«Sono il clan più potente, nessuno è stato sottovalutato come loro». Nello Trocchia, inviato del quotidiano “Domani” è stato tra i primi ad esprimersi subito dopo la scarcerazione di alcuni appartenenti al clan Moccia, avvenuta all’inizio di agosto 2025. Si tratta di uno dei gruppi camorristici più influenti tra Napoli e Roma: il loro ritorno in libertà ha scosso l’opinione pubblica e il sistema giudiziario italiano, sollevando interrogativi sulla gestione dei processi penali e sull’efficacia della lotta alla criminalità organizzata. Trocchia ha dedicato la sua carriera a smascherare intrecci di potere e malaffare politico, affrontando spesso temi scomodi e pericolosi. Ha scelto di rispondere alle domande di #Noi Antimafia.
Quali sono le motivazioni della scarcerazione del clan Moccia?
«Secondo i giudici che hanno disposto la scarcerazione, era trascorso troppo tempo dall’inizio del processo di primo grado, in cui gli imputati rispondono di reati gravissimi. Il provvedimento è stato assunto dalla sezione feriale del tribunale, che ha dato un’interpretazione della norma diversa rispetto a un’altra sezione dello stesso tribunale, che invece aveva già respinto la richiesta di scarcerazione ad altri soggetti, imputati nello stesso processo».
Qual è l’impatto di questa scarcerazione sui territori controllati dal clan?
«Quando parliamo dei Moccia dobbiamo evidenziare che una delle loro caratteristiche è quella di aver trascorso molti anni in libertà. La loro struttura criminale, secondo la stessa Direzione distrettuale antimafia, non è mai cambiata: non c’è quindi un riassetto o una ricomposizione. Anche quando colpisce i vertici, il controllo resta saldo nelle loro mani, ancor di più quando vengono scarcerati. C’è poi un elemento che a mio avviso li rende un caso unico nel panorama italiano: i Moccia si dichiarano estranei alle logiche criminali. Parliamo di un clan che per la Dda di Napoli e per la procura nazionale antimafia, è pienamente operativo e radicato sul territorio, ma mentre i vertici continuano a professarsi dissociati. La dissociazione è uno strumento che hanno utilizzato anche in passato, pur mantenendo il comando in provincia di Napoli e Roma, con una forte capacità di infiltrazione nei più diversi settori economici. Un altro aspetto da considerare è la difficoltà di arrivare a sentenza quando si tratta dei Moccia: un tratto ricorrente nelle loro vicende giudiziarie».
Su quali settori economici il clan si è specializzato?
«La famiglia Moccia ha dimostrato di saper condizionare i settori economici più diversi. Negli anni sono riusciti a infiltrarsi nel settore petrolifero, energetico, nel settore immobiliare, nella distribuzione alimentare, nell’edilizia e nei grandi appalti di Stato. Per capire chi sono i Moccia basta vedere la mia inchiesta per “Domani”, dove ho raccontato chi era presente al matrimonio della figlia di Angelo Moccia, detto “Enzuccio”, appena uscito dal carcere. I giudici avevano creduto alla sua dissociazione, nonostante le condanne, una anche per concorso in strage. A quel matrimonio, in piazza San Lorenzo in Lucina, nel cuore di Roma, a un passo dal Parlamento, a un passo da Palazzo Chigi e dal Quirinale, e persino dalla sede del Comando Provinciale dei carabinieri, c’era l’imprenditoria che conta e che faceva e continua a fare affari con le aziende, comprese alcune società partecipate dello Stato. Questi sono i Moccia».
Come sono arrivati a Roma da Afragola?
«Loro sono stati in grado di farlo fingendo di aver di fatto ritirato le loro forze dal contesto criminale, ma non è stato così. Il processo ci dirà se hanno ragione loro o ha ragione la Dia e la procura nazionale antimafia. La verità è che questo clan, a guardare gli anni ’90, è uno dei pochi usciti indenni da una guerra di camorra che ha ucciso centinaia di persone. Avevano rapporti con Flavio Carboni, il noto faccendiere il cui nome ricorre negli scandali italiani tra i più gravi della storia della Repubblica, a partire dalla condanna per il crack del Banco Ambrosiano. Carboni aveva ricevuto dei soldi da investire dai Moccia, non il contrario. La loro statura criminale è elevatissima. Sono a Roma dagli anni ‘80 quando mandano “Michelino ‘O Pazz”, Michele Senese, che in questa città ha fatto tutto quello che voleva.
Come mai Senese non ha trovato ostacoli a Roma?
Quando io scrivevo di Michele Senese, oltre dieci anni fa, lui era libero di dirsi fintamente pazzo perché entrava e usciva dal carcere. Quando veniva interrogato diceva: “Io questa notte ho sognato di parlare tedesco”, e grazie alla compiacenza anche di professionisti, ha fatto qualsiasi cosa. Senese è entrato in carcere nel 2013 per un omicidio, è stato condannato per quell’omicidio ma non per camorra. Sono 40 anni che Senese è un re a Roma. Oggi nel 2025, forse, in via definitiva, avrà la sua prima sentenza con l’aggravante per mafia. Abbiamo soggetti di spessore criminale enorme in questa città che non hanno avuto una sentenza di condanna per mafia. Questa è una città che ha rimosso in maniera sistematica il tema delle mafie anche dalle aule dei tribunali».
Il sistema penale italiano è adeguato ad affrontare il problema della criminalità organizzata?
«Secondo me il sistema della giustizia nel nostro Paese si sta impantanando definitivamente e sta diventando sempre più un luogo dove i poveri cristi, cioè chi non ha studi legali alle spalle e non è in grado di difendersi, ha la strada segnata. È riservata una giustizia differente ai colletti bianchi e a chi detiene potere. Le ultime riforme peggiorano il quadro. Quando si introducono reati inutili, aggravanti inefficaci e improduttive che aumentano i carichi di lavoro, quando si fingono processi di informatizzazione che poi bloccano i dispositivi, i computer, le strutture necessarie per celebrare un processo, si ha la certezza, che in realtà la macchina giudiziaria più che farla funzionare la si vuole rendere elefantiaca».
I Moccia sono legati anche alle altre famiglie mafiose presenti nella Capitale?
«Hanno sempre avuto rapporti con le organizzazioni criminali mafiose che contano. L’ultima grande indagine che ha riguardato anche i tentativi d’infiltrazione nei settori energetici e petroliferi vedeva un rapporto con altri gruppi criminali. L’importante, come mi raccontava un collaboratore di giustizia, è incassare denaro, fare soldi e allargare reti, conoscenze e relazioni. C’è stata una disattenzione larga, anche da parte della politica, come la Commissione parlamentare antimafia, sia questa che quelle precedenti. Se in una città come Roma sono stati ignorati i Casamonica, nonostante l’esibita violenza, si potevano mai occupare dei Moccia?».
La scarcerazione dei capi del clan cosa ci dice sul nostro sistema giudiziario?
«Racconta la lentezza e la disorganizzazione della macchina giudiziaria. A dire la verità qualcuno aveva lanciato l’allarme: i pm stessi di quel processo. Ma l’allarme è rimasto inascoltato. Il tribunale di Napoli Nord si è dichiarato incompetente dopo mesi e quando poi è arrivato a Napoli il tribunale ha dovuto sostituire un giudice. C’è un altro tema che riguarda la penuria di giudici e di personale. L’esito è devastante: la scarcerazione dei capi di un sodalizio criminale, ritenuto egemone tra Napoli e Roma, una famiglia sopravvissuta alla guerra di camorra e tra le più importanti holding criminali del paese».

