Sogna una Sicilia trasparente e libera dalla mafia. Per questo sogno il 6 gennaio 1980 Piersanti Mattarella, presidente della Regione siciliana, viene ucciso a Palermo con sei colpi di pistola. Quarantacinque anni dopo, molte circostanze del delitto restano oscure: prove false, depistaggi, confessioni confuse e contraddittorie, hanno finora impedito di individuare con certezza quell’uomo “dagli occhi di ghiaccio” descritto da Irma Chiazzese, vedova di Piersanti, che premendo il grilletto lo ha ucciso. Rimangono ancora irrisolti dettagli come il guanto scomparso, che alimentano le incertezze e le polemiche sulle indagini.
Un presidente scomodo
Che Mattarella sia un personaggio scomodo è chiaro. Lo dimostrano le lettere minatorie che riceve dopo le sue riforme, mirate a scardinare il monopolio mafioso sugli appalti e a frenare la corruzione diffusa tra la classe dirigente. Politico vicino alle istanze del centro-sinistra, il presidente della regione mette mano alle trame più profonde del potere siciliano, dove governo, affari e cosa nostra si intrecciano da decenni. Il suo obiettivo è quello di emancipare il potere politico da ogni condizionamento esterno, restituendo dignità e trasparenza all’amministrazione regionale. Ma toccare certi equilibri, in Sicilia, significa sfidare la mafia sul suo stesso terreno.
L’erede di Aldo Moro
Icona dell’antimafia, sì, ma anche rappresentante di un’idea politica nuova, Piersanti Mattarella è considerato a tutti gli effetti l’erede naturale di Aldo Moro, colui che, dopo la morte dell’ex premier, cercò di portare avanti l’alleanza tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano. Il suo progetto avrebbe trasformato la Sicilianel laboratorio politico d’Italia e avrebbe permesso alle idee dello statista di sopravvivere alla sua morte, avvenuta il 9 maggio 1978 in via Caetani, a Roma. Dinamiche ambigue e complesse alimentano ancora oggi la pista dell’omicidio politico.
Un intreccio investigativo
Fin dall’inizio le indagini sull’omicidio di Piersanti Mattarella appaiono opache, contraddittorie, alimentando divisioni. Si tratta di un delitto puramente mafioso o il frutto di un disegno più ampio, in cui interessi politici, economici e istituzionali si uniscono? Le confessioni dei pentiti, le accuse reciproche e i repentini cambi di rotta degli inquirenti alimentano per anni il sospetto di un intreccio complesso. Solo nel 1995, dopo le rivelazioni di Tommaso Buscetta e di altri collaboratori di giustizia, la Corte di Cassazione condanna i vertici della “cupola” – Riina, Greco, Provenzano, Brusca, Calò, Madonia e Geraci – come mandanti dell’omicidio. Resta però un interrogativo: chi è stato l’esecutore materiale del delitto?
Le due piste
Anche in questo caso, la risposta è tutt’altro che definitiva. In un primo momento è Cristiano Fioravanti a puntare il dito contro il fratello Valerio “Giusva” Fioravanti, leader dei nuclei armati rivoluzionari, e contro Gilberto Cavallini, altro esponente del gruppo neofascista. Una tesi, quella della possibile cooperazione tra mafia e terrorismo nero, sostenuta anche dal magistrato Giovanni Falcone, convinto che la pista mafiosa possa rappresentare solo una copertura per motivazioni politiche rimaste nell’ombra. Tuttavia, l’assenza di prove concrete e le successive ritrattazioni hanno portato al progressivo abbandono di questa linea investigativa. Da gennaio di quest’anno, infatti, l’attenzione degli inquirenti si è nuovamente concentrata su Antonino Madonia e Giuseppe Lucchese, entrambi boss pluriergastolani di cosa nostra, tornando ad una lettura esclusivamente mafiosa del caso.
“La pista nera è ancora valida”
Ma questa versione non convince tutti. Il chiaro depistaggio istituzionale e il voluto inquinamento delle indagini da parte di membri dell’amministrazione pubblica, rende evidente che non si sia trattato di un semplice omicidio di mafia. Difatti, diversi sono gli elementi che tengono ancora aperta quella che viene definita “pista nera”, primo fra tutti la chiara consapevolezza sui contatti avvenuti tra cosa nostra e ambienti eversivi, come affermato dalla sentenza della Corte d’Assise di Bologna, confermata dalla Corte di Cassazione. La gestione dell’automobile utilizzata dai sicari, il camuffamento delle targhe e le armi utilizzate, inoltre, si discostano dalla prassi tipicamente mafiosa. C’è dunque l’idea, proposta da Falcone e portata avanti anche da Salvatore Butera, consigliere economico e amico di Piersanti Mattarella, di uno scambio di favori tra malavita e terrorismo nero.
Il guanto scomparso
Tra i tanti misteri che ruotano intorno al caso, c’è anche un guanto, quello che l’allora ministro dell’Interno Rognoni ha definito in parlamento “l’unica prova che potrebbe appartenere ai killer”. Ritrovato nella macchina usata per l’agguato al presidente Piersanti Mattarella, sarebbe potuto servire a identificare il dna degli assassini. Qualcosa però è andato storto: il guanto è sparito in breve tempo, senza lasciare tracce, infittendo ancor di più un grande mistero su cui si indaga ancora oggi.
Il depistaggio
Intorno alla strana sparizione si è accesa una luce dopo 45 anni. Secondo il procuratore capo di Palermo, Maurizio De Lucia, un ruolo in tutto sarebbe stato attribuito a Filippo Piritore, all’epoca dei fatti funzionario della squadra mobile della polizia. Le accuse riguardano dichiarazioni false e omessioni di o dettagli rilevanti riguardo sulla prova scomparsa. Piritore avrebbe infatti dichiarato di aver consegnato il guanto a Giuseppe Di Natale, membro della polizia scientifica, che a sua volta lo avrebbe dovuto consegnare all’allora magistrato Pietro Grasso.
Qualcosa non torna
La ricostruzione fornita non sembra però essere attendibile. Di Natale nega di aver mai conosciuto Piritore, mentre Grasso afferma di non aver ordinato che gli venisse consegnato nulla. Per di più, da racconto dell’ex funzionario emerge anche un altro personaggio. Si tratta di un tale Lauricella, un uomo che però non è mai stato identificato. Piritore ha riferito che proprio lui avrebbe dovuto riportare alla scientifica il guanto, nel momento in cui il pm ha chiesto ulteriori analisi sul reperto.

