Ci sono storie che non appartengono solo alla memoria collettiva, ma restano incise nel dolore privato di chi è sopravvissuto. Emanuela Loi non è soltanto la prima agente donna della Polizia di Stato morta in servizio per mano della mafia: è una figlia, una sorella, una ragazza che amava la sua Sardegna e la sua famiglia, e che non si è mai tirata indietro davanti al dovere. Il 19 luglio 1992, a Palermo, la sua giovane vita viene spezzata dall’autobomba di via D’Amelio insieme al giudice Paolo Borsellino e agli altri agenti della scorta.
A raccontarla oggi è Maria Claudia, sua sorella, che a Noi Antimafia affida un ricordo intimo e doloroso: la storia di una famiglia distrutta dalla violenza mafiosa, di un padre morto di crepacuore e di una madre che, da quel giorno, non è più uscita di casa. Un racconto che restituisce a Emanuela non solo il ruolo di simbolo, ma soprattutto il volto umano di una donna che ha scelto di non voltarsi dall’altra parte.

Chi era Emanuela Loi?
«Emanuela, che in famiglia abbiamo sempre chiamato Manuela, era una ragazza normale, semplice, dai lineamenti molto delicati. Era gentile, positiva, gioiosa. Una donna di sani principi, con un grande senso del dovere. La sua aspirazione, sin da piccola, era fare la maestra. Infatti si è diplomata all’istituto magistrale insieme a me. Avendo solo un anno di differenza, uscivamo sempre insieme: avevamo le stesse amicizie, condividevamo le stesse esperienze».
Come nacque la decisione di entrare in polizia?
«Quando uscì il primo concorso di polizia aperto alle donne provò a partecipare seguendo la mia passione. Ero io che volevo fare la poliziotta, non lei. Emanuela venne per farmi compagnia, perché facevamo sempre le stesse cose, anche gli stessi concorsi. Lei prese un voto molto alto nei test psicoattitudinali e fu chiamata subito a Roma per la seconda prova, che durò quattro giorni. Superò anche quella selezione. Dopo due mesi, il 20 settembre 1989, ricevette la raccomandata per il corso di arruolamento: sei mesi a Trieste, poi a marzo fece il giuramento».
Fu difficile per lei iniziare questo percorso?
«All’inizio sì, molto. Era una donna molto legata alla famiglia, non abituata a stare lontana da casa. Sentiva tanto la nostalgia. Ma ripeteva sempre che ce la doveva fare. Quando pensava di non riuscire in qualcosa, faceva di tutto per riuscirci. Era così: affrontava le difficoltà, non si tirava mai indietro. Sapeva che il suo lavoro era a rischio e, nonostante questo, non ha mai fatto un passo indietro».
Quando seppe della prima destinazione?
«Dopo il giuramento. Si avvicinò a me e a nostro padre e disse: “Mi hanno dato la destinazione”. Le chiedemmo dove e lei, scherzando, rispose: “A Palermo, dove c’è la mafia”, con quel suo sorriso dolce. Io rimasi gelata. Per noi sardi Palermo era una città pericolosa, la associavamo alla mala. Lei invece cercava di tranquillizzarci: “Non preoccupatevi, vediamo come mi trovo”».
Quali furono i primi incarichi?
«Fu assegnata al commissariato Libertà. Piantonava il palazzo della famiglia Mattarella, dove abitava anche Piersanti Mattarella prima del suo assassinio. Poi prestò servizio nella casa del prefetto. Andava nelle zone più a rischio di Palermo, come lo Zen, con il camper trasformato in posto di polizia. Faceva anche piantonamenti negli ospedali, ai mafiosi ricoverati».
Come entrò nella scorta del giudice Borsellino?
«Dopo la strage di Falcone venne rafforzato il programma di protezione. Lei entrò nell’ufficio scorte: non sappiamo se fu una sua scelta, ma alcuni colleghi ci hanno detto di sì. Servivano persone dopo il 23 maggio 1992. Dopo poco tempo iniziò il servizio, erano i primi di giugno».
Sapevate chi avrebbe protetto?
«No. Ci disse solo che era felice di essere entrata nell’ufficio scorte, perché era considerato un incarico di prestigio. I nostri genitori però erano molto preoccupati, conoscendo la situazione a Palermo».
Aveva paura?
«A noi non lo ha mai fatto vedere. Diceva certe cose solo per tranquillizzarci. Ci chiamava quasi ogni giorno dalla cabina telefonica, perché allora non c’erano i cellulari. Era preoccupata, sì, ma cercava di nasconderlo».
Cosa ricorda del giorno della strage?
«Ricordo tutto, è un trauma che non passa. Emanuela era stata in vacanza in Sardegna fino al 14 luglio. Doveva rientrare a Palermo con la febbre e mamma le consigliò di restare, ma lei rifiutò perché un collega non sarebbe potuto andare in ferie. Prese una tachipirina e partì. Era fatta così, altruista, pensava sempre agli altri. Io ero al lago di Garda. Poco prima delle 17 pensai a lei, volevo scriverle una cartolina. Chiamai a casa e mamma, agitata, mi disse che era successa una strage a Palermo e che dovevo chiudere perché aspettava la chiamata di Emanuela…»

