Oriana Fallaci, vent’anni dopo: perché continua a dividere e affascinare 

Oriana Fallaci, vent’anni dopo: perché continua a dividere e affascinare 

Dal 29 giugno 2006 sono passati venti anni. Oriana Fallaci, la giornalista italiana più famosa del XX secolo, si spense nel letto della sua casa di Firenze, la città che aveva tanto amato e dove aveva scelto di passare i suoi ultimi giorni. Eppure, nonostante di lei si sia detto e scritto molto, dopo così tanto tempo si sente il bisogno di continuare a raccontare di una delle figure più complesse della storia del giornalismo italiano. «Il modo migliore per ricordarla è non inginocchiarsi al conformismo del nostro tempo» ha detto Giuseppe Benedetto, presidente della fondazione Luigi Einaudi, durante l’evento “Una donna: il dovere della libertà”, promosso dal senatore Marco Lombardo, nella sala Zuccari del Senato il 21 maggio 2026. Un momento che ha visto protagonisti i giornalisti Enrico Mentana, Fiamma Nirenstein, Vittorio Feltri e lo storico Ernesto Galli della Loggia.  

Indomita visionaria 

“Non credo nell’oggettività, credo a quello che vedono i miei occhi”, amava ripetere più volte la giornalista, che tanto disprezzava il motto del giornalismo anglosassone “Fatti, non opinioni”. Questa fu la caratteristica principale di chi, da detrattori e ammiratori, viene riconosciuta come una indomita visionaria, specialmente all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle del 2001. «L’11 settembre arriva in un momento in cui ci si ostinava a parlare di fine della storia, cioè un periodo in cui finita la Guerra fredda le contrapposizioni e i conflitti non sarebbero più esistiti. Con “La rabbia e l’orgoglio” Oriana Fallaci aveva intuito che questo non era vero» ha detto Enrico Mentana, direttore del tg La7, che ha anche ricordato come gli anni successivi sarebbero stati segnati dalla lotta al terrorismo, un tema di cui Oriana si occuperà fino alla morte. Lo stesso direttore però ha ricordato che «Era sì una necessità per lei stare su quel terreno, ma bisogna sottolineare che è stata mille altre cose». 

«Una guerriera della libertà» 

Se si dovesse tracciare un filo rosso che unisce i sessant’anni di carriera giornalistica di Oriana Fallaci, questa sarebbe la lotta incondizionata per la libertà. Lo stesso Mentana lo ha enfatizzato: «È stata una guerrigliera della libertà su tutti i fronti: contro la dittatura greca, contro tutte le figure che hanno minacciato la libera convivenza». Importante la testimonianza del giornalista, che con lei è stato a contatto per molto tempo: «Lei amava chi le dava ragione, non le dispiaceva di certo la nuova popolarità che l’aveva investita nel 2001. Però amava anche chi andandole contro la aiutava a rafforzare la propria opinione. Insomma, la questione di fondo rimane la stessa: amava la libertà, unica formula per vivere la vita. In questo è stata straordinariamente unica. Poteva diventare senatore a vita, poteva fare tante cose ma ha sempre scelto di rimanere un lupo solitario». 

«Era semplicemente un genio» 

Una grande professionista, ma anche un personaggio complesso. Lo racconta bene Vittorio Feltri, che con Fallaci ha condiviso momenti che andavano oltre l’attività giornalistica. «Ai tempi lavoravo al Corriere e quando lei entrava tutti i redattori tremavano perché era sempre insoddisfatta. Io facevo il caposervizio e quando la osservavo mi accorgevo che non era pazza come si diceva, ma era semplicemente un genio, perché andava sempre tutto bene dove metteva le mani lei». Un racconto vero, ricco di aneddoti di vita quotidiana che sono in grado di dipingere il ritratto non della famosa giornalista, ma della donna che era: «Come sua ultima tappa prima di morire scelse casa mia a Milano, dove la ospitai. Mi spegneva sempre le sigarette sul divano. Poi decise di partire per Firenze, quindi le procurai una macchina e circa ogni 50 chilometri mi chiamava dicendomi che faceva troppo freddo o troppo caldo, come se fosse colpa mia» ha detto Feltri, che in preda alla commozione ha concluso: «Quando mi hanno detto che era morta ho provato un dolore…». 

Un contesto storico  

Accanto alle idee e alle qualità di Oriana Fallaci, anche il contesto storico ha rappresentato un volano per il tipo di giornalismo che l’ha vista protagonista. A ricordarlo è stato lo storico Ernesto Galli della Loggia: «Nella Prima Repubblica la cultura liberal-democratica ha avuto un ruolo fondamentale nel giornalismo, visto che tra gli anni ‘50 e ‘70 i grandi cronisti provenivano da questa area. Una vera tradizione di libertà che si era formata anche grazie al duopolio Dc – Psi, potendo dire cose che dispiacevano a uno ma all’altro no e viceversa. Oriana Fallaci si è formata proprio in questo contesto. Aveva la libertà di muoversi sugli argomenti che voleva, questo è stato positivo». Un circuito virtuoso quindi, che però a un certo punto si è spezzato: «Con il ‘68 e la stagione del terrorismo ci si è cominciati ad adeguare a delle versioni “obbligatorie”, non potendo discostarsi più di tanto da quello che era giusto dire per difendere la cultura democratica. Si è affermata una sorta di “Ideologia informativa di Stato”» ha sottolineato lo storico.  

“La rabbia e l’orgoglio” cambia tutto 

Apparso sulle pagine del Corriere il 29 settembre 2001, quel pezzo di Oriana Fallaci intitolato “La rabbia e l’orgoglio” non rappresentò per lo storico giornale solo un grande successo, ma anche motivo di scontro e feroce polemica. «La richiesta da parte del direttore Ferruccio De Bortoli a Fallaci di scrivere quell’articolo fu una grande intuizione, ma il disdegno fu tale fino al punto che il giornale dovette mettere accanto un altro articolo per bilanciare quella posizione dura e netta» ha sottolineato Galli della Loggia, che ha ricordato come quella mossa sarebbe stata destinata a diventare prassi in un contesto in cui ha preso sempre più piede il “politicamente corretto generale”. In questo clima, Oriana Fallaci sarebbe contenta del giornalismo di oggi? Ernesto Galli della Loggia lo ha detto chiaramente: «Non so fino a che punto», non nascondendo grande scetticismo.