Da residenza classicheggiante a lussuosa dimora della banda della Magliana e, infine, tempio della musica e della cultura: la storia di Villa Osio – oggi Casa del Jazz – è caratterizzata da un continuo intrecciarsi tra passato e presente. Passato che ora riaffiora con forza. La struttura è infatti di nuovo al centro dell’attenzione per gli scavi, avviati dall’ex giudice Guglielmo Muntoni, per il recupero della galleria sotterranea che sembra essere particolarmente adatta alla coltivazione di funghi. Ma ciò che si nasconde sotto l’ex villa potrebbe essere più interessante, ed inquietante, di una semplice fungaia.
La storia della villa
Progettata nel 1937 su commissione dell’avvocato Arturo Osio, dal quale prende il nome, la villa nasce dalla ristrutturazione di un casale seicentesco nei pressi di Porta Ardeatina. Un edificio elegante, impreziosito da mosaici e richiami all’iconografia della Roma antica. Dietro quella facciata signorile, però, si cela una storia destinata a intrecciarsi presto con i lati più oscuri della capitale: nel 1983, dopo quasi quarant’anni, l’immobile passa nelle mani di Enrico Nicoletti, considerato il cassiere della banda della Magliana. Un passaggio che, secondo alcune ricostruzioni, sarebbe avvenuto con la presunta intercessione del cardinale Ugo Poletti, lo stesso porporato che, pochi anni dopo, autorizzerà la tumulazione di Enrico De Pedis, boss della criminalità romana, nella Basilica di Sant’Apollinare. Una decisione che, ancora oggi, solleva dubbi e perplessità.
La confisca e la riqualificazione
La parabola criminale di Nicoletti si interrompe nel 1984 con le condanne per estorsione ed associazione a delinquere. All’inizio degli anni 2000 la villa viene quindi confiscata dallo Stato. Solo allora si apre un nuovo capitolo della sua storia: un lungo restauro ne ripristina l’aspetto originario e, nel 2005, l’edificio rinasce come Casa del Jazz, divenendo uno dei centri culturali più importanti della città. Una riqualificazione che non cancella il passato, ma lo rende parte integrante della sua identità, come ricorda la lapide commemorativa con i nomi delle vittime di mafia che si trova al suo ingresso. Insomma, tutto bene quel che finisce bene, se non fosse che questa storia, forse, non è affatto finita.

L’inizio degli scavi
Lo scorso 13 novembre sono infatti iniziate le ricerche nei sotterranei della Casa del Jazz, su indicazione di Muntoni, presidente dell’Osservatorio sulle politiche per il contrasto alla criminalità economica della Camera di commercio di Roma. L’operazione, giustificata da un progetto di riqualifica della galleria sotterranea, ritenuta idonea alla coltivazione fungina, ha in realtà come obiettivo la ripresa degli scavi interrotti circa trent’anni fa per mancanza di fondi. Al centro delle indagini c’è un tunnel murato da decenni, che potrebbe nascondere armi, gioielli o addirittura i resti di chi aveva dato troppo fastidio alle persone sbagliate.
Due importanti testimonianze
Franco Piacentini, inquilino della dimora tra il 1948 e il 1968, racconta che il sottopassaggio conduceva ad una cantina dalla quale era possibile scendere fino alle catacombe. Una versione confermata anche dalla testimonianza di don Domenico Celando, che da bambino giocava a nascondino in quel labirinto sotterraneo. Il sacerdote aggiunge però un dettaglio inquietante: prima dell’apertura della Casa del Jazz, riferisce di aver parlato al citofono con Pietro Musumeci, agente dei servizi segreti in seguito condannato per depistaggio nella strage di Bologna. Musumeci, con il pretesto di svolgere delle indagini sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, gli avrebbe posto domande proprio su quei cunicoli sotterranei della villa.

Una prima ipotesi
Sono dunque molti i misteri che avvolgono ciò che potrebbe celarsi nella galleria sotterranea. Secondo alcuni, si potrebbe trattare del corpo del giudice Paolo Adinolfi, svanito nel nulla il 2 luglio 1994 mentre indagava sui rapporti tra settori deviati del servizio civile e una rete di società fantasma attive nella compravendita di mobili. Tra queste c’era Ambra Assicurazioni, riconducibile ancora una volta a Nicoletti. Altri ritengono invece che Adinolfi fosse arrivato a scoprire oscuri intrecci tra ambienti criminali e Vaticano. Emblematico sarebbe proprio il caso di Villa Osio, acquistata dal malavitoso romano per poco più di un miliardo di lire, nonostante il valore fosse stimato di circa 27 miliardi, dall’Opera Francesco Odasso, ente allora sotto il controllo del Vicariato di Roma.
La pista Orlandi
Proprio questo presunto intreccio tra Chiesa e banda della Magliana alimenta un’ulteriore, drammatica ipotesi: che nei sotterranei della Casa del Jazz possa trovarsi il corpo di Emanuela Orlandi, cittadina vaticana scomparsa il 22 giugno 1983. Da allora si sono susseguite innumerevoli piste investigative; oggi, con la ripresa degli scavi, torna in auge quella di una complicità basata su scambi di favori tra Vaticano e criminalità romana. In un’intervista a Verissimo del 23 novembre 2025, Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, racconta infatti di un incontro avuto anni fa con una persona legata alla ’ndrangheta, la quale gli avrebbe riferito che Enrico De Pedis gli confessò di aver ucciso la ragazza il giorno stesso della scomparsa e di averne nascosto il corpo in un “cunicolo”, insieme ad “un paio di valigette e documenti che coinvolgono molta gente”. Che si tratti dei cunicoli scavati sotto la Casa del Jazz?

Una coincidenza rivelatoria?
Si tratterebbe dunque dello stesso De Pedis che oggi riposa in una Basilica romana, accanto ai papi, per concessione del cardinale Poletti: quel prelato che, non a caso, avrebbe favorito la vendita della residenza a Nicoletti, nonostante l’esistenza di offerte economicamente più vantaggiose, come quella del costruttore Romagnoli. Una coincidenza che, a distanza di 35 anni, continua ad interrogare gli inquirenti. Proseguono intanto le operazioni di trivellazione sotto la Casa del Jazz, nel silenzio carico di attesa di chi, tra quei cunicoli abbandonati, spera di trovare le risposte a domande rimaste sepolte per decenni.

