Simone Mattarelli aveva 28 anni quando, la notte del 3 gennaio 2021, viene trovato impiccato con la cintura dei suoi pantaloni fuori dalla fabbrica Eurovetro, a Origgio, nel varesotto. Prima di quella tragica morte, lo stesso Simone, che aveva assunto cocaina, era stato protagonista di un inseguimento da parte delle forze dell’ordine, tra le province di Varese, Milano e Monza-Brianza, dopo che non si era fermato a un posto di blocco. Per la Procura, la sua morte è stata archiviata come suicidio, ma per i famigliari e i periti che si sono occupati del caso, tra bodycam che si spengono e colpi di pistola sparati nel buio, molte cose non tornano. Alla sua storia, l’esperto cronista Stefano Vergine ha dedicato un podcast in sei puntate, “Simone”, in cui ripercorre una vicenda che sembra avere molti punti in comune con i casi di ragazzi morti nelle mani delle forze dell’ordine che #Noi Antimafia sta approfondendo nel podcast “Colpe di Stato”.
Come sei arrivato a questa storia e perché hai deciso di raccontarla?
«Casualmente, me l’ha raccontata un vicino di casa circa un anno dopo che era successa. Mi ha detto: “Secondo me dovresti occupartene e approfondire”. Ero scettico perché non avevo grande dimestichezza con questi temi. Poi ho letto le carte depositate e mi sono reso conto di avere avanti una storia che meritava di essere raccontata. Dal momento in cui mi sono immerso fino alla pubblicazione sono poi passati quasi tre anni».
E come mai in podcast?
«C’era del materiale audio molto significativo: l’audio della bodycam dei carabinieri e delle comunicazioni radio di quella sera. Potevo fare tutto in autonomia, e, forse, nel modo più efficace: ordinare il materiale e raccontarlo a puntate».
Da cronista, che idea ti sei fatto?
«Cercando di fare poche congetture, mi sembra che la tesi del suicidio non regga, partendo dai fatti. Primo elemento: il modo in cui si sarebbe impiccato. Roberta Bruzzone lo spiega bene nel podcast, così come l’avvocato della famiglia, Minotti. Non ci si può suicidare in quel modo – con un nodo semplice nella parte anteriore del collo, e non dietro – perché fisiologicamente lasci la presa della cintura nel momento in cui ti manca l’aria. Il corpo sarebbe caduto in avanti e lui non sarebbe riuscito ad uccidersi. Un altro elemento è l’aspetto della cocaina, che ho approfondito con esperti esterni al caso. Mi hanno detto che con la quantità di cocaina che lui aveva in corpo non poteva essere nella fase finale, quindi quella depressiva o di down. Il movente del suicidio, in qualche modo, viene meno e non spiega molti elementi del caso cade. Ci sono anche altri indizi: non è più stato ritrovato il cellulare, non hanno più ritrovato il giubbotto che lui aveva indosso nel momento della fase finale, almeno quella ufficiale, dell’inseguimento. Tutti questi elementi suggeriscono ci siano aspetti irrisolti. E poi sicuramente la prima indagine è stata fatta male, non sono state ascoltate le persone che potevano dare informazioni utili, come le persone dentro l’azienda dove è morto. Anche nella seconda indagine i Carabinieri non sono mai stati sentiti».
Perché?
«Non lo so, Non ho certezze ma mi sembra strano quantomeno anomalo che in un’indagine su una persona che si è uccisa, dove l’ipotesi di reato è istigazione al suicidio, e questa persona è stata inseguita dai carabinieri la sera prima, non vengano ascoltati. Agli atti sono rimaste le registrazioni delle telefonate di Simone al padre durante la fuga: “Li ho fatti troppo incazzare, se mi prendono mi ammazzano».
Come racconti, ci sono delle discrepanze anche tra gli atti e quello che sappiamo. Cosa ne pensi?
«Non sarebbe il primo presunto errore investigativo in Italia. Gli esperti che ho sentito sostengono che ciò che avrebbe fatto il medico legale — riportando un tipo di nodo diverso — rappresenti un errore clamoroso. La denuncia dei familiari è stata chiusa con un’altra archiviazione, perché per ottenere una condanna è necessaria la dimostrazione del dolo. Tuttavia, la procura non si è espressa sul punto, limitandosi a dichiarare: “Siccome non c’è il dolo non ci interessiamo”. Ho provato a contattare il medico, che ha risposto di non voler rilasciare dichiarazioni».
Se si volesse considerare come realistico il timore di Simone di essere ucciso, resta la domanda: perché le forze dell’ordine avrebbero agito in quel modo?
«È difficile rispondere: perché il caso è chiuso con un’archiviazione. Probabilmente si tratta di decisioni prese individualmente sulla base di situazioni particolari. C’è inoltre una marcata tutela dell’arma. I casi che hanno raggiunto una verità giudiziaria sono stati molto lunghi. Solo alla fine, come nel caso Cucchi, uno dei carabinieri, ha ammesso in sede processuale, ciò che era realmente».
Nel podcast, è importante il tuo lavoro per rendere comprensibili gli strumenti e il funzionamento dell’indagine. Era un obiettivo o uno strumento necessario?
«Mi piace spiegare le cose in maniera chiara, dare il meno possibile le cose per scontato. Io stesso ho imparato sul campo cos’è la cronaca giudiziaria e quindi tutte le fasi del processo, dell’indagine, per cui mi sembrava giusto spiegarle in modo tale che chi ascolta e magari non ha dimestichezza alcuna col tema riesca a capire, non si perda in tecnicismi».
Hai scelto di parlarne anche perché conosci quei posti, la mentalità delle persone. Quanto conta il contesto?
«Molto. Mi è piaciuto avere la possibilità di raccontare un po’ la provincia, la sua mentalità, la paura delle persone, l’abitudine a stare sempre in silenzio, farsi i fatti propri. Ho parlato con persone che lavorano lì accanto, ed è stato surreale sentirsi ripetere “Noi facciamo la nostra vita, non ci interessa”. Questo è emblematico, secondo me, della mentalità della provincia, dove c’è tanta paura di parlare. L’altro esempio sono i dipendenti dell’azienda. Decine, se non centinaia, nessuno ha parlato. Quelli che io ho intervistato hanno cercato di dire il meno possibile, alcuni hanno proprio evitato. A prescindere da come siano andate le cose, è morta una persona dentro la fabbrica in cui tu lavori, mi sembra incredibile che non se ne sia parlato almeno per un mese. E invece apparentemente no».
Quindi c’è soltanto la paura, o qualche altro motivo, secondo te?
«E’ qualcosa di più complesso della semplice paura di una minaccia imminente. Succede anche in città, ma in provincia la percezione è più forte. È rilevante che Simone Mattarelli e la sua famiglia siano cresciute in provincia. A volte non fornisce gli strumenti per capire come far emergere la vicenda, e ho cercato di spiegare perché alcuni casi sono emersi, altri no. Gli esperti sottolineano l’importanza di scegliere una persona disposta a metterci la faccia e l’impegno diretto. Questo, tuttavia, non è avvenuto probabilmente per impreparazione. In un contesto culturale diverso, la vicenda avrebbe ricevuto più attenzione».
Simone aveva fatto uso di sostanze. Pensi che abbia contribuito a non renderlo notiziabile, non abbastanza efficace come personaggio della storia?
«Penso che in chi ascolta o chi legge abbia un peso. L’obiezione più comune è: “Il ragazzo ha usato cocaina, era in giro, non si è fermato”. Sono argomenti validi, ma non devono oscurare il tema principale: c’è stato un abuso o no da parte delle forze di polizia? Non credo che sia il caso di giudicare i comportamenti delle persone. Resta comunque un aspetto secondario, come il motivo per cui non si sarebbe fermato. L’idea implicita: “se l’è cercata, se lo meritava” riflette il sottotesto di chi la pensa così, ma è un argomento assolutamente non valido. Anche Ilaria Cucchi nell’intervista inserita nel podcast, dice: “Quando è successo, ero una persona completamente diversa, per me quello che faceva mio fratello era il male assoluto. Però, c’è anche altro”. Questo non giustifica un eventuale abuso».
Che impressione hai avuto, della famiglia di Simone, dei suoi amici, e che immagine di lui ti hanno restituito?
«Un ragazzo vivace, simpatico, con tanta voglia di vivere. A 28 anni può capitare qualche colpo di testa. Era un amicone, con una bella vita: il sogno di aprire una sua attività, una fidanzata, una vita normale e soddisfacente. La classica vita di provincia. La famiglia mi è sembrata tranquilla e rispettosa delle istituzioni. Non hanno fatto clamore o fatto gesti plateali; come se pensassero : “Le cose sono talmente evidenti che lo Stato interverrà”. In questo, ritrovo molto la mentalità di provincia».
E cosa ne pensi?
«Secondo me è ingenuo, in senso positivo, pensare che se si ritiene che le istituzioni siano coinvolte nella morte di un figlio, allora risolveranno automaticamente il caso. Lo dico sulla base dell’esperienza di tanti anni di lavoro».

