Agosto si è confermato il mese delle partenze e dei ritorni: mentre l’Italia era in vacanza, 15 presunti affiliati al clan Moccia sono stati scarcerati, approfittando di un sistema giudiziario troppo lento. “La scarcerazione dei Moccia, dipende unicamente dalla decorrenza dei termini di custodia cautelare. Secondo i giudici che hanno deciso per la scarcerazione, era passato troppo tempo dall’inizio del processo di primo grado, nel quale sono imputati per reati gravissimi e le esigenze cautelari sono di fatto decadute quindi loro sono tornati liberi”, commenta Nello Trocchia, inviato di Domani. La notizia ha scosso l’opinione pubblica, ma il campanello di allarme si è acceso sul sistema giudiziario italiano, che ha mostrato ancora una volta le sue carenze nella gestione dei processi penali e nella lotta alla criminalità organizzata.
La scarcerazione di massa
A inizio agosto 2025, quindici imputati, inclusi presunti boss come Antonio, Luigi e Gennaro Moccia, Francesco Di Sarno, Angelo Piscopo e Benito Zanfardino, sono stati scarcerati dopo 3 anni di detenzione preventiva, senza nessuna sentenza di primo grado. I primi nove sono usciti subito, nei giorni successivi è toccato agli altri sei. Filippo Iazzetta, “proconsole” del clan, è tra i liberati, mentre restano in carcere Angelo Moccia e Francesco Favella, per una condanna successiva che non prevede l’aggravante mafiosa. Le ragioni della scarcerazione trovano spiegazione nei ritardi processuali e nelle divergenze interpretative che hanno segnato il dibattimento fin dall’inizio. Come ha dichiarato Trocchia a #Noi Antimafia, questo sistema lento e inadeguato avvantaggia «ricchi e potenti» con buoni avvocati, a discapito dei «poveri cristi». Claudio Botti, legale della difesa, ha sostenuto che il Tribunale ha semplicemente applicato la legge sui termini chiari di custodia cautelare. La presidente della Corte d’Appello, Maria Rosaria Covelli, ha disposto verifiche interne e il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, ha chiesto una relazione dettagliata, valutando un ricorso in Cassazione. Su questo Pietro Perone, caporedattore del quotidiano “Il “Mattino”, ha espresso a #Noi Antimafia un forte scetticismo, ritenendolo «molto difficile», visto che la decorrenza dei termini è un «dato incontrovertibile», cioè «lo Stato ammette la propria incapacità di agire. La Cassazione dovrebbe ricorrere a qualche cavillo per dimostrare che i termini non sono decorsi, ma anche se avvenisse saremmo nell’ambito del tecnicismo giudiziario. Intanto il messaggio devastante è stato già lanciato: i Moccia sono tornati in libertà, potranno anche tornare in carcere, ma il guaio è fatto. Se un ragazzo oggi dice: “Chi me lo fa fare di lottare la mafia o la camorra?”, dopo una vicenda del genere ha un motivo in più per pensarlo».
La questione giuridica
Il processo di primo grado, iniziato il 25 luglio 2022, non ha raggiunto una sentenza entro i tre anni di custodia cautelare. Superato questo periodo di tempo, secondo la giustizia italiana, l’imputato deve essere liberato. Molte le anomalie che hanno rallentato l’iter: la difesa ha sollevato un’eccezione di incompetenza territoriale, causando il trasferimento degli atti al tribunale di Napoli il 20 dicembre 2022. Il ritmo delle udienze si è poi rallentato, con cadenza anche di una sola al mese e della durata di poche ore. A complicare il quadro si è aggiunta l’incompatibilità di un giudice, già intervenuto in una richiesta di intercettazioni, che ha reso necessaria la riforma del collegio. I pubblici ministeri avevano segnalato il rischio di scarcerazione già da marzo 2023 e chiesto un calendario più ricco, senza ottenere risultati. La disputa sulla data di decorrenza dei termini vedeva la procura indicare dicembre 2022 e la difesa il 25 luglio 2022. La sesta sezione penale di Napoli ha dato ragione alla difesa, stabilendo che il limite dei tre anni è insuperabile anche in caso di trasferimento degli atti, portando così alla scarcerazione di massa. Il risultato è ormai noto: libertà per la holding del crimine.
I Moccia: ieri e oggi
Il clan Moccia ha origini negli anni Settanta ad Afragola, con Gennaro Moccia, agricoltore benestante e proprietario terriero. Dopo il suo arresto, il figlio sedicenne Vincenzo uccise il maresciallo dei carabinieri Gerardo D’Arminio nel gennaio 1976. Pochi mesi dopo, Gennaro fu assassinato dal boss Luigi Giuliano, innescando una spirale di vendette. La moglie Anna Mazza, soprannominata la “vedova nera”, prese le redini della famiglia, diventando la prima donna in Italia a guidare un clan camorristico e ad essere arrestata per associazione mafiosa. Con i figli Angelo, Luigi, Antonio, Teresa e il genero Filippo Iazzetta, diede al clan una struttura piramidale. Le inchieste più recenti descrivono i Moccia come una vera e propria “confederazione camorristica”, con un esercito di affiliati radicati nell’area nord di Napoli – Afragola, Casoria, Arzano, Caivano, Cardito – e a Roma. Alla base, i “senatori” gestiscono la cassa e mediano i conflitti; in cima alla piramide si trovano i fratelli Moccia e le nuove generazioni, tra cui i figli di Angelo e Luigi (entrambi di nome Gennaro), Lele, Alessio e Danny Moccia.

La “strategia furba”
I Moccia hanno costruito la loro “forza silenziosa” attraverso strategie sofisticate, difese legali di alto livello e sfruttando il vuoto di attenzione istituzionale e mediatica. Si tratta di una camorra «in giacca e cravatta» che «sta sparando molto meno» ma – spiega Perone – è più potente rispetto al passato. Già dal 1981, importarono una tattica della lotta armata: la dissociazione processuale, come strategia processuale. L’ammissione di singoli reati, la consegna di armi, senza tradire né l’organizzazione né i suoi affari, era una “conversione” di facciata che serviva a depotenziare i pentiti, salvare i patrimoni e addirittura migliorare l’immagine pubblica del clan. Luigi Moccia, ad esempio, si proclamava dissociato mentre lavorava per far ritrattare i collaboratori ed eliminare chi minacciava il sistema. La bravura degli avvocati è stata la chiave questo agosto.
La giustizia “alleata”
I Moccia basano parte del loro potere sui “tempi lunghi della giustizia, conoscendo le strategie per non giungere a sentenza e sfruttando la lentezza del sistema italiano” ha dichiarato Perone. Le loro “strategie processuali perfette” garantiscono scarcerazioni e “incolumità”. Difensori come Saverio Senese e Nicola Quatrano hanno sfruttato le lungaggini della giustizia italiana, creando strategie per spostare la competenza territoriale, allungare i tempi e contestare ogni dettaglio procedurale. Questo ha permesso la libertà dei vertici del clan nonostante accuse gravissime. «Loro sono stati in grado di farlo, fingendo la dissociazione, di aver di fatto ritirato forze, soldati, presenze, dal contesto criminale, ma non è stato così. Non si sono mai ritirati anche se continuano ad asserirlo e a sostenerlo» dice Trocchia al riguardo.
Il provvedimento inutile
Tra le misure adottate dal tribunale vi è anche il divieto di dimora in Campania e nel Lazio per alcuni imputati, provvedimento che dovrebbe limitare l’influenza del clan nei territori di riferimento. Ma Pietro Perone lo considera “inutile”, paragonandolo alla capacità dei camorristi di gestire i clan anche dal 416 bis: «figuriamoci a cosa possa servire il divieto di dimora. È una pagliacciata». Per rafforzare questa operazione di immagine, i Moccia tessero rapporti o con la sinistra radicale e con figure influenti della magistratura. Il culmine fu l’uscita del libro Una Mala Vita, autobiografia di Angelo Moccia, scritta con l’ex pm Libero Mancuso e con prefazioni di magistrati e politici. L’attenzione si spostava dal radicamento criminale alle grandi questioni globali, mentre sul territorio si consolidava la propria rete economica.
Le mani su Roma
Seppur Afragola resti la base, il clan ha consolidato il proprio potere nella Capitale, riciclando capitali illeciti. Una strategia che ha permesso il salto di qualità da camorra di quartiere a “borghesia mafiosa”, rendendoli meno visibili ma non meno pericolosi a causa della loro “mancata violenza plateale”. Persino la Commissione parlamentare antimafia, secondo alcuni osservatori, ha dedicato scarsa attenzione al fenomeno, oscurato da altre emergenze. Ristoranti, alberghi e appartamenti in zone prestigiose di Roma (come Castel Sant’Angelo, piazza Navona, Borgo Pio) sono stati usati per reinvestire e legittimare ricchezze. Locali come Panico, Bombolone sono entrati nella disponibilità del clan, spesso intestati a prestanome come Francesco Varsi o Guido Gargiulo per aggirare i sequestri. La diversificazione degli affari ha permesso al clan di infiltrarsi in edilizia, turismo, distribuzione alimentare e carburanti, fino ai grandi appalti pubblici, compresi quelli dell’alta velocità ferroviaria, delegando narcotraffico ed estorsioni ad altre famiglie. La loro roccaforte romana resta comunque Tor Bella Monaca, periferia da anni completamente nelle loro mani con giovanissime reclute, secondo diverse indagini anche sotto i 14 anni, pagate per fare da “pali” lungo via dell’Archeologia.
La forza della società
Pietro Perone ha evidenziato come le promesse politiche di velocizzare i processi e rafforzare la lotta alla criminalità organizzata restino disattese, con la scarcerazione dei Moccia come prova. Per lui la vera arma è la coscienza civile: “finché non ci sarà una coscienza che isoli i fenomeni criminali da impedirne l’attecchimento nella società, non avremo grandi strumenti. Perché, appena se ne individua uno efficace, quasi sempre loro trovano il modo di aggirarlo. Ma se intorno non ci fossero consensi, complicità, interessi convergenti, credo che avrebbero molta più difficoltà a essere potenti come lo sono ancora”.

