I Mostri di Ponticelli: quarant’anni di orrore giudiziario all’ombra della camorra

I Mostri di Ponticelli: quarant’anni di orrore giudiziario all’ombra della camorra

Napoli, 2 luglio 1983. La periferia di Ponticelli viene squarciata da un orrore indicibile: il ritrovamento dei corpi martoriati, seviziati, con segni di violenza sessuale e parzialmente carbonizzati delle piccole Nunzia Munizzi, 7 anni, e Barbara Sellini, 10 anni. L’inizio di un incubo. Per placare l’opinione pubblica e chiudere un caso che metteva in imbarazzo lo Stato, la giustizia trascura la verità. Quarant’anni dopo, il caso “Mostri di Ponticelli” non grida giustizia solo per le vittime, ma anche per Giuseppe La Rocca, Ciro Imperante e Luigi Schiavo, i tre giovani del quartiere condannati all’ergastolo. Il libro-inchiesta di Giulio Golia e Francesca Di Stefano, “Mostri di Ponticelli. O vittime di un enorme errore giudiziario?”, l’analisi della Commissione parlamentare antimafia e il contributo della psicologa e criminologa forense Luisa D’Aniello, mettono in fila le prove di un clamoroso fallimento, un processo indiziario fragile, basato su testimonianze estorte e la presenza della camorra nel depistaggio. 

La scomparsa delle bambine 

Nunzia e Barbara, la sera del 2 luglio 1983, scompaiono verso le 19:30. Vengono viste allontanarsi dal Rione Incis di Ponticelli, a bordo di una 500 blu, con un fanale rotto e con la scritta vendesi. Sarà un’amica delle piccole, Antonella Mastrillo, a raccontare del loro allontanamento, come testimoniato da Luisa D’Aniello, che da vent’anni segue il caso sulle orme del giudice Ferdinando Imposimato: «Questa bambina, ha riferito ai carabinieri, che spesso Nunzia e Barbara solevano avvicinarsi ad un tizio di nome “Gino”, proprietario di una 500 scura». Anche una terza bambina, Falso Silvana, avrebbe dovuto essere con loro, si salverà solo perché la nonna non voleva che lei quella sera uscisse. Alle 20:30 scatta l’allarme e nel rione iniziano le ricerche, senza esito. Solo il giorno dopo, il 3 luglio, i loro corpi carbonizzati vengono rinvenuti dai carabinieri, alle porte del quartiere, in un canale. Inizialmente l’attenzione degli investigatori si concentra sull’uomo noto come “Gino”, poi identificato in Corrado Enrico, già schedato per precedenti abusi. La pista era solida. L’uomo era compatibile con le descrizioni fornite e aveva una Fiat 500 blu, l’auto che secondo le testimonianze Nunzia e Barbara avrebbero dovuto prendere. Successivamente si spostano su Anzovino Luigi, rilasciato poco tempo dopo. Arrivando infine all’arresto di Ciro Imperante, Luigi Schiavo e Giuseppe La Rocca. 

La discesa all’inferno  

Il dramma dell’arresto lo raccontano in prima persona due dei protagonisti, Ciro Imperante e Luigi Schiavo. Imperante, un giovane muratore incensurato in attesa di arruolarsi nella Guardia di Finanza, convocato alla caserma Pastrengo di Napoli, per un “accertamento”, non farà più ritorno a casa. «Sono caduto praticamente dalle stelle all’inferno, all’improvviso». «All’ora di pranzo stavamo mangiando e al telegiornale di Canale 21 dissero che avevano arrestato due persone per il delitto di Ponticelli. Allora io tutto contento dissi: “Ah, meno male li hanno arrestati”, poi aggiunsero: “Si cerca una terza persona che è latitante”, io dissi nuovamente: “Speriamo che lo prendano presto a questo”. Non avevano detto i nomi, non sapevo che si trattasse dei miei amici e che alla fine il latitante ero io», ricorda Ciro. Anche Luigi Schiavo, chiamato dai carabinieri ad andare nella stessa caserma, ignaro che la sua vita stava per essere distrutta, non può dimenticare quell’episodio: «Entrai in caserma e il giudice Miller mi chiese se avessi visto una 500 blu con il cartello vendesi. Quando dissi di no, mi arrestarono per reticenza». Insieme a loro anche Giuseppe La Rocca finisce in questo enorme inganno che da lì a breve si sarebbe trasformato in una condanna all’ergastolo per tutti e tre. 

Confessioni estorte 

All’interno delle stanze della caserma Pastrengo si sarebbero consumati abusi e soprusi compiuti dalle forze dell’ordine. Luigi Schiavo parla di giorni senza cibo e di continue violenze: «Sono stato chiuso per 5 giorni senza mangiare, senza bere. Di notte non mi facevano dormire, poi ogni tanto mi venivano a prendere e mi riempivano di botte. Mi davano da bere acqua e sale, mi buttavano acqua e sale addosso, mi frustavano con un frustino di gomma perché con l’acqua e sale poi le ferite mi bruciavano di più». Le torture – secondo la loro versione – avevano un solo scopo, estorcere una confessione di un delitto per il quale i ragazzi si dichiarano ancora innocenti ancora oggi. La tesi delle confessioni strappate è sostenuta anche da Luisa D’Aniello: “Sentimmo numerosi testimoni, perché c’erano delle testimonianze molto importanti di persone che avevano subito violenza all’interno della caserma Pastrengo e persone che in qualche misura ritrattavano anche la loro posizione rispetto alle circostanze e che sostanzialmente scagionavano i tre ragazzi perché affermavano di essere stati picchiati all’interno della caserma Pastrengo e che avevano dovuto necessariamente ritrattare per evitare, anche loro, di essere torturati o accusati o incarcerati”. L’impianto accusatorio – secondo questa ricostruzione – si fonda quasi esclusivamente sulla testimonianza di un unico, fondamentale, “super testimone”, Carmine Mastrillo. Lo cita la giornalista e autrice de “Le Iene” Francesca Di Stefano, che descrive il clima delle indagini come un fattore determinante per le condanne: «Era una persona con disabilità, trattenuta in una caserma. Pur di uscire da quella situazione è normale che abbia confessato». Di Stefano parla di questa dinamica come falsa confessione che l’organizzazione americana, “Innocence Project”, ha scientificamente provato essere un rischio concreto. Infatti, secondo gli studi citati dall’organizzazione, una confessione su tre, sarebbe falsa.  

Prove scomparse e piste ignorate 

Lo studio delle carte processuali, condotto da Luisa D’Aniello, evidenzia ulteriormente la presenza di falle colossali e l’assenza di una singola prova fisica concreta. L’analisi scientifica del crimine, condotta all’epoca dal professor Alfonso Zarone, contraddice anche la tesi dei tre aggressori delineando un profilo criminologico che indica un sadico come colpevole. La psicologa, appoggiando la teoria di Zarone, afferma: «L’omicida era uno solo». «Non erano tre, lo dimostra il fatto che le vittime fossero state tramortite, ciò serviva all’aggressore per poter gestire le due bambine che si sarebbero potute divincolare e opporre», prosegue D’Aniello. «La presenza di ferite superficiali, oltre al fatto che il rapporto sessuale non avesse avuto un esito finale, dimostrano incontrovertibilmente, da un punto di vista psicologico,  la condotta di un sadico:  l’apice del piacere non è la congiunzione carnale con la vittima, ma un piacere mentale, il soggetto traeva piacere vedendo le vittime soffrire», conclude la criminologa. Si aggiunge alla lista delle prove ignorate la 500 blu di Corrado Enrico. Nonostante fosse compatibile con le descrizioni e le testimonianze non fu sequestrata ma solo perlustrata. Poco dopo, Corrado Enrico, rottamò la macchina. 

La camorra in caserma  

A rendere ancora più agghiacciante il quadro si inserisce la presenza della criminalità organizzata nelle indagini. L’Onorevole Stefania Ascari, avvocato penalista e membro della Commissione Parlamentare Antimafia, nella scorsa legislatura, conferma il plausibile zampino della camorra: «Alcuni pentiti, e lo stesso Mario Incarnato, già accusatore di Enzo Tortora e attivo a Ponticelli, avrebbero orientato le testimonianze e contribuito a costruire false accuse. È probabile che la camorra avesse interesse a sviare le indagini per proteggere i veri colpevoli». Ciro e Luigi confermano il ruolo di Incarnato all’interno della caserma Pastrengo, descritta come un “covo di pentiti”:«A novembre ci hanno dato un televisore e la sera mentre stavamo in cella è andato in onda al telegiornale regionale di Napoli il processo che si stava svolgendo a Santa Maria a Capua Vetere per l’omicidio del vicedirettore di Poggioreale. Subito ho chiamato Peppe e Ciro, ho detto: “Questo è quello che mi ha picchiato nella caserma Pastrengo”. Solo allora, ho capito che non era un carabiniere, ma era un pentito della camorra ed era Mario Incarnato», dice Luigi. «Che ci faceva questo pentito nella stanza di Mastrillo Carmine e ha picchiato Luigi per farlo confessare comportandosi come un carabiniere verbalizzante? Mastrillo non ha mai accusato Giuseppe e Luigi e a me non mi conosceva. Li ha accusati dopo che è stato con Mario Incarnato nella stanza», riflette Ciro. Imperante racconta poi l’incontro con Incarnato: «C’era un tavolo dove stavano seduti Carmine Mastrillo e Mario Incarnato. Incarnato esce fuori, mi tocca il mento e mi dice: “Perché non confessi?”. Quando ho detto che non sapevo nulla, mi ha riempito di botte e mi ha rotto dei denti. L’azione di Incarnato, secondo Luisa D’Aniello, era finalizzata a deviare l’attenzione delle forze dell’ordine per consentire ai traffici criminali di Ponticelli di continuare indisturbati. Incarnato era coinvolto nelle indagini in un contesto dove i pentiti “potevano fare esattamente quello che volevano”. 

Vite interrotte chiedono giustizia 

Luigi Schiavo, Giuseppe La Rocca e Ciro Imperante sono tornati liberi per buona condotta nel 2010, dopo circa 27 anni trascorsi in carcere. Continuano a proclamarsi innocenti e a chiedere la revisione del processo, la richiesta è stata respinta per tre volte. La battaglia di Ciro Imperante resta la stessa dopo quarant’anni: «Io chiedo giustizia, solo questo, chiedo giustizia per me, per le bambine che non hanno avuto giustizia. Se si fa un processo per bene di conseguenza ci sta la soluzione. Quello che noi chiediamo è un processo giusto e che venga riaperto il caso. Tutto sta alla volontà dei giudici di farlo». Luigi Schiavo oggi è arrabbiato ma non perde la speranza di avere giustizia, riguardo alla sopportazione di tutto quello che ha passato dice: «Scatta una molla all’interno e tu devi reagire per dimostrare, devi lottare. Come quando una persona ha una malattia e cerca di lottare per guarire. È la stessa cosa. Mi auguro che un giudice onesto legga il processo e capisca che noi non c’entriamo niente in questa vicenda perché non c’è un briciola di prova su di noi».