Sono passati 56 anni esatti da quando Giuseppe Pinelli è mortoprecipitando dalla finestra della questura di Milano. Era il 15 dicembre 1969, tre giorni dopo la strage neofascista di Piazza Fontana che provocò 17 vittime . All’epoca, molti lo consideravano tra i sospettati semplicemente perché anarchico. Giuseppe Pinelli, morto da innocente mentre era sotto custodia dello Stato, è stato successivamente riconosciuto come la diciottesima vittima. Abbiamo ascoltato Claudia, la figlia più piccola, che all’epoca aveva otto anni. Ci ha raccontato di suo padre e della coraggiosa lotta di sua madre, Licia Rognini, morta nel 2024, che per cinquantacinque anni ha chiesto verità e giustizia. #Noi Antimafia ha voluto raccontare la loro storia nella prima puntata del podcast “Colpe di Stato” nella versione integrale, perché, come diceva Licia Rognini: “Giustizia è che la gente sappia la verità”.
Ci racconti Pino e Licia quando erano ragazzi?
«Pino e Licia si sono conosciuti a un corso di esperanto, ma Licia non l’ha mai imparato: era Pino che le scriveva le lettere, lui che avrebbe voluto insegnarlo. Il primo bacio arriva dopo sei mesi, ma nel frattempo Pino la va a prendere al lavoro tutte le sere e le porta ogni sera un pacchetto di caramelle. Sono due persone molto diverse. Pino è molto estroverso, comunicativo, giocoso. Licia invece è molto seria, riservata. Lui proviene da una famiglia molto povera. Quando si incontrano Rosa e Alfredo, i suoi genitori, lei ha 18 anni ed è cresciuta orfana. Alfredo, che è più grande di lei, è già stato sposato. Non c’è il divorzio, rimarranno insieme tutta la vita senza sposarsi mai. E lui riconoscerà i figli, Giuseppe e Liliana. Pino deve lasciare molto presto la scuola, fa il magazziniere, il garzone: il suo primo datore di lavoro è un anarchico, che a questo ragazzino intelligente parla di anarchia e dà dei libri da leggere. A 15 anni Pino, cresciuto negli anni del fascismo, diventa una staffetta partigiana a Milano. Sceglie un modo di stare al mondo, lo stesso che lo porterà a studiare una lingua universale col sogno di abbattere ogni frontiera».
E Licia?
«Licia proviene da una famiglia di operai. Il padre, Giovanni, è un ebanista di Senigallia, nelle Marche. Arrivano a Milano perché non prendendo la tessera del Partito Fascista lui non trova più lavoro al paese. Tramite un avvocato ebreo riesce a ottenere un posto da operaio alla Pirelli. Qui lo raggiunge Irma, sua moglie, con questa bambina di un anno e mezzo, Licia, che cresce in una casa con il bagno sul ballatoio. Anche lei comincia a lavorare presto, ma il bombardamento della città di Milano provoca un enorme spavento, così Irma decide che i figli devono andare dalla sorella a Roma, dichiarata città aperta. Viaggiano da soli. Mia madre ha 14 anni, i fratelli 9 e 6. A Roma si avvicina al Partito Comunista. Quando tornano, con un viaggio incredibile sui camion, l’atmosfera che trova all’interno della sezione del partito è diversa da quella che c’era a Roma. Quando le danno della reazionaria perché non vuole andare a vendere le mimose per l’8 marzo si offende a morte, straccia la tessera del Partito e non ne avrà mai più una. Avere 40 anni nel ‘69 voleva dire aver attraversato questo mondo, una guerra mondiale. E viene da chiedersi che cosa hanno visto, vissuto? Che cosa sentivano? Questo ti rende la persona che sei».
E com’era Pino?
«Pino aveva molti amici che erano ragazzi, e tutti mi hanno raccontato la stessa cosa: ci siamo trovati con una persona grande, adulta, che non ci trattava con supponenza, ci ascoltava e si confrontava con noi. Autorevole ma non autoritario, molto diverso rispetto a quello che vivevamo in casa, spesso un padre che decideva la tua vita, quello che dovevi diventare, quello che dovevi essere».
Poi nasce una famiglia…
«Nel ’55 Pino vince il concorso per le ferrovie e finalmente sposa Licia. Nel ’60 nasce mia sorella Silvia, l’anno dopo io, e Licia perde il lavoro in ufficio appena resta incinta. Lavora da casa, battendo a macchina le tesi degli studenti universitari. C’è un mondo in fermento là fuori, e arriva in casa portato da loro, dai professori dell’Università Cattolica che si fanno trascrivere a macchina i loro lavori. C’è una volontà di cambiamento, che non succeda mai più quello che hanno dovuto vedere e subire. C’è l’idea che tutto quel che accade nel mondo ci riguarda, ecco perché l’esperanto. Era il loro modo di intendere il mondo. Poter ampliare i propri orizzonti anche con una tesi che non ti limiti a trascrivere. Ne discuti e ti permette di continuare a crescere. Loro erano così. E Pino era un tramite tra generazioni. Si mischiavano modi di vedere, di pensare, si parlava tantissimo di politica, e non necessariamente si era tutti d’accordo, ma era il bello del confronto».
Torniamo a Pino
«Pino è conosciuto come ferroviere anarchico. Però era tante altre cose. È stato partigiano, esperantista, aveva una famiglia, aveva tanti compagni, aveva amicizie. Quante cose che non si sanno ci sono dietro quell’etichetta. La nostra era una vita normale, forse era normale che in una casa popolare ci fosse la porta aperta, fosse sempre piena di gente. Forse per questo i primi che si sono mossi sono proprio questi amici».
Quando è cambiato tutto…
«Non si percepiva allora che ci fossero trame pronte ad ostacolare quell’ entusiasmo e quella speranza di un futuro diverso. Ingenuità? Forse, e ben venga. Oggi sappiamo che il nostro telefono era già sotto controllo da quando io avevo 4 anni. La tensione, però, cresce negli anni. Nel ‘69 arriva l’autunno caldo: con 145 attentati in tutta Italia, scontri con i fascisti nelle piazze, e cariche della la polizia durante le manifestazioni. A novembre la morte del poliziotto Annarumma in Via Larga, in seguito a una manifestazione per il diritto alla casa. Quell’anno Pino era più teso e preoccupato. Era molto impegnato nel sindacato, nel movimento anarchico. Aveva dato solidarietà, insieme ad altri, alle ragazze e ai ragazzi arrestati per gli attentati precedenti alla strage di Piazza Fontana, incarcerati con accuse che avrebbero comportato fino a sei ergastoli. Si faranno, da innocenti, 18 mesi di carcere, tra i 19 e i 21 anni».
Chi erano allora i giovani anarchici che poi diventeranno uno spauracchio?
«Giovani. Qualcuno stava facendo l’università, qualcuno sperando di avere una vita. Alcuni di loro facevano dei piccoli attentati dimostrativi: mettevano i petardi di notte davanti al portone chiuso dell’ambasciata spagnola, dove allora c’era la dittatura di Franco, per protesta perché gli oppositori politici in Spagna venivano condannati alla garrota. Erano altri quelli che mettevano le bombe. Questo modo di agire politico non era quello di Pino, ma lui non voleva farli sentire soli. Ha riattivato la Croce Nera Anarchica, una struttura di solidarietà politica internazionale per gli oppositori politici. Cercava di dimostrare la loro innocenza. E mandava pacchi, libri, lettere. L’ultima la scrive quel 12 dicembre del 69, quando la rete si chiude anche su di lui. “Anarchia non è violenza, la rigettiamo, ma non vogliamo nemmeno subirla. Anarchia significa ragionamento e responsabilità”. E questo rimane il suo testamento».
Come si arriva al 12 dicembre?
«Quell’anno Pino viene minacciato dalla polizia, si accorge di essere seguito. Ma fa tutto alla luce del sole. In una nota dei servizi segreti civili si legge che Giuseppe Pinelli era da considerarsi pericoloso per l’ordinamento democratico. Perché faceva politica. Partecipa alle manifestazioni, si occupa di antimilitarismo, denuncia le malattie sul lavoro e la silicosi nelle fabbriche, parla di non violenza e di obiezione di coscienza alla leva, quando era illegale opporsi al servizio militare. Insieme ad altri, prova a cambiare il mondo. Ma nel frattempo, quanti morti ci sono già stati nelle piazze? I morti di Avola, i morti di Battipaglia, i morti di Reggio Emilia, cioè morti di lavoratori che erano nelle piazze per chiedere maggiori diritti».
E la risposta?
«Lo Stato è repressivo, vuole mantenere lo status quo e utilizzerà una manovalanza nazifascista che invece vuole sovvertire tutto, per tornare ad avere un regime forte. Quindi le bombe, per poter dire “abbiate paura, chiudetevi in casa”. Strategia della paura. Colpiamo le banche, le stazioni, abbiate paura, rimanete in casa. La sicurezza ve la diamo noi. Tutto ciò che vuole cambiare, sovvertire questo mondo è il pericolo. E chiunque partecipi a questo se l’è cercata».
Un piano strutturato?
«Sì, con polizia o i servizi segreti che diventano uno strumento. C’è un convegno nel 1965 all’hotel Parco dei Principi cui partecipano politici, appartenenti ai servizi segreti, militari fascisti, in cui vengono messe le basi di quella che viene considerata una guerra a bassa intensità, dichiarata da una parte sola. Avrebbe fatto delle vittime ma si dovevano mettere in conto: 17 morti in Piazza Fontana, alla Banca Nazionale d’Agricoltura, 8 a Brescia in Piazza della Loggia, 80 a Bologna. E poi sui treni».
Bisognava trovare un colpevole…
«Dare la responsabilità a chi non ha seguito. Gli anarchici erano una frangia della sinistra non strutturata in partito, un movimento molto eclettico e quindi facili da colpire. Anche dopo, anche prima. Pensavano anche che nessuno si sarebbe mosso in difesa di chi loro avrebbero accusato. E sono inciampati in Giuseppe Pinelli. Nella sua morte e nel tentativo di dare un’immagine di una persona che non corrispondeva ai tanti che l’avevano conosciuto, e che si sono mossi con estremo coraggio. In un tempo in cui si era isolati, si dormiva fuori casa per paura degli arresti, si aveva paura del colpo di stato».
Invece, quando arrestano lui cosa succede?
«Pino era una persona conosciuta. C’è una reazione che lo Stato non si aspetta. Gli anarchici indicono immediatamente una conferenza stampa dopo l’arresto di Pietro Valpreda (anche lui anarchico e accusato della strage) e la morte di mio padre, in cui i suoi compagni affermano che Valpreda è innocente, che Pinelli è stato assassinato, che la strage è di Stato. il Corriere della Sera intitola “farneticante conferenza stampa degli anarchici a Milano”. Ma si muovono anche professori e assistenti universitari, i socialisti. E una vedova, una donna che è rimasta da sola e invece di piangere dice “No, le cose non sono andate come voi le avete raccontate”. Che coraggio».
Ci racconta la notte del 15 dicembre dal suo punto di vista?
«Noi siamo state svegliate da Licia, che ci fa vestire dicendo: “È successa una cosa molto grave al papà. Poi vi dico tutto”. C’è Elisabetta che con e Bruno ci prendono, ci portano a casa loro. Successivamente ho saputo che quella notte, quando suonano alla nostra porta, Licia va ad aprire e viene abbagliata dai flash dei fotografi. Un giornalista le dice che mio padre si trova in gravissime condizioni all’ospedale Fatebenefratelli perché si è buttato, o è precipitato, non so esattamente, giù da una finestra. Subito dopo arrivano i giornalisti Camilla Cederna, Corrado Stajano, e Panza che mia madre tiene sulla soglia. Mia nonna, la mamma di Pino, dormiva con noi: sentendo il trambusto, si veste ed esce di casa all’una di notte per cercare di raggiungere l’ospedale. Licia, invece, telefona in questura e parla con il commissario Calabresi, a cui dice: “Sono arrivati i giornalisti, mi hanno detto che mio marito si trova in gravissime condizioni all’ospedale. Perché non sono stata avvisata?”. E si sente rispondere “Ma sa signora, abbiamo tanto da fare”. E basta».
E poi?
«Ci sveglia, questi amici ci portano a casa loro e Bruno e pochi altri l’accompagnano in ospedale, dove trova la nonna Rosa che sta vagando per le corsie dell’ospedale, nessuno le ha detto niente. Un infermiere ha ritirato il modulo dall’obitorio, quindi capisce che deve essere morto. Glielo faranno vedere sul tavolo dell’obitorio».
Cosa sapete di quello che è successo prima?
«Che è precipitato da quella finestra nel corso di un interrogatorio, e nessuno è sceso nel cortile. Un giornalista, Palumbo, dell’Unità, era uscito a fumare una sigaretta: si avvicina a Pino che non è ancora morto. Alza lo sguardo e vede delle persone affacciate a quella finestra. Sappiamo che l’ambulanza è stata chiamata prima della precipitazione dalla finestra. Che un poliziotto sale sull’ambulanza e uno entra nella sala operatoria in cui tenteranno di salvargli la vita, ma le conseguenze della caduta sono troppo gravi».
Tu, a quel punto, che emozioni ricordi?
«Il terrore della sera del 12: hanno rovesciato a terra qualsiasi cosa si trovassero in mano. Ricordo un gruppo di uomini ma non le divise. Ricordo uno lamentarsi per la quantità di carta, e il contenuto di cassetti rovesciato sul pavimento. E poi, dopo, Licia che deve dire a noi bambine cosa è successo, così ci dice che è gravemente ferito, che dobbiamo pregare che magari c’è un miracolo. E mia sorella le chiede chi gli ha fatto del male e lei risponde: “Dei poliziotti”, “Quindi sono tutti cattivi?” e lei dice: “No, non sono tutti cattivi”. Non vuole togliere a noi la speranza, che non c’è già più perché Pino è morto. Silvia ha solo un anno in più ma l’ha capito. Io no, io mi fido e sono certa che si salverà. E poi lei ce lo deve dire. Ma nel frattempo noi veniamo spostate da una casa all’altra, non vediamo Licia per quello che a noi sembra tanto tempo, arriva lo zio di Padova e ci porta a casa sua. Non partecipiamo al funerale di Pino, Licia non se la sentiva. Cercano di non farci vedere i giornali, di non farci sentire la televisione, di proteggerci, poi arriva Licia e ci dice che è morto. Ricordo questo dolore sordo e cercare di capire cosa vuol dire morire, non vedere più il papà che ti faceva giocare, ti portava alle giostre, ti prendeva il gelato, ti portava al circolo anarchico, dove noi bucavamo con l’ombrello il polistirolo. Non vedere più la casa piena di gente allegra. Tutto svanisce, non c’è più nulla».
Cosa vedi, a ripensarci oggi?
«Erano giovanissimi: la moglie di mio zio, il fratello di Licia, aveva 26 anni. Aveva tre figli, e aveva noi due. Ci ha protetto. Penso a loro, a come possono aver vissuto tutto e nello stesso tempo prendere in mano una situazione del genere cercando di non farlo pesare a noi, mostrare leggerezza, speranza. Penso a tutti quelli che ci stavano intorno, dai vicini di casa ai fratelli di Licia, alla sorella di Pino, alla mamma di Pino, al papà di Pino, ai genitori di Licia. Pensa che cosa si è abbattuta su tutti! Per fortuna in quella situazione c’era lei, che ha avuto la forza di non credere a quello che veniva detto. Perché Pino lo conosceva molto bene, perché abitavamo in due locali, perché la vita di Pino e la sua erano in simbiosi. Per noi c’è stato anche l’affidarsi a Licia, rimasta come roccia a cui ci si poteva aggrappare e senza fare un passo indietro. In quel momento era da sola. E aveva pochi amici che cercavano di starle vicino. Non più di sei. Quando il colpevole era Valpreda, Pino si era suicidato. Per l’opinione pubblica, la televisione, la versione era quella».
E allora, cosa fare?
«Licia vuole cambiare una narrazione. E quanto costa provarci, provare a denunciare il questore, la prima donna in Italia a querelarlo per diffamazione, perché, dice: “alla morte non potevo porre rimedio, ma a quello che avevano detto su Pino, ho provato a porre rimedio”. Prova a entrare in un’aula di tribunale e rimbalza contro un muro di gomma e continua a riprovarci, cerca di non dargli la vinta. Ma viene archiviata sempre e comunque».
Nel frattempo?
«Ci sono i processi, c’è Licia che si fa carico di tutto, ma c’è anche la storia del nostro Paese, le bombe che si ripetono e i morti nelle strade. Da Roberto Franceschi, ucciso dalla polizia davanti alla Bocconi, a Brasili che è stato ucciso dopo essere stato inseguito dai fascisti perché aveva staccato un adesivo MSI da un palo. Siamo cresciute in quella realtà. In cui la violenza ha avuto il sopravvento sulla bellezza. Poi nel ‘73 c’è una strage davanti alla questura di Milano, il giorno dell’inaugurazione del busto al commissario Calabresi, ucciso l’anno prima. La morte di Calabresi la ricordo come un momento di paura e di terrore per le telefonate anonime che arrivavano a casa, le lettere anonime che arrivavano per posta. Non gli importava che rispondesse un bambino. Quel giorno un sedicente anarchico tira una bomba quando ormai la cerimonia è finita, sono andati via tutti, e ci sono delle persone in coda per rinnovare il passaporto. Lui lancia la bomba e dice di essere un anarchico e che l’ha fatto per vendicare Pinelli. Ci vorranno anni per dimostrare che era stato addestrato in Israele, che aveva rapporti con i servizi segreti. E poi nel ‘74 la strage in Piazza della Loggia a Brescia, la bomba nel cestino dei rifiuti durante una manifestazione sindacale. Noi vivevamo tutto sulla nostra pelle. Ogni persona colpita la porti con te e accompagna i sopravvissuti. Fino alla stazione di Bologna. Non lasci indietro nessuno e ti fai carico. E intanto cerchi di diventare grande, vivere la tua vita, prendere le distanze dalla tua storia, non vuoi essere la figlia di Pinelli, vuoi essere Claudia».
Licia come vi ha cresciute?
«Ci ha permesso di scegliere. Sarebbe stato più facile scaricare su di noi il dolore e la rabbia, mai lei ci ha trasmesso la dignità. Ha deciso di agire nell’ambito della legalità, seguendo le procedure a sua disposizione, perché credeva di vivere in uno Stato di diritto, dopo la fine del fascismo. Ha dovuto ricredersi, dopo la sentenza della Cassazione, ha deciso di non ricorrere, dichiarando la sua totale sfiducia nello Stato. E’ arrivata a Ce l’hanno portata a questo sconforto, ma si è ribellata all’idea che fosse solo una vedova di un uomo che aveva ancora una vita da vivere».
Su di voi, che effetto ha avuto?
«Non vuoi dare altri dolori a tua madre, la vuoi proteggere comunque, anche se lei è più forte di te. Tu devi conquistare la tua indipendenza, diventare una persona adulta. E a un certo punto devi scegliere se raccogliere il testimone e portare avanti una testimonianza, o che tutto finisca».
Come sono stati gli anni seguenti?
«Tornavamo a casa, alle 5:30 al buio, e dovevamo ricordarci di chiudere la chiave perché non era più come prima. C’era una paura che non puoi esternare, perché ognuno stava soffrendo per sé. E allora te la devi gestire da sola e hai 8 anni, poi ne hai 9, poi ne hai 10 e sei sempre la figlia di Pinelli e poi vai alle medie, ma sei sempre la figlia di Pinelli. Vai a comprare i libri usati quando cominci il liceo e “Sei la figlia di Pinelli? Allora per te i libri sono gratis”. E tu sbatteresti la testa contro un muro e dici “Non è possibile”. Torni a casa mesta con quei libri usati di scuola e dici “Io non uscirò mai da quella situazione”. E poi cominci il liceo e l’insegnante che accoglie la tua classe ti dice “Ah, Pinelli. Sai che ti ho voluto in questa classe perché ti volevo nella mia classe”. E allora sì, hai rabbia e hai anche la necessità di accantonare».
Cosa ha lasciato Licia?
«Tracce scritte di sé, di Pino, di quello che è stata la loro vita prima e di quello che è stato il dopo, che hanno voluto imporle. È importante portare avanti una testimonianza e quindi anche accettare. Per molto tempo io non volevo essere la figlia di Pinelli. Ma io sono la figlia di Pinelli, di Pino e anche di Licia. Che erano persone assolutamente complementari. E che si sono profondamente amate. Che insieme hanno vissuto 17 anni. E poi lei ne ha passati 55 alla ricerca di una verità e di una giustizia con la paura che potesse succedere qualcos’altro, che potessero colpire qualcun altro, lei stessa. E allora tutti insieme cerchiamo di metterci dei cerotti sulle ferite dell’anima e ognuno ha il suo modo. E cerchiamo di andare avanti. E poi arriva quel momento in cui dici “Sì, però adesso basta, raccontiamocela”. Quello che ho vissuto io, quello che hai vissuto tu, confrontiamo. E raccontami di Pino. Da vivo. Perché Pino non è un simbolo. È stata una persona che ha vissuto il suo tempo, se ricostruisci la sua vita ritrovi la vita di tante persone».
Cosa ha guidato Licia nelle sue scelte, negli anni?
«Era convinta che non spettasse a lei investigare, ma che fosse compito dello Stato accertare eventuali responsabilità dei suoi appartenenti. Quella notte, in quella stanza, c’erano almeno sei persone e lei pretendeva che ciascuna raccontasse esattamente quello che è avvenuto».
Immagino che si passi molto tempo a chiedersi “perché a me?”
«Forse è la prima domanda che si affaccia alla mente e periodicamente riappare, ma credo se la facciano in tanti. Alla fine accetti, perché le cose sono andate così e non esiste il “se l’è cercata”: quello è È un alibi che si fanno gli altri. È successo a tuo padre perché era anarchico, perché faceva politica. Se Carlo Giuliani non fosse andato in manifestazione a quel luglio a Genova, se quella ragazza non avesse portato la minigonna…è la stessa mentalità. No. C’è stata la violenza di qualcuno che ha deciso che la tua vita non dovesse più compiersi».
Che risposta ti sei data?
«Pensavano di aver colpito dei figli di nessuno, per cui nessuno si sarebbe mosso. Il giudice disse: “non pensavamo che un anarchico avesse tanti amici”, un altro che Giuseppe Pinelli frequentava “persone di sopra della sua classe sociale”. Tante persone si indignano per la morte di una persona all’interno di una questura, professori e assistenti universitari scrivono ai giornali dicendo “Abbiamo conosciuto un altro Pinelli, restituiteci quello che abbiamo conosciuto noi”. Così come non si aspettavano che Federico Aldrovandi non fosse un figlio di nessuno, che Stefano Cucchi avesse una famiglia che probabilmente pensava che una cosa del genere a loro non sarebbe mai potuta capitare. E allora ognuno di noi può essere il prossimo capro espiatorio. Dopo che hanno usato il tempo per diluire l’indignazione, capovolgono la narrazione e la vittima diventa il colpevole, per creare una distanza con l’opinione pubblica. Quando tutto questo non funziona, ti offrono la retorica della mela marcia. Però se io vado dal fruttivendolo, compro delle mele e quando torno a casa una mela è marcia, io non mi rivolgo alle mele, mi rivolgo al fruttivendolo. C’è un sistema che non vuole riconoscere che ci sono aberrazioni al suo interno. Offre il capro espiatorio, ma il sistema è salvo. La storia, la memoria dovrebbero servire a questo: riconoscere i meccanismi per non cadere nelle stesse trappole».
Che idea ti sei fatta di quello che è successo quella notte?
«Io non penso che gli servisse Pino morto. Gli è sfuggito di mano. È stato un incidente sul lavoro. Penso che Pino sia stato ucciso ed è stato ucciso nel momento in cui è entrato in quella questura e si è visto negare tutti i suoi diritti. E continua a essere ucciso da una giustizia negata. Io non so se l’hanno creduto morto, di sicuro in quella stanza è successa qualche cosa. In ogni caso era stato trattenuto illegalmente per oltre 72 ore. E senza poter mangiare, senza poter dormire, sottoposto a pressione. Non so. Non sono io che devo dare quella risposta che Licia doveva ricevere».
Non c’è mai stata neanche una parola?
«Abbiamo avuto un barlume, quando siamo state invitate al Quirinale dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Il primo atto istituzionale di scuse. Abbiamo potuto sentire parole importanti da parte della più alta carica dello Stato: “Rispetto e omaggio per la figura di un innocente, Giuseppe Pinelli, vittima due volte di infondati sospetti di un’assurda fine”. Quanto sono importanti le parole? C’è una sentenza del giudice D’Ambrosio che parla di malore. Il presidente della Repubblica parla di un’assurda fine. Però invece di ascoltare quelle parole si è dato più peso a una stretta di mano tra due vedove che hanno sempre riconosciuto e rispettato una il dolore dell’altra. Però la storia non la fai così. Non esiste una pacificazione dove non esiste una verità. Quella storica è stata faticosamente conquistata grazie al lavoro pervicace, estenuante, importante di Licia e delle persone che le sono state vicine».
Cos’altro è servito?
«Ha contribuito moltissimo il mondo artistico. Se non ci fossero stati Dario Fo, Franca Rame e “Morte accidentale di un anarchico” che viene rappresentato ancora adesso in tutto il mondo, quanto sarebbe rimasto di Giuseppe Pinelli? Si doveva dimenticarlo. Senza l’opera coraggiosissima di Enrico Baj “Il funerale dell’anarchico Pinelli”? Il mondo dell’arte non ha permesso che si passasse oltre. Ci sono stati libri, poesie, canzoni. Quanto hanno contato le canzoni? Come la “Ballata di Pinelli” scritta nel momento dei funerali a Mantova da questi quattro anarchici, ragazzini, che avevano partecipato ai funerali e che scrivono le parole e la adattano a quella musica che intanto stavano ascoltando su un disco. Quanto contano le poesie, i libri? Magari non conosci la storia, però la canzone l’hai sentita. E magari c’è una ragazza e un ragazzo che si chiedono “Ma questo Pinelli chi era? Chi è?”».
C’è ancora qualcuno che possa riempire i vuoti?
«Penso che ancora debbano proteggere qualcuno, perché i giornalisti sono andati a cercare persone che erano presenti in quella stanza, e ci sono video in cui uno di loro urla: “Pinelli se l’è cercata”. Ma non aggiungono altro, si attengono a quanto avevano detto».
Come si vive il dopo?
«Ci si prende la responsabilità. Si fa in modo che quello che è avvenuto non determini la tua vita. Non puoi tenerlo sotto la cenere. Devi farlo emergere, elaborarlo, accompagnarlo e farti accompagnare. Io so che Giuseppe Pinelli adesso è conosciuto da tanti, anche se sicuramente non da tutti. L’abbiamo raccontato nelle scuole, nei circoli, dove ce lo chiedevano. Licia e poi tanti altri se ne sono fatti carico. Abbiamo cercato di restituirne la vita e non solo la morte perché Giuseppe Pinelli ha vissuto 41 anni, e quella vita è stata una vita vera, piena. Non è stato solo una vittima, ma una persona che ha vissuto».

