante in sede giuridica. La responsabilità penale è personale, ma l’associazione può essere parte lesa in sede civile: in questo caso, le persone offese sono sia Angeli sia l’associazione #Noi. Dopo la denuncia, si attendono le valutazioni della magistratura: «Esistono misure tutelanti che possono essere richieste anche in via cautelare, ma rimaniamo in attesa che chi di competenza faccia ciò che va fatto». Il legale ha anche segnalato la presenza fisica di uno dei due denunciati nei pressi del locale, con un atteggiamento descritto come persecutorio: «Non si tratta solo di critiche costruttive – aggiunge – ma di un accanimento privo di basi concrete, animato solo dal desiderio di accusare. Il diritto di critica è garantito, ma non può mai degenerare in un reato. Qui si è superato il limite. È giusto che chi ha compiuto certi atti ne risponda nelle sedi opportune», conclude l’avvocato.
Un caso di accanimento mediatico su base ideologica?
A oltre due mesi dall’inaugurazione, il caso Ohana appare sempre più come il bersaglio di un accanimento mediatico di matrice ideologica, piuttosto che il frutto di reali irregolarità ad oggi mai emerse. Le critiche, spesso concentrate su aspetti pretestuosi o su attacchi personali, sembrano riflettere tensioni e contrapposizioni radicate nel tessuto sociale del territorio di Ostia-Infernetto. Nonostante il clima polemico, il progetto sta consolidando la sua presenza come esempio concreto di legalità e rigenerazione sociale. I giovani coinvolti proseguono il loro percorso formativo, contribuendo alla rinascita di un bene comune attraverso un’attività ispirata a valori civici e trasparenza. Ohana, al di là delle controversie online, si sta affermando come un luogo reale di aggregazione e impegno, dove la parola “antimafia” trova una declinazione quotidiana e concreta. L’auspicio, condiviso da molti, è che si torni a valutare il progetto per i suoi risultati e per le opportunità offerte ai ragazzi, lasciando alle spalle le polemiche ideologiche.


