La storia drammatica di Willy Monteiro Duarte diventa un film. Sono iniziate lo scorso 16 giugno le riprese di “40 secondi”, pellicola diretta da Vincenzo Alfieri e prodotta da Eagle Pictures, ispirata al libro della giornalista Federica Angeli “40 secondi. Willy Monteiro Duarte. La luce del coraggio e il buio della violenza”. In un paese dove episodi di odio e violenza si ripetono quotidianamente, il cinema diventa una voce preziosa, per imprimere nella memoria collettiva ciò che la brutalità dell’uomo ha ucciso, restituendo alle vittime la memoria e la dignità che meritano. Abbiamo chiesto alla cronista sotto scorta dal 2013 per le sue inchieste contro la criminalità organizzata romana di spiegare come la trama di un libro inchiesta si è trasformata in film.


Il titolo, “40 secondi” è il tempo che i fratelli Bianchi hanno impiegato per uccidere Willy. Come si dilatano 40 secondi in un film?
«Il regista ha scelto di non dilatare quel momento cruciale, mantenendo la scena dell’omicidio nella sua durata reale, esattamente 40 secondi. Il resto del film, invece, si sviluppa come una narrazione intensa e coinvolgente della folle normalità che ha preceduto e seguito quel tragico evento».
Ti sei trovata anche a lavorare come sceneggiatrice: come si riporta, in un mezzo visivo, l’enorme quantità di documenti su cui hai costruito il libro?
«Diciamo che a guidare sono stati due sceneggiatori d’eccezione: Vincenzo Alfieri e Giuseppe Stasi. Hanno creato pura poesia, rispettando la narrazione del mio libro, da cui appunto è tratto il film. Ѐ stata per me un’esperienza davvero formativa che mi ha fatto scoprire quante cose con le parole si riesca a fare. Lo stile di un articolo di cronaca nera è diverso da quello di un’inchiesta, diverso da quello di un libro e una cosa differentissima da una sceneggiatura. Ѐ stata una sfida straordinaria per me che sono tanto attaccata ai fatti e fedele alla realtà, misurarmi con finzioni narrative per legare una scena all’altra».
Quella di Willy è oggi una storia molto raccontata: libri, podcast. Qual è per te l’obiettivo di farlo con un film?
«Rendere eterna la sua storia era l’obiettivo del mio libro e ancor di più lo sarà con un film. Ѐ quello che questo giovane merita per la persona straordinaria che era».
Come già nel libro “Gli orrori della caserma Levante”, dai spazio agli avvocati dei colpevoli, che li descrivono come “Gli assassini a propria insaputa, i bugiardi sinceri, i diversamente acuti”. Perché?
«Una buona e onesta cronaca si compone di tutte le voci. I giornalisti non devono fornire un racconto di parte ma mettere davanti agli occhi del proprio lettore ogni attore e far arrivare lui alle deduzioni. È chi legge che tira le somme, non deve farlo nessun altro al suo posto. Informare vuol dire rendere consapevoli di come sono andati i fatti e questo è il modo in cui io concepisco la mia professione».
La famiglia di Willy invece è raccontata per immagini: il volto della madre, il silenzio del dolore contro le urla. È questo che volete portare anche al cinema?
«Sì, perché questa è la realtà. La dignità e l’immenso dolore che ha subìto questa famiglia si sono espressi in questo modo. Non con proclami, ma con la potenza di un gesto, di una lacrima, di un pianto che è arrivato forte allo stomaco e al cuore delle persone, più di mille frasi urlate».
L’antefatto di questa storia, per come l’hai scritta, ne fa un racconto di ragazzi normali. Hai avuto l’impressione di un confine sottile tra normalità e tragedia?
«La normalità purtroppo oggi accetta la violenza. Ѐ una certezza alla quale non sarei mai voluta arrivare. Ma da cronista di nera, che ha cominciato 30 anni fa a fare questo mestiere, ho potuto notare quanto si sia abbassata l’età di chi commette omicidi. In questo caso specifico ancora di più ho notato quanto fosse normale, ad esempio per i fratelli Bianchi, ostentare prepotenza, virilità e violenza che appunto ha raggiunto il suo apice con la morte di Willy. Questo perché nessuno prima li aveva fermati, sottovalutando appunto la realtà e considerando “normale” un atteggiamento da bulli, solo perché ripetuto nel tempo e dunque diventato routine».
Come si fa a mettere in equilibrio umanità e professione?
«Per una persona sensibile come me è molto complicato sopportare il peso delle tragedie. Ricordo i primi anni della mia carriera: tornavo a casa e piangevo a lungo dopo essere entrata in un dramma. Credo che un buon cronista di nera debba comunque avere la qualità della sensibilità per potersi infilare con umanità nel dolore altrui, altrimenti si diventa sciacalli, come spesso veniamo additati noi neristi. Tuttavia, non dico che ci si fa l’abitudine col tempo, ma di certo un po’ come il chirurgo che opera a cuore aperto o il medico legale che esegue autopsie, ci si riesce a proteggere dal dolore degli altri. Bisogna immedesimarsi nella tragedia per raccontarla al meglio, ma quando si chiude il pezzo e il pc, si lascia lì dentro quella parte di dolore condiviso».
A proposito di questo: ti soffermi anche su quale dovrebbe essere il compito di un giornalista e su come ha influito su questa vicenda: da esperta nerista, che idea ti sei fatta della professione, oggi, di com’è e come dovrebbe essere?
«Oggi le nuove generazioni sono diventate molto più ciniche purtroppo. Credo sia legato alla velocità dei ritmi e dei tempi, che hanno portato a una scarsa riflessione e introspezione da parte dei giovani. Non tutti ovviamente, ma da docente all’università Luiss di cronaca nera e giudiziaria, vedo che i primi approcci degli aspiranti cronisti a un caso di nera sono molto freddi. Ecco, alla fine dei due anni insieme a me, i ragazzi imparano che invece si deve entrare nelle storie per poterle raccontare al meglio».
Quello del tuo libro è anche un racconto della provincia: cosa si fa fatica a capire di realtà come Colleferro e Artena?
«Si fatica a capire che dietro la tranquillità e l’apparente semplicità di una vita scandita da ritmi meno frenetici di quelli di una grande metropoli, covano gli stessi sentimenti “brutti” di qualsiasi altra realtà. Si ha solo il vantaggio di conoscersi bene tutti, essendo piccole realtà, ma in quei palcoscenici vanno comunque in scena vari attori: i bulli, i buoni, i cinici, gli onesti…».
Willy è morto per niente: tutto sembra accadere per niente. Tu che idea ti sei fatta dei motivi dietro gli atteggiamenti dei ragazzi?
«Il nulla. Non c’è stato un movente, un vero motivo. Tutti noi abbiamo cercato di trovare un perché a questa morte: si è parlato di razzismo, di pregresso astio tra i vari soggetti. Purtroppo l’analisi più giusta e più difficile da mandare giù è che oggi ostentare violenza e forza fisica sono diventati una forma di comunicazione da parte di molti. I social network, in questo senso, hanno agevolato il concetto, insieme a quello di “apparire” piuttosto che essere. Pensiamo a Instagram, dove si è quel che si indossa, che si mangia, dove la foto ha la meglio sulle parole».
Quanto condiziona, oggi, la rete nella percezione che le persone, in particolare i ragazzi, hanno di sé?
«Ѐ quello che spiegavo poco fa. C’è un’inversione di tendenza: si vive nel mondo dei social e si teme quel tribunale, invece di quello reale. Nel caso dei fratelli Bianchi questo scambio virtuale-realtà è davvero emblematico: l’omicidio di Willy è avvenuto sotto una caserma dei carabinieri».

